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Brexit, niente “No deal”. Per la Gran Bretagna è una corsa contro il tempo

Niente “no deal”. Anche a costo di dover chiedere a Bruxelles un rinvio prolungato della Brexit. Il quale, se concesso, consentirà alla Gran Bretagna di dover partecipare alle elezioni Europee. Lo ha deciso nella notte fra ieri e oggi 4 aprile la Camera dei Comuni di Londra. I parlamentari di Westminster hanno imposto al governo con un maggioranza trasversale di appena un voto – 313 a 312 – una legge ad hoc promossa dalla deputata laburista Yvette Cooper e approvata con un’irrituale procedura sprint di poche ore. Adesso si attende l’assenso dei Lord, E scoppiano le polemiche.

Si è trattato dell’ultimo colpo a effetto di un Paese in piena fibrillazione, impegnato a provare a fare ciò che non è riuscita a fare in quasi tre anni. In un’affannata corsa contro il tempo alla caccia di una via d’uscita sul dossier Brexit affidata intanto alle incerte speranze di un qualche compromesso fra Theresa May e Jeremy Corbyn. E ciò solo dopo l’apertura al dialogo con il leader dell’opposizione laburista su una soluzione più soft. Che in queste ore vale alla premier la prevedibile rivolta dei Tory “brexiteer” ultrà e qualche nuova defezione nel suo governo.

Il ghiaccio è stato rotto in un primo incontro faccia a faccia a Westminster durato due ore. Colloquio andato “molto bene”, secondo le poche parole strappate inizialmente al volo da una giornalista al ‘compagno Jeremy’. “Utile, ma non risolutivo”, secondo quelle di una successiva dichiarazione più articolata e molto cauta.

“Abbiamo avuto discussioni esplorative costruttive su come rompere lo stallo”, è stato il commento ufficiale di un portavoce del Labour. Mentre anche Downing Street si è limitata a evocare un’atmosfera “costruttiva”. Il programma è di andare avanti fino al weekend compreso per tentare di chiudere la partita. Oltre del resto non si si può spingere.

“Il 12 aprile è la data ultima per l’approvazione” dell’accordo, ha ricordato con l’orologio in mano il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. E ha avvertito che altrimenti una proroga, almeno la proroga “di breve durata” limitata al 22 maggio, non potrà essere nemmeno presa in esame.

Jason Groves, political editor del Daily Mail, pronostica in effetti un’intesa realistica a portata di mano. Con unione doganale; allineamento permanente (a Bruxelles) sui diritti dei lavoratori e altro. Ma anche annacquamento dei piani Tory (restrittivi) sull’immigrazione. E fine comunque della libertà di movimento confermata. Senza un secondo referendum e con l’uscita dall’Ue prima delle euro-elezioni.

Parlare di ottimismo appare però avventato. Tanto più che le divisioni restano. Sia tra i fronti opposti ai Comuni, sia all’interno dei partiti. Sulla richiesta d’un referendum bis confermativo il Labour si divide. Ma cresce il pressing su Corbyn, anche tra i fedelissimi del governo ombra, a considerarlo irrinunciabile.

Fra i conservatori poi, dove il secco cambio di rotta della premier non è piaciuto a molti, è guerra aperta. I brexiteer più oltranzisti l’hanno presa di mira senza sconti nel Question Time del mercoledì, rinfacciandole d’aver tradito lo zoccolo duro del partito. Deciso a uscire dall’Ue il 12 aprile anche sfidando le paure di tanti (business in testa) su un traumatico no deal. Accuse a cui lei ha risposto rivendicando di considerare “il no deal preferibile ad un cattivo accordo, ma non a un buon accordo”. E invocando “un consenso trasversale” come il modo più sicuro a questo punto per “attuare la Brexit”.

Photo credits: Twitter

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