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Silvia Toffanin si racconta: “Guardavo Non è la Rai, ma non volevo essere una di loro”

Silvia Toffanin, ex letterina di Passaparola e regina della fascia pomeridiana di Canale5 con il suo Verissimo, si racconta nella sua ultima intervista rilasciata a Grazia. La Toffanin ha parlato a cuore aperto, tratto che contraddistingue anche la sua conduzione televisiva e che la rende amata sia dagli ospiti che dal pubblico.

L’infanzia: “Giocavamo spesso a carte, vincevo”

Dall’intervista rilasciata a Grazia, in edicola da oggi con il nuovo numero del settimanale, emerge tutta la sensibilità che Silvia Toffanin non ha mai nascosto neanche nella sua trasmissione. Nata a Cartigliano, un centro di appena 3.000 abitanti in provincia di Vincenza, Silvia è cresciuta in una famiglia umile, con mamma bidella e papà operaio: “I miei genitori lavoravano, e io passavo molto tempo coi nonni” – introduce così la sua infanzia e la sua adolescenza – “Il nonno mi raccontava i pettegolezzi del posto. Mi coinvolgevano nelle loro attività: rosario, processione durante il mese della Madonna. Briscola, Settebello. Giocavamo spesso a carte, vincevo”.

L’adolescenza: “Silvia non c’è”

Sugli amori adolescenziali Silvia ha poco da ricordare. Un’educazione rigida, un padre possessivo e la realtà stretta del piccolo paese hanno intralciato la sua libertà di giovane donna. “Direi nessuno, con mio padre geloso. In paese si usava che i ragazzi, le comitive di amici citofonassero per dire “scendi”, senza esserci messi d’accordo prima. Rispondeva mio padre, e ogni volta: “Silvia non c’è”. Non mi faceva uscire. Ogni tanto mi permetteva di andare in discoteca, a condizione che mi accompagnasse lui. Mi aspettava chiuso in macchina nel parcheggio. Inutile dirgli di andarsene a casa per tornare a riprendermi. Non si muoveva da lì”.

Parole schiette e forse ancora sofferte, da cui delicatamente emerge il rimpianto di aver sacrificato la parte più spensierata e leggera della sua adolescenza: un periodo della vita che non si può riscrivere, e forse quella particolare sensibilità di Silvia Toffanin, l’empatia verso gli ospiti che intervista e l’accoglienza che riserva loro, sono frutto dell’adolescente che è stata e di quella che avrebbe voluto essere.

L’avventura verso il futuro: “Avevo paura di tutto”

Il vero viaggio di Silvia verso la donna che conosciamo oggi è iniziato a 18 anni, con l’avventura a Roma grazie ai risparmi dei suoi nonni: “Vai, viaggia, non fare come me che sono rimasta qui, mi diceva mia mamma. Lo stesso mio padre. Era come se mi stesse dicendo: io ti ho insegnato a camminare, ora tocca a te. E Silvia, appena diciottenne, ha iniziato a viaggiare e lavorare nell’ambiente della moda, che però non ha mai percepito come un porto sicuro. Milano, Parigi, Atene, Londra, Barcellona: “Allora avevo paura di tutto, il mio freno o salvezza è stata la paura. Paura di uscire, paura delle menzogne. La mia vita erano lavoro e casa”. Ammette di essersi sempre trovata a disagio in una realtà improvvisamente diversa da quella da cui proveniva: “Io mi sento sempre un pochino a disagio. Ovunque, anche oggi. Guardavo Non è la Rai, ma non volevo essere una di loro”.

Quando le viene chiesto cosa le è mancato di più nella sua infanzia, rispetto a quello che è riuscita a dare ai suoi figli (Lorenzo, 8 anni e Sofia, 3 anni) Silvia Toffanin risponde semplicemente: Da bambina sognavo i vestiti. A 14 anni, con i soldi dei primi lavori, servizi fotografici per cataloghi di negozi della zona, in genere tute da sci, compravo i vestiti. Mia madre ha conservato di sicuro i cataloghi. Me ne sono andata di casa che avevo sulla parete i poster di Claudia Schiffer, sul letto i pupazzi, ed è ancora tutto lì. La mia cameretta è rimasta intatta”.

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