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Festival di Cannes, Elton John infiamma la Croisette, insieme a Penelope Cruz e al cinema civile di Ken Loach

La grazia ed eleganza di Penelope Cruz, sempre una delle più fotografate ed ammirate sulle montée des marches. Elton John che travolge la Croisette con la sua musica e il film dedicato alla sua vita. Lo spirito battagliero e tenace dell’82enne Ken Loach, che ancora una volta scuote pubblico e giornalisti con il suo cinema civile e di analisi della società contemporanea. E’ decisamente entrato nel vivo il 72esimo Festival di Cannes, che dopo l’apertura a base di zombie e horror comedy (con il film “The Dead Don’t Die” di Jim Jarmusch) ha già srotolato alcuni dei pezzi forti del suo cartellone, così ricco ed equilibrato in termini di temi trattati e di presenze vip. E certamente i tre talent citati sono al centro delle “cartoline dalla Croisette” che più hanno colpito in questo inizio di Festival.
Andiamo con ordine e partiamo da Penelope Cruz, intensa interprete del nuovo film di Pedro Almodóvar “Dolor Y Gloria”, in gara per la Palma d’oro.

Folla di vip sul red carpet del film di Pedro Almodovar “Dolor Y Gloria”

Su di lei si sono concentrate le attenzioni dei fotografi, durante un red carpet che ha visto sfilare, tra le altre, la bellissima Amber Heard (in un Elie Saab bordeaux, asimmetrico, con spacco centrale a far intravedere gli altissimi cuissard in pelle rossa), Bella Hadid (in un Cavalli rosso fuoco, con spacco profondo a scoprire la gamba destra, schiena completamente nuda e ampio strascico a sinistra), la moglie di Eros Ramazzotti Marica Pellegrinelli (in Versace a fantasie geometriche sui toni del blu, spacco profondo a destra, bustino con fasce laterali blu e gioielli Chopard) e una delle muse del regista spagnolo, la simpaticissima Rossy De Palma (avvolta in un tripudio di piume multicolor applicate su un abitino asimmetrico nero, con ampia apertura laterale sinistra a scoprire le gambe). E poi arriva lei, l’attrice spagnola più amata dai registi di tutto il mondo: lei, che quel tappeto rosso lo conosce così bene (ha vinto il premio per la miglior interpretazione femminile al Cannes del 2006 con “Volver”, ma sulla Croisette ha portato molti altri lavori, e solo l’anno scorso era protagonista del film di apertura “Tutti lo sanno”); lei, che col suo sorriso e la sua allure distinta e aggraziata riporta sobrietà ed eleganza alla sfilata di ingresso al Grand Palais. E’ bellissima Penelope, in quell’ampio abito Chanel blu e bianco a fiori stilizzati, con gonna lunga e larga in stile principesco con bordo in pizzo, capelli raccolti e gioielli Atelier Swarovski fine jewelry. Sembra uscita da un quadro di Velazquez, e con garbo si sottopone al crepitare dei flash dei fotografi, mentre è raggiunta dai suoi compagni di avventura: innanzitutto il protagonista di “Dolor Y Gloria”, Antonio Banderas (in smoking nero con papillon bianco) accompagnato dalla fidanzata Nicole Kimpel, i coprotagonisti Nora Navas, Asier Etxeandia e Leonardo Sbaraglia. Ed ecco che al centro del cast si pone il grande Pedro, in look total black e occhiali da sole: per lui è la sesta volta a Cannes, la quinta in concorso per la Palma d’oro (che ha sempre corteggiato ma mai ancora conquistato, aggiudicandosi invece il premio per la miglior regia nel 1999 per “Tutto su mia madre”, e il premio per la miglior sceneggiatura nel 2006 per “Volver”).

 

Penelope Cruz incanta il pubblico del Festival di Cannes sul red carpet di “Dolor Y Gloria”

Sulla Croisette ha portato un altro film intimista e più che mai autobiografico, in cui il protagonista Banderas (la cui interpretazione è, secondo chi scrive, la migliore e più credibile di carriera) è il suo alter ego: Salvador Mallo (nome in cui si coglie anche l’anagramma del cineasta) è un regista ormai giunto a fine carriera, terrorizzato dall’idea di essere malato, attanagliato dalla nostalgia e dal ricordo del passato. E nel corso dei 115 minuti della pellicola, il protagonista ripercorre i momenti salienti della sua vita, il rapporto stretto con la madre (Penelope Cruz) sin da quando era bambino, il trasferimento a Paterna insieme alla famiglia, il primo amore a Madrid, il presente, e la riflessione su come il cinema, la creatività, la scrittura gli abbiano salvato la vita. Proprio come accaduto a Pedro Almodóvar, che proprio in conferenza stampa a Cannes ha ammesso quanto l’arte sia stata per lui salvifica: “Sia il personaggio che io viviamo il grande problema di credere di non poter vivere senza il cinema, proviamo il grande senso di smarrimento che può venire dalla crisi di ispirazione e anche dalla sensazione di non poter tornare sul set per dolori fisici e la depressione. È la mia paura più grande, convivo con questo fantasma. Quando nel monologo lui dice ‘il cinema mi ha salvato’ è esattamente quello che è successo a me“.
Il film (nei cinema italiani dal 17 maggio) ha già incassato il plauso della critica internazionale, con Variety che lo ha definito “un’incredibilmente matura opera di perfetta metafinzione”, El Mundo che ha scritto “il film raggiunge un livello di perfezione difficile da superare”, e il Guardian che sostiene che “ti lascia con una dolce tristezza ma con un’acuta voglia di vedere il prossimo film”. Chissà se i membri della giuria (tra cui spiccano Elle Fanning e la nostra Alice Rohrwacher) e il Presidente Alejandro Gonzalez Iñarritu saranno rimasti colpiti dal nuovo lavoro di Almodóvar, e lo riterranno meritevole di ricevere qualche premio.

“Dolor Y Gloria” in gara al Festival di Cannes e nei cinema italiani dal 17 maggio

Dolore, gloria, vita vera, potere salvifico dell’arte, con l’aggiunta di tanta, tanta musica caratterizzano un altro film che a Cannes ha già raccolto grandi consensi, quel “Rocketman” diretto da Dexter Fletcher che racconta la vita dell’”uomo razzo” per antonomasia, Elton John. Era una delle presenze più attese e annunciate della kermesse, e non ha certo deluso le aspettative, Sir Elton, che già al photocall della conferenza stampa si è fatto notare, e (unendosi al cast della pellicola fuori concorso) ha reso chiaro a tutti che quel giovedì 16 maggio a Cannes sarebbe stato “Elton Day”. Completo celeste Gucci, T-shirt bianca sotto la giacca, scarpe da ginnastica bianche, occhiali azzurri decorati da strass, il settantaduenne cantautore britannico ha fatto impazzire i fotoreporter, sottoponendosi ai loro flash insieme a colui che lo interpreta in “Rocketman” cioè l’attore Taron Egerton (in completo floreale Etro), ma soprattutto accanto al marito David Furnish. Divertito e sempre al centro dell’attenzione, Sir Elton ha apprezzato molto il biopic che narra la sua vita, tanto da commuoversi profondamente durante la proiezione ufficiale della serata, conclusasi con grandi applausi e consensi da parte degli oltre duemila presenti al Grand Theatre. Sì, perché “Rocketman” (nel cui cast figurano anche Bryce Dallas Howard nei panni della mamma di Elton da piccolo, Richard Madden che incarna il manager John Reid, e Jamie Bell che si trasforma in Bernie Taupin, storico collaboratore e autore di molti del più famosi testi di Elton John) non è soltanto un film musicale, ma racconta con sincerità e senza pudore la parabola umana e artistica di un uomo che non ha esitato a mettersi a nudo e a raccontarsi agli sceneggiatori che lo hanno portato poi sul grande schermo. Molti i punti di forza della pellicola (in Italia dal 29 maggio, prodotta proprio da Elton John e David Furnish tra gli altri): innanzitutto la potenza delle canzoni, poi il fatto che si tratti del biopic di un artista ancora in vita, e non ultimo il fatto che il protagonista Egerton canti realmente tutti i brani (“li canti anche meglio di me” pare sia stato il commento rivolto da Sir Elton all’attore!). “Non è il classico biopic, perché la cronologia non viene rispettata, non c’è un vero ordine biografico ma si segue piuttosto un flusso di emozioni”, ha dichiarato Egerton. “E’ un film molto emozionale, ancora più emozionale di quanto ci aspettassimo” ha rincarato il regista.
La mia fortuna più grande è stata poter conoscere Elton di persona, passare del tempo con lui e diventargli amico: qualsiasi cosa io gli abbia chiesto lui mi ha risposto. So tutto!” ha aggiunto il protagonista, della cui interpretazione Elton John è “rimasto molto onorato e colpito”. La famiglia difficile, l’adolescenza nella provincia inglese, il rapporto conflittuale con i genitori (soprattutto col padre), la storia amorosa e professionale col suo manager, ma anche il successo, il denaro, l’alcol, gli eccessi, la solitudine. C’è tutto in “Rocketman” (già da molti giudicato più completo ed emozionante di “Bohemian Rhapsody”). E ci sono naturalmente le canzoni, da “Your Song” a “I’m Still Standing”, da “Crocodile Rock” a “Bennie and The Jets” fino a “Don’t Let the Sun go Down” e “Honky Cat”.

Anche Elton John a Cannes per la presentazione del biopic “Rocketman”

Sulla montée des marches, invece, risuona la versione strumentale di “Rocketman”, mentre Elton arriva tra il clamore dei fan assiepati sotto il Grand Theatre (fan che per ore lo hanno atteso sotto il sole): elegante nel suo completo nero Gucci con un razzo cucito sul bavero sinistro della giacca, niente cravatta o papillon, e la scritta a paillettes ROCKET MAN sulla schiena. Niente look eccentrici, se non un paio di occhiali (anch’essi Gucci) a forma di cuore, con lente rossa e tempestati di strass; zoppica un po’ ma si vede che è felice mentre si sottopone ai fotografi, sempre accanto al marito David Furnish (anche lui elegante nella sua giacca nera di velluto con un revers ricamato di strass argento). Accanto a loro c’è anche Taron Egerton, in giacca argento metallizzata e occhiali da sole: tenero il momento in cui Taron allaccia la scarpa a Elton, con grazia e senza farsi troppo notare. In sala, il cantautore è accolto da una standing ovation e da un mare di applausi. Poi, silenzio in sala e inizia il film.

Red carpet sobrio ma molto rock per “Rocketman”, alla presenza di Sir Elton John

Il tutto mentre ci si prepara a un nuovo red carpet e ad atmosfere del tutto diverse. E’ il bello di Cannes, saper unire momenti estremamente pop e leggeri con altri più riflessivi e impegnati. Come il cinema di Ken Loach, di nuovo sulla Croisette per la quattordicesima volta in concorso, dopo aver già vinto due Palme d’oro (nel 2006 con “Il vento che accarezza l’erba” e nel 2016 con “Io, Daniel Blake”). E’ piaciuto, ha commosso e ha convinto il suo “Sorry We Missed You”, storia di un corriere e della moglie, che faticano a cavarsela nell’Inghilterra di oggi. “Superbo, arrabbiato, coraggioso, senza orpelli né ironia” lo definisce The Guardian; “un film toccante e galvanizzante, con una visione importante su come le precarie forze economiche mondiali tengano insieme il mondo” scrive Owen Glieberman du Variety;Ken Loach ha la capacità di rendere i problemi della vita quotidiana materiale per un dramma epico” afferma Geoffrey Macnab dell’Independent. Insomma, ancora una volta il cineasta di “Riff Raff”, “My name is Joe”, “Bread And Roses”, “Sweet Sixteen” e “Un bacio appassionato” ha colpito nel segno, narrando un’altra storia di lavoro precario e difficoltà di vivere nel Regno Unito contemporaneo, e candidandosi di diritto a quella che potrebbe essere la sua terza palma d’oro. “Quando con lo sceneggiatore Paul Laverty e la produttrice Rebecca O’Brien ci siamo chiesti cosa fosse il mondo del lavoro oggi, ci siamo resi conto che è fortemente cambiato rispetto a quando eravamo giovani noi” ha detto Loach in conferenza stampa. “Oggi devi avere molte più abilità, devi essere molto più professionale rispetto a prima, ma paradossalmente ciò non è sinonimo di altrettanta stabilità economica ed adeguamento salariale. Spesso, come nel caso di Sorry We Missed You, i nuovi lavoratori devono assumersi totalmente i rischi di un lavoro, senza avere alcuna garanzia. È una situazione paradisiaca per le multinazionali perché ogni tipo di rischio economico ricade direttamente sul dipendente, quindi chi lavora è costretto a farlo fino allo sfinimento. Perciò il capitalismo in questo modo non sta fallendo, anzi! Sta riuscendo ad avere profitto più che mai”.
C’è da scommettere che anche stavolta “Ken il rosso” se ne tornerà in patria con qualche premio. To be continued…

Photo credits: Instagram

Martina Riva

Musica&Cinema

Da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo dell’intrattenimento, mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi di laurea in Storia del Cinema sul film “Lolita” di Stanley Kubrick. Finita l’università, mi sono trasferita a Los Angeles, dove, tra le altre cose, ho ottenuto un certificate in giornalismo a UCLA; nella Città degli Angeli ho lavorato per varie TV tra cui KTLA, dove per tre anni mi sono occupata principalmente di cinema, coprendo le anteprime mondiali dei film e i principali eventi legati al mondo spettacolo (Golden Globes, Academy Awards, MTV Awards e altri). Nel 2005 sono approdata alla redazione spettacoli di SKY TG24 dove ho lavorato come redattrice, inviata ai Festival e conduttrice. Le mie passioni principali, oltre al cinema, sono i viaggi, il teatro, la televisione, l’enogastronomia e soprattutto la musica rock. Segni particolari? Un amore incondizionato per i Foo Fighters!

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