"
NewsPrimo piano

Cannabis, stop Cassazione. E ai negozi ora che succede?

AGGIORNAMENTO ORE 14:23 – Parte dal titolare di un negozio per la vendita di prodotti con cannabis light di Sanremo la proposta di una class action. Lo riporta online l’Ansa. “Ho chiuso un pizzeria da asporto per aprire questo negozio, ora ci vogliono mettere sul lastrico dall’oggi al domani e senza alcuna colpa. E’ come se volessero combattere l’alcolismo vietando la vendita di birre analcoliche. Organizzeremo una class action”. A parlare è Gioel Magini, titolare del “Cannabis Amsterdam Store”. “Io sono contento di questa sentenza” – ha detto, all’opposto – il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. “Sono contrario all’uso delle droghe quindi anche alla commercializzazione”, ha concluso a margine di un’iniziativa all’ospedale Fatebenefratelli di Milano.

 

È caos il giorno dopo la sentenza della Corte di Cassazione sulla illegalità della vendita, a certe condizioni, della cannabis light. La Corte Suprema ha sostenuto che la legge del 2016 non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti “derivati dalla coltivazione della cannabis”. Salvo che “tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”. Si tratta dell’olio, delle foglie, delle inflorescenze e della resina.

PRODUTTORI IN RIVOLTA

Si ribella Federcanapa, l’associazione che riunisce i sempre più numerosi produttori e trasformatori di cannabis, proprio dal 2016, l’anno della legge che ha dato il via libera alla produzione. Poi sono arrivati molti negozi. Oggi si calcolano in almeno 10 mila posti di lavoro a rischio se dovesse andare in crisi la filiera a causa di provvedimenti generalizzati di stop alle attività.

FEDERCANAPA CONTRO LE CHIUSURE

La soluzione delle sezioni unite penali della Corte di Cassazione – sostiene Federcanapa – non determina la chiusura generalizzata dei negozi che offrono prodotti a base di canapa”. In una nota si spiega che “il testo dice che la cessione, vendita e in genere la commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante“.

I giudici della Corte di Cassazione

COSA DICE LA CASSAZIONE

Secondo la Corte, infatti, “la commercializzazione” di tali prodotti, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, “non rientra nell’ambito di applicazione della legge 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53 Ce del Consiglio, del 13 giugno 2002, e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati“. Pertanto, è ancora il testo della Suprema Corte, “integrano il reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4 del dpr 309/1990,le condotte di cessione, di vendita e in genere la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa, salvo che tali prodotti siano privi di efficacia drogante”.

APPELLO ALLE FORZE DELL’ORDINE

“Da anni – sostiene ancora la nota di Federcanapa – la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti”. “Ci auguriamo che anche le forze dell’ordine si attengano a questa netta distinzione tra canapa industriale e droga nella loro azione di controllo. E che non si generi un clima da ‘caccia alle streghe’ con irreparabili pregiudizi, patrimoniali e non, per le numerose aziende del settore”.

Prodotti derivati dalla canapa in commercio nei negozi

Photo credits: Twitter

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

Back to top button
Privacy