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Mondo

Plastica nei mari: un’emergenza ambientale

L’Europa ha messo in atto una nuova Strategia sulla plastica che contiene un impegno a elaborare una nuova legislazione per ridurre anche la plastica monuso.

Un fenomeno sempre più a rischio

Il fenomeno della plastica nei mari è una delle emergenze più inquietanti a livello ambientale presenti oggi: un fenomeno che rischia di diventare presto ingovernabile e che provoca ingenti danni agli ecosistemi ed alla salute umana. Eppure, si contano sulle dita di una mano i Paesi responsabili di più della metà della plastica buttata a mare ogni anno: possibile non si riesca a fare nulla?

L’Europa ha varato una nuova Strategia sulla plastica: contiene un impegno a elaborare una nuova legislazione per ridurre anche la plastica monuso, ma le lobby industriali non staranno a guardare.

Recentemente, uno studio dell’Australia’s Center of Excellence for Climate System Science ha permesso di avere un quadro più dettagliato della situazione, individuando i moti che portano alla formazione di queste riserve di plastica. La scoperta fatta non è delle più incoraggianti: anche se smettessero oggi di venire immessi nuovi rifiuti nel mare, queste aree già esistenti continuerebbero a crescere per altre centinaia di anni, per via di tutto il materiale già disperso negli oceani!

Le isole di plastica

A vederle, probabilmente, queste isole di plastica non sembrerebbero così terribili: essendo composte di materiale per lo più trasparente e sottile, sarebbe anzi difficile distinguerle ad occhio nudo.

Se le immagini delle isole di rifiuti nel Pacifico e negli altri oceani hanno fatto il giro del mondo suscitando indignazione nell’opinione pubblica globale, i mari d’Europa non se la passano meglio. I numeri dell’inquinamento da plastiche sono impressionanti: l’Unione europea stima in 100mila le tonnellate che ogni anno finiscono nei mari del vecchio continente, solamente dalle aree costiere. Sono molte di più, se consideriamo le zone interne, le navi mercantili e i pescherecci. Di questo mare nel mare, le plastiche monouso sono uno dei problemi maggiori. C’è di tutto: dai filtri di sigaretta alle bottiglie e ai tappi, dai bicchieri ai contenitori per cibo, ai famigerati cotton fioc che si intasano anche i depuratori. Per non parlare delle microplastiche, ingerite da pesci e altri animali marini, da anni nella catena alimentare: un boomerang insidioso che arriva diretto sulle nostre tavole. È il più grave problema di inquinamento attualmente presente nei mari: più del 79% degli oggetti rinvenuti sulle coste Nord orientali dell’Atlantico, per esempio, è di plastica o polistirene.

 

Plastica nei mari: quanta viene ingerita dai pesci?

La produzione mondiale di plastica supera i 250 milioni di tonnellate l’anno e richiede l’impiego di circa l’8% della produzione mondiale di petrolio. Per i rifiuti successivamente prodotti solo il 3% è riciclato, mentre il restante è disperso in ambiente dall’uomo, abbandonato in terreni agricoli, fiumi e mari (ben 8 milioni di tonnellate finisce negli oceani).

L’analisi condotta dalla Scripps Institution of Oceanography dell’Università di California, effettuata tramite una spedizione in Oceano Pacifico nell’agosto 2009 e pubblicata recentemente sulla rivista Marine Ecology ProgressSeries, aveva fornito per la prima volta dati concreti riguardo le conseguenze di tali cattive abitudini.

Il gruppo di ricercatori che aveva perlustrato centinaia di chilometri nell’oceano Pacifico settentrionale per raccogliere esemplari di pesce ha potuto dimostrare che più del 9 per cento del pescato aveva piccoli pezzi di plastica nello stomaco.

Soluzioni?

Da dove partire? Intanto dalle buone pratiche che, un po’ a macchia di leopardo, sono attive in alcune città e Stati dell’Unione. A Monaco di Baviera, per esempio, dal 1990 vige il divieto di utilizzare contenitori di bevande usa e getta, piatti e posate di plastica in eventi pubblici di grandi dimensioni. La città offre, in cambio, il noleggio di lavastoviglie mobili e set di stoviglie. Si stima che questo provvedimento abbia consentito di dimezzare la produzione di rifiuti.

 

Dal 2020 in Francia sarà vietata la vendita al dettaglio di generi alimentari in imballi di plastica. Una misura che fa parte della transizione energetica del paese verso la green economy. E ancora: in Norvegia è in vigore, dal 1994, un sistema di rimborso delle cauzioni per bottiglie e lattine di plastica. Nel 2012 il Paese scandinavo ha registrato tassi di recupero del 95%. I produttori che non aderiscono al sistema pagano un costo ambientale fisso per ogni barattolo o bottiglia, quelli registrati possono ricevere uno sconto  sulla tassazione. A Copenhagen sono state aperte 60 fontane d’acqua potabile per incentivare il riutilizzo delle bottiglie.

Estendere la Direttiva Ue su borse e sacchetti di plastica anche ad altri prodotti non sarebbe una brutta idea, considerando che in Scozia, oggi, l’utilizzo degli shopper si è ridotto dell’80%.

Fonti della Stampa dicono che,..

Il Parlamento europeo ha inserito la questione nel pacchetto economia circolare che dovrebbe essere discusso in Aula tra marzo e aprile. Simona Bonafè, eurodeputata Pd, è la relatrice di questo provvedimento, “una grande scommessa per l’Europa. È necessario privilegiare prodotti riutilizzabili e durevoli ed evitare pratiche scorrette nella gestione dei rifiuti per aumentare raccolta differenziata e riciclo. Ad oggi solo il 30% della plastica prodotta in Europa viene riciclata all’interno dei nostri confini. Abbiamo chiesto agli Stati membri di identificare i maggiori prodotti che sono causa del marine litter e di mettere in atto azioni per prevenire la loro produzione, tenendo in considerazione le best practice già in atto”. Le resistenze maggiori, confessa Bonafè, provengono dai Paesi dell’Est che attualmente portano in discarica la maggior parte dei loro rifiuti.

“Per quanto riguarda la strategia sulla plastica appena approvata”, continua l’eurodeputata, “valuto in maniera assolutamente positiva le scelte della Commissione, delle quali beneficeranno sia l’ambiente che l’economia”.

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