Mario Venuti racconta Soyuz 10: “È un disco d’istinto, per spiazzare me stesso e gli ascoltatori” [ESCLUSIVA]

Pochi artisti della canzone italiana contemporanea possono vantare un curriculum colorato come quello di Mario Venuti. Come di tradizione battiatiana, progenitore di quella scuola catanese a cui fieramente il cantante fa riferimento, Venuti ha saputo spaziare e conciliare gli aspetti più disparati della canzone pop. Dalla new wave degli esordi al tropicalismo dei novanta, passando per la canzone d’autore agli sperimentalismi minimali ed elettronici. In più jazz, musical e unplugged. C’è di tutto nel canzoniere di Mario Venuti, che dopo i due ultimi Il tramonto dell’Occidente e Motore di vita conclude la sua ideale trilogia con Soyuz 10. Canzoni d’amore istintive e grande conciliazione di stili. Ce ne parla in questa intervista esclusiva.

Il pop e la world music, l’indie e i cantautori, il piano e voce e il digitale: Mario Venuti racconta le molte anime della sua musica in questa intervista esclusiva

Velvet: Hai spesso descritto questi ultimi tre dischi come una ipotetica trilogia. Con Soyuz 10 c’è un percorso che arriva a compimento?

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Mario Venuti: E’ una linea ideale ma non rigorosa. Sono tre dischi che seguono delle linee guida: Il Tramonto d’Occidente, scritto con la collaborazione di Francesco Bianconi, era un lavoro non emozionale, quasi sociologico, che guardava al declino della nostra civiltà. Motore di Vita è arrivato dopo, e portava l’idea di ritrovare il Corpo, la catarsi della danza, elementi terreni. Quest’ultimo album è composto da canzoni d’amore, ma non è pensato strettamente in quel senso; ci sono anche divagazioni che non rientrano nel concetto.

Musicalmente ritornano forti i tuoi “classici” world music, reggae, bossa nova, dopo un periodo recente più scarno e spesso votato all’elettronica.

L’elemento tropicalista l’ho sempre lasciato sottotraccia, dopo la grande sbornia degli anni ’90. Allora era il periodo di Arto Lindsey e delle sue produzioni newyorkesi, e fui preso da quell’ondata. Era nato una sorta di movimento “tropitalia”, di tropicalisti italiani; volevamo ritrovare un punto di contatto con la tradizione mediterranea. Ci sono elementi in comune, come la commistione di lutto e allegria che è un po’ un elemento centrale anche per noi siciliani. Quindi ho cercato dei punti di contatto tra le due culture. Più avanti ho avvertito una sorta di pudore, e ho cercato di ricollegarmi al modello anglosassone post-Beatles, come già Caetano aveva unito il rock anglosassone con la bossanova. Solo in seguito è arrivato l’elemento elettronico, nei dischi di questo decennio. E’ un tipo di musica che non avevo mai fatto neanche con i Denovo, e che ho scoperto nella maturità. L’imprevedibilità mi piace. Io voglio spiazzare prima me stesso, e poi il pubblico.

A livello di testi, dopo due dischi stranianti come i precedenti, sembra tornare una sorta di allegria scherzosa, molto più light.

Questo è un disco d’istinto, non pensato. In questa maniera vengono fuori tutti i tuoi ascolti, tutto il tuo background. La mia è una cultura pop apparentemente scanzonata, che cerca di porre i suoi concetti in maniera leggera, ma comunque pensosa, con un elemento filosofico sempre presente. Non amo dare sfoggio di cultura facendo citazioni letterarie. Voglio che traspaia semplicemente, come nell’attenzione posta nell’uso dei vocaboli.

E’ un momento di forte transizione, tra il digitale imperante e le modalità di ascolto e produzioni che cambiano continuamente (ed è anche un tema del disco). Tutto ciò ha influenzato la tua scrittura?

Non è un problema che mi pongo. La fruizione è cambiata, gli album sono in via d’estinzione rispetto al singolo. Ma io resto legato all’idea dell’autore con un’opera completa. Ho beneficiato del successo di singoli in passato, ho un canzoniere importante. Ma per me resta importante l’idea anni ’80 che un singolo serva a tirarti dentro un album, un’opera più complessa. Sono nostalgicamente legato a questa idea. Ma non c’è nulla di male nell’anteporre il pezzo al disco completo. Alla fine i primi ep dei Beatles erano composti così. Non mi dispiace, in futuro potrei anche adattarmi. In un disco come Soyuz volendo i singoli sarebbero molti.

In questi anni hai sperimentato ogni aspetto della canzone leggera. Ci sono state fasi a cui sei rimasto più o meno legato?

Mario Venuti: Fin dai Denovo sono sempre rimasto legato alla forma canzone. I miei modelli sono quelli, i Beatles, Elton John, tra gli italiani le varie forme cantautorali. Battiato è un modo per passare tra le culture pop e la “musica alta”. Istintivamente, questo è il tipo di musica che sono portato a comporre. Anche oggi le canzoni sono sempre più degli scampoli, e c’è il blablabla dei rapper… ma tutto ciò resta comunque una una variazione sullo stesso formato di canzone. A questo punto non credo che ne esistano altre. Oggi i social portano ad accorciare e semplificare, presto forse si arriverà alla canzone di un minuto. Restringere la composizione al lampo di un’idea, che sarebbe poi la base del pop. “Il pubblico sei tu” in fondo l’ho scelto come singolo perché è un pezzo semplice e diretto: la maniera migliore di comunicare con la musica.

Come vedi lo spostamento dei gusti giovanili, per decenni legati alla melodia, e oggi così vicini al modello del rap anglosassone?

Mario Venuti: La mancanza di melodia è un’evoluzione, o forse un involuzione, nell’ordine delle cose. La ricerca è sempre stata votata al raggiungere il massimo dell’espressione con il minimo dei mezzi, e quindi il processo è inevitabile. Anche se il parlato conta ormai più della melodia e degli accordi. Quella del rap è una tendenza che esiste dagli anni ’90, ma solo ora è diventata più solida. E va bene, ma la mia attitudine è diversa. Io se non sento una sequenza di accordi interessante non mi appassiono.

Qual’è il tuo rapporto, da veterano della canzone, con questa new wave cantautorale? C’è un nuovo pubblico affezionatissimo legato al nuovo indie-pop.

I vari Calcutta e Gazzelle, nonostante la loro aria annoiata, mi paiono più vicini ad un’idea di cantautorato contemporaneo, molto ironico e sornione. Non sono i miei preferiti in realtà, preferisco altri nomi recenti, anche se oggi magari appaiono addirittura vecchi. Come Antonio Di Martino, di cui mi piace la visionarietà dei testi, o Brunori SAS. Gente che attinge ad una tradizione molto battistiana. Questi altri mi paiono più infantili, roba più da ragazzini.

Che ricordo hai del periodo undergound della seconda metà degli ’80? Guardandosi indietro, molto del mainstream di oggi nasce da quelle esperienze indipendenti.

Nei primi anni ’80 era tutto molto pionieristico e casalingo. I mezzi erano quelli che erano, ma già nella seconda metà del decennio ci siamo organizzati meglio. Restava però una grande frattura tra il nuovo rock e il mainstream. Noi Denovo come altri abbiamo provato ad abbattere questi steccati. Le nostre attitudini in fondo erano pop, anche se non riuscimmo mai ad esserlo fino in fondo. Avevamo modelli come i Talkin Heads, che erano considerati ostici. La loro strampalatezza era un po’ la nostra estetica. Poi ci siamo progressivamente addolciti e integrati, ma i Denovo credo siano rimasti un’esperienza inespressa. Il successo è arrivato, ma non siamo riusciti a gestirci managerialmente. Non abbiamo fatto il salto che magari hanno fatto i Litfiba, che invece hanno raccolto i frutti di ciò che hanno seminato. Eppure la nostra formula si è ritrovata per esempio in Morgan, che me lo ha anche confessato. I Bluvertigo erano un po’ i Denovo dei ’90. Ma anche i Subsonica. Sono arrivati altri che hanno preso il nostro sound e hanno saputo esprimerlo in maniera più compiuta…

Oggi la dimensione dal vivo ha trovato una rinnovata importanza. Come ti preparerai per il tour?

La mia attività live è scissa tra la band, e il concerto piano e voce, unplugged. Molto del mio pubblico trova quest’ultima come la più interessante. E’ una forma spoglia di canzone, in cui il cantante si mette a nudo ed emotivamente i brani diventano più potenti. Tutto viene messo in luce al massimo delle potenzialità, e la canzone arriva più forte, senza orpelli o elementi produttivi. In moltissimi lo preferiscono. Dipende dal contesto: nei club e nei teatri, la canzone chitarra e voce trova tutta la sua forza. Ora sto girando qualche singola data con il gruppo, ma da novembre inizierà il tour. Sempre alternando eventi con la band e altri da solo, come ho iniziato a fare da qualche anno.

 

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