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Silvia Romano sequestrata in Kenya, ecco dove potrebbe essere

A oltre 9 mesi di distanza dal momento in cui la volontaria milanese Silvia Romano è stata sequestrata da una banda di criminali in un villaggio povero del Kenya si fanno strada nuove ipotesi. Potrebbe esserci una regia somala dietro il rapimento della ragazza di 24 anni.

Romano, in Kenya con la onlus Africa Milele, sarebbe vittima di mandanti in possesso di denaro, armi da guerra e coperture. Personaggi criminali che avrebbero reclutato una banda di delinquenti comuni. La 24enne potrebbe essere stata trasferita subito dopo il rapimento in Somalia, paese confinante con il Keny.

Si tratta di elementi che emergono dagli sviluppi dell’indagine avviata dalla Procura di Roma e coordinata dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco. I pm romani sono in contatto con i magistrati kenyoti. Gli investigatori avevano già preso in considerazione la pista somala nelle fasi iniziali delle ricerche di Silvia Romano.

Prima e dopo il sequestro, infatti, ci sono stati diversi contatti telefonici tra gli esecutori materiali e la Somalia. La fuga del commando ha seguito, inoltre, la direzione della Somalia, raggiungendo il punto d’incontro dove probabilmente la volontaria milanese è stata consegnata a un secondo gruppo criminale.

Altro elemento acquisito, come sottolinea sul Giorno Andrea Gianni, è che si è trattato di un sequestro su commissione. I rapitori kenyoti erano in possesso di denaro, armi e mezzi “sproporzionati” rispetto alla loro caratura criminale. Forse ricevevano soldi e direttive dalla Somalia, Paese dove imperversa il gruppo terroristico jihadista Al-Shabaab che, sempre rimanendo nel campo delle ipotesi, potrebbe aver architettato il rapimento della Romano con l’obiettivo di chiedere un lauto riscatto all’Italia.

Per questo gli investigatori del Paese africano stanno concentrando le ricerche su un uomo chiave: Said Ibrahim, ancora irreperibile, considerato il regista dell’operazione. Potrebbe essere stato lui a organizzare il sequestro per conto dei mandanti, reclutando balordi e malavitosi locali per formare il commando di almeno otto persone che è entrato in azione lo scorso 20 novembre. Silvia Romano fu rapita nel villaggio di Chakama, a circa 80 chilometri da Nairobi.

Tre presunti esecutori materiali del rapimento sono intanto sotto processo a Malindi – Ibrahim Adan Omar, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe -: sono tornati in carcere su disposizione della Procura generale del Kenya che gli contesta l’aggravante del terrorismo. La cauzione è stata revocata. L’impressione è che gli unici tre sequestratori catturati siano solo delle “pedine”, in possesso di poche informazioni utili per risalire alle tracce di Silvia, viva almeno fino al giorno di Natale.

Prima di entrare in azione la banda avrebbe pedinato per alcuni giorni la cooperante. Poi il blitz del commando, armato di fucili Ak47 e granate. Silvia Romano è stata bloccata e, dopo averle gettato via il passaporto e il telefono cellulare, è stata costretta a salire a bordo di una motocicletta e portata verso una boscaglia nei pressi del fiume Tana, dove avevano allestito un nascondiglio provvisorio. Ma quando sono state organizzate le ricerche per setacciare l’area la 24enne forse era già lontana, oltre la porosa linea di confine che separa il Kenya dalla Somalia.

Photo credits: Twitter

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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