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Joaquin Phoenix, occhi negli occhi: possiamo salvare il mondo prima di cena?

New York, incrocio tra la Seventh Avenue e la W 40th Street. Nella piazza più celebre del mondo ecco sbucare il primo piano magnetico e conturbante di Joaquin Phoenix.

Il mondo intero aspetta di vederlo in sala, dalla prossima settimana, con uno dei film più attesi dell’anno e, probabilmente, con il suo ruolo più atteso di sempre. Il futuro nuovo Joker del cinema ha colto subito l’occasione, grazie ad una tempestiva mossa di marketing, per guardare dritto negli occhi il suo pubblico con un imperativo preciso: “We are all animals. End specism. Live vegan”.

Siamo tutti animali. Metti fine allo specismo. Vivi vegano. Phonenix ci mette letteralmente la faccia, senza mezzi termini e senza ritocchi, con tanto di rughe, barba incolta e qualche visibile segno del tempo a marcargli il viso. Time Square è il suo palcoscenico per un appello senza vie di fuga, in collaborazione, ancora una volta, con l’Associazione Internazionale per i diritti animali PETA.

“Quando guardiamo il mondo attraverso gli occhi di un altro animale dobbiamo renderci conto che, dentro, siamo tutti uguali e che tutti meritiamo di vivere liberi dalla sofferenza” afferma l’attore, che di recente ha indossato un abito vegano in una mega-campagna anti lana di PETA USA con lo slogan “La crudeltà non mi sta bene”.

“Un altro animale”, sostiene la star; una scelta lessicale significativa, che fa la differenza, e con cui decide provocatoriamente di mettersi sullo stesso piano di qualsiasi altra specie. Un concetto che, grazie alla foto di lancio della nuova campagna PETA, arriva ancora più chiaro; da una parte l’occhio languido e azzurro di Phoenix, dall’altra quello giallo e vitreo di un pollo.

Il resto è un gioco di composizioni perfettamente orchestrate, in cui la cresta del volatile si sostituisce al sopracciglio dell’attore, mentre il becco si sovrappone al naso e richiama l’attenzione sull’iconica cicatrice di Joaquin. Lo sguardo dell’uomo e quello dell’animale, invece, appaiono identici: regali, algidi, gravi. Speculari e ugualmente preoccupati dalla stessa tacita richiesta: “Lasciateci vivere, entrambi”.

Possiamo salvare il mondo prima di cena?

Non solo Phoenix, a farsi carico di una missione urgente come quella ambientalista: insieme a lui anche celebrità come Michael Keaton, Woody Harrelson, Natalie Portman, Gillian Anderson, Mirco Bergamasco e Alicia Silverstone e molti altri, stanno appoggiando attivamente la PETA ed i suoi affiliati internazionali nell’impresa di porre fine al ‘brutto vizio’ dello specismo: la convinzione, cioè, che qualsiasi altra specie animale sia inferiore a quella umana, nonostante gli straordinari talenti, le abilità e le capacità intellettive.

Ma c’è di più. La questione animalista si incontra, ormai inevitabilmente, con quella ambientale. A spiegarlo con chiarezza e con un riscontro di pubblico che, contro ogni previsione, lascia ben sperare, è Jonathan Safran Foer nel suo ultimo libro “We Are the Weather: Saving the Planet Begins at Breakfast” – Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi. 

Foer, già autore dei romanzi best-seller “Ogni cosa è illuminata” e “Molto forte, incredibilmente vicino” ma anche del saggio “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?”, torna sulla questione con una schiettezza ed un cinismo dissacranti; ma catartici, anche. Non prende in giro il lettore, non racconta falsi storici, non promette garanzie sul futuro.

Propone invece una visione onesta – e quindi inevitabilmente drammatica – sulla “più grande crisi che l’umanità abbia mai dovuto affrontare”. E i dati statistici delle responsibilità attribuite all’allevamento intensivo sono i protagonisti assoluti di questa storia.

L’allevamento è responsabile del 91% della deforestazione amazzonica

“Pensate a una vasca da bagno che si riempie d’acqua” – scrive Foer – “Se lo scarico è ostruito, la vasca si riempie più in fretta. La capacità di fotosintesi della Terra funziona in modo analogo”. E se è vero che “gli alberi sono ‘serbatoi di carbonio’, vale a dire assorbono CO2”, “più distruggiamo le foreste, più contribuiamo ad ostruire lo scarico“.

Oltre il 90% della foresta pluviale viene utilizzata per la produzione di carne, sia per il pascolo che per la coltivazione di alimenti per il bestiame; ed è proprio il bestiame la principale fonte di emissioni di metano: bovini, pecore e capre producono metano in continuazione quando, durante i loro processi digestivi, eruttano, esalano, rilasciano gas intestinali e feci.

In sintesi, come spiega Foer: “Se le mucche fossero un paese, sarebbero terze in classifica per emissioni di gas serra dopo la Cina e gli Stati Uniti”.

L’appello vegano di Phoenix si incontra perciò con un’eco ramificata e inarrestabile. Ogni persona che diventa vegana risparmia la vita di quasi 200 animali all’anno, aiuta la lotta contro lo specismo e sostiene lo spostamento globale verso una dieta alimentare che combatte i peggiori effetti dei cambiamenti climatici. Potremmo davvero salvare il mondo… prima di cena?

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