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Esclusiva Velvet

Giorgio Colangeli, 45 anni di carriera: “Bisogna aiutare i giovani cineasti” [INTERVISTA ESCLUSIVA]

“Sì, il 14 dicembre compio 70 anni, e sono molto contento e soddisfatto della mia vita. Mi è sempre andata assai bene, e lo dico anche rispetto a quando non lavoravo in modo continuativo e non avevo la notorietà. Anche se con qualche difficoltà, è sempre valsa la pena di fare ciò che avevo scelto di fare”.

Giorgio Colangeli parla con voce sicura e ferma, col tono pacato e sereno di chi sa davvero di aver avuto dalla vita tutto ciò che desiderava. La nostra chiacchierata telefonica sulla sua carriera, e sul mondo del cinema e della televisione, è assai gradevole e istruttiva: Colangeli risponde con generosità e pazienza, e quando ride sembra quasi di vedere, aldilà della cornetta, il suo sguardo buono illuminato dagli occhi chiari, e quel sorriso aperto e sincero.

Una carriera, la sua, iniziata dal teatro, e arrivata al cinema in età già adulta. Tanti i personaggi interpretati, tanti i colleghi incrociati e i registi affrontati, moltissimi i premi ricevuti, e una filmografia in cui spicca chiaramente la sua predilezione per i giovani, il suo partecipare spesso e volentieri ai debutti di registi al primo film.

Giorgio Colangeli, un grande attore con la missione di aiutare i giovani cineasti

Da “L’aria salata” di Alessandro Angelini a “Cardiofitness” di Fabio Tagliavia, da “Parlami d’amore” di Silvio Muccino a “La doppia ora” di Giuseppe Capotondi, da “L’attesa” di Piero Messina fino a “A Tor Bella Monaca non piove mai” di Marco Bocci.

VELVET: Non sono molti gli attori con una tale carriera alle spalle che accettano di farsi dirigere da cineasti alle prime armi. Sembra quasi che la sua missione siano i giovani, il dar fiducia alle nuove leve del cinema italiano.

GIORGIO COLANGELI: Forse è un residuo del fatto che all’inizio lavoravo come insegnante, e che nel mio primo periodo vissuto come attore facevo il teatro ragazzi (l’ho fatto dal 1974, quando ho iniziato, fino al 1981-82). Credo che proprio da lì derivi questo tipo di sensibilità, questa comprensione del fatto che un giovane deve essere non solo aiutato, ma messo proprio in condizioni di fare l’attore se lo vuole fortemente.

Spesso ai ragazzi non viene data nemmeno questa possibilità, quindi non si tratta di capire se siano bravi interpreti o meno: bisogna cercare di creare per loro una corsia preferenziale che forse non c’è mai stata.

Giorgio Colangeli, dalla laurea in fisica a una straordinaria carriera come attore

C’è qualche punto di contatto tra il mestiere dell’insegnante e quello dell’attore?

GC: Ce ne sono moltissimi: io ho cominciato con il teatro, dove c’è un contatto importante con il pubblico, e dove il palcoscenico è un po’ come una cattedra. C’è da dire poi che ho iniziato negli anni ruggenti, nel periodo dell’impegno politico, quando l’attore (a torto o a ragione) aveva di sé una considerazione molto elevata, quella di operatore culturale, di missionario, di veicolo per aprire gli occhi delle persone e aiutarle a capire.

Sicuramente questo aspetto mi ha attirato verso il mestiere, come anche il fatto di esibirmi, di avere la gratificazione dell’applauso; poi ho sempre amato la situazione in cui ci si trova davanti a degli sconosciuti e, mentre una persona comune sentirebbe il bisogno di nascondersi, l’attore tira fuori anche quello che non sapeva di sapere!

In realtà lei è laureato in fisica. Come mai ha intrapreso poi la carriera dell’attore? Quali sono le origini di questa scelta così insolita o radicale?

GC: Ho fatto fisica ma avrei voluto fare filosofia della scienza, in realtà: mi interessava conoscere tutto quello che di nuovo e di sorprendente la fisica aveva fatto negli ultimi anni. Nei primi del ‘900 ci fu una vera e propria rivoluzione in tal senso, tra meccanica relativistica e meccanica quantistica cambiò tutto il modo non tanto di operare ma proprio di pensare la natura, la materia, quindi il tempo e lo spazio.

Quel tipo di curiosità mi spinse a frequentare quella facoltà ma da subito capii che non avrei fatto il ricercatore, perché il mio interesse era di tipo filosofico e umanistico piuttosto che scientifico. Non avevo la mentalità di quello che fa gli esperimenti, ero molto sul teorico, sul filosofico, mi affascinava il metodo. Oggi c’è una grande libertà di costruire il proprio piano di studi, e credo che avrei fatto qualcosa di interdisciplinare, un percorso che virasse più sulla filosofia che sulla scienza.

Giorgio Colangeli nel cast del film “A Tor Bella Monaca non piove mai”, debutto registico di Marco Bocci

Lei ha iniziato a lavorare per il cinema da grande, a 47 anni. Il suo debutto è avvenuto niente meno che con Marco Tullio Giordana nel film “Pasolini, un delitto italiano” nel 1995. Da lì in poi ha lavorato con tutti i più grandi: Ettore Scola in tre film, Sorrentino in “L’amico di famiglia” e “Il divo”, Sergio Rubini, Daniele Luchetti, Paolo Genovese, di nuovo Marco Tullio Giordana in “Romanzo di una strage”. Insomma, tanti registi importanti e conosciuti nel mondo, deve esserne ben orgoglioso…

GC: Per fortuna ho avuto grandi opportunità e occasioni. Raramente ho scelto veramente, o escluso di fare qualcosa, anche se dei ‘no’ li ho detti, come mi ha insegnato il mio agente. Le cose sono cambiate molto dopo il film “L’aria salata” di Alessandro Angelini, che mi ha fatto vincere il Marco Aurelio alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma, e poi il David di Donatello come miglior attore non protagonista; da allora in poi sono stato richiesto spesso anche da maestri, da registi prestigiosi.

Qualcosa di simile succede anche quando partecipo alle opere prime di nuovi registi; non le vado a cercare, non escludo mai di farle, e siccome me ne propongono tante, le accetto spesso.

“A Tor Bella Monaca non piove mai”, la prima volta di Marco Bocci dietro la macchina da presa

Ora è nel cast di “A Tor Bella Monaca non piove mai” (al cinema dal 28 novembre), debutto registico di Marco Bocci. Il film, un dramma venato di thriller, è ambientato nella periferia romana degradata e mette in scena le vicende di personaggi che cercano di vivere ogni giorno con onestà. Lei interpreta Guglielmo, padre di Mauro (Libero De Rienzo) e Romolo (Andrea Sartoretti). Ci racconta un po’ di più di quest’uomo e perché ha accettato di fare questo personaggio?

GC: Ho accettato perché la sceneggiatura aveva qualcosa di diverso. In effetti a una primissima lettura sia l’ambientazione che il contesto potevano sembrare scontati, e ammetto di aver avuto delle perplessità (si parla ancora di Tor Bella Monaca, di delinquenza, criminalità e periferia).

Poi però, grazie anche all’apporto alla sceneggiatura di Alessandro Bardani (che io conosco bene per aver fatto con lui e con Francesco Montanari uno spettacolo a teatro e un cortometraggio premiatissimo), questo copione è diventato qualcosa di nuovo, di inedito, di molto aderente alla realtà, per quello che noi attori conosciamo della periferia.

Il personaggio di Guglielmo è un uomo che ha sicuramente passato tempi migliori; non appartiene al ceto medio ma a quella fascia di popolazione che, dall’avvento dell’euro in poi, ha visto erodere i propri risparmi e precipitare una situazione che magari, in anni precedenti, poteva essere di un agio e benessere frutto del lavoro. Fa parte di quella categoria di persone che, lavorando, ha messo via una piccola fortuna ma a un certo punto si è vista togliere dalle mani tutto quello che aveva risparmiato.

Guglielmo ha un piccolo negozio che affitta a un napoletano, il quale ormai da mesi non solo non gli paga la pigione, ma si porta addirittura via i termosifoni, le mattonelle delle mura, gli infissi; insomma, questo cattivo pagatore lascia lo stabile come se fosse un cantiere in costruzione.

Ciò rappresenta bene la spoliazione che un certo ceto (anche numeroso) ha subito in questi anni, con la conseguente trasformazione di un uomo che probabilmente era mite, amante del lavoro, della famiglia, dei figli, in una persona costretta a tirar fuori gli artigli, ad arrabbiarsi furiosamente perché si sente fregato dalla vita.

Giorgio Colangeli, una carriera iniziata a teatro e proseguita al cinema e in televisione

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i film e le serie TV che parlano di periferia romana degradata (sia di genere comico che di genere drammatico, da “Come un gatto in tangenziale” a “Suburra”, da “La terra dell’abbastanza” a “Il contagio” fino a “Lo chiamavano Jeeg Robot”). Una moda? Un filone da cavalcare? O una tematica che in modo diverso è stata trattata sempre nel cinema italiano?

GC: Credo si tratti di un lascito (e questo è l’aspetto meno interessante di questo fenomeno) del neorealismo, ma anche della tendenza del nostro cinema a voler parlare sempre di disgrazie e persone che se la passano male: in fondo sono proprio queste tematiche che hanno fatto conoscere il nostro cinema in tutto il mondo, se non si parla di poveracci sembra quasi che non si dica niente di interessante.

È un po’ il contrario di quello che pensavano gli autori classici, che raccontavano le vicende di re, di figli di re, di eroi e semidei, tutte persone al di sopra degli uomini comuni: ora sembra che i ricchi borghesi e gli aristocratici non abbiano nulla di interessante nelle loro vite, e non siano quindi degni di essere raccontati.

C’è anche da dire che il settore dell’audiovisivo in Italia ha la tendenza a seguire il filone che ha successo, e non si riesce mai a capire se questi argomenti interessano realmente alla gente o finiscono per interessarla perché non c’è altro.

Penso comunque c’entri anche Pier Paolo Pasolini e quel poco che rimane di lui, cioè il pensare che nella periferia, e in un certo ceto che fa fatica a tirare avanti, sia presente una vitalità e un amore per la vita spesso irragionevole, spesso istintivo, che è più interessante e poetico raccontare rispetto a un problema che nasce in una vita agiata.

A proposito di cinema italiano…. Lei lavora in questo mondo da circa 25 anni. Si parla spesso di rinascita della settima arte, poi periodicamente si torna a disquisire della crisi del cinema italiano. Secondo lei, qual è la situazione reale del cinema in Italia?

GC: Tutto può migliorare ma io non sarei così pessimista. La verità è che il sistema che andrebbe un po’ rivisto: il fatto che il cinema sia stato finanziato dallo Stato (e lo sia tuttora, anche se meno di prima) ne ha fatto un’attività che non si cura della propria sopravvivenza, non è mai inserita in un vero mercato.

La cosa che mi lascia sempre perplesso è che all’interno di questo sistema ci si comporta come se ci fosse un mercato, si parla di attori che incassano e attori che non incassano, interpreti che conviene mettere nel cast perché fanno botteghino. Tutto ciò non è vero, perché incassano veramente solo 3-4 nomi (e sappiamo quali sono) e non si può dire che rappresentino il cinema.

Insomma, non è un mercato vero, è finto. Il nostro cinema, poi, è scisso in maniera netta tra produttori e distributori: in nessun altra attività c’è questo iato così profondo, la persona che realizza il prodotto lo vende anche, quindi è il primo a interrogarsi e a realizzare che deve costare il meno possibile ed essere competitivo.

Nel nostro cinema c’è gente che guadagna solo facendo il prodotto, quindi non gli interessa che possa incassare; d’altro canto coloro che lo distribuiscono, una volta che è fatto, ignorano tutto il resto del ciclo. Come fa a restare in piedi un sistema del genere?

Giorgio Colangeli presto al cinema anche in “Lontano lontano” di Gianni Di Gregorio

Nella sua carriera c’è tanto cinema ma anche parecchia televisione: lei ha fatto tantissime fiction e film per la tv, da “Tutto può succedere” a “Braccialetti rossi”, da “Un medico in famiglia” alla miniserie su Rino Gaetano, da “Delitto di Via Poma” a “Ragion di stato”. Spesso si dice che oggi la TV sia più di qualità del cinema: lei cosa ne pensa?

GC: Da quando ho cominciato a fare la tv ho sempre pensato che, siccome le fiction vengono fatte dalle stesse maestranze che lavorano sui film, non ci può essere una pregiudiziale differenza di qualità tra le due cose. Poi ho capito che questa nasce dal fatto che il cinema e la tv hanno obiettivi e fonti di finanziamento sostanzialmente diversi: la fiction è allacciata alla pubblicità, e per questo gode di così tanta disponibilità di mezzi.

Anche gli obiettivi sono diversi, non si può pretendere dalla fiction che facciano delle grandi analisi della vita e ci insegnino qualcosa. Va detto però che la qualità della televisione è effettivamente aumentata e migliorata, anche perché la gente vede ormai di tutto grazie alle nuove piattaforme come Netflix, Amazon Prime, Sky. C’è stato sicuramente un adeguamento, ma rimane comunque il fatto che il è cinema a essere in crisi, non la fiction.

Il rischio è che gli operatori che fanno tv si dimentichino che il cinema deve essere un’alta cosa: è inutile incorrere certe storie e certe dinamiche tipiche della fiction. La tv è sempre pubblicità, non solo perché attira gli investitori sugli spazi, ma proprio perché di norma propone dei modelli di vita consumistici.

Giorgio Colangeli, a novembre in sala anche nel nuovo film di Gianni Di Gregorio

Lei è anche nel cast del nuovo film di Gianni Di Gregorio “Lontano lontano”, commedia dai toni leggeri e scanzonati che verrà presentata al prossimo Festival di Torino. Quali altri progetti bollono in pentola?

GC: In effetti “A Tor Bella Monaca non piove mai” e “Lontano lontano” sono stati lavorati in tempi diversi, anche se usciranno a pochi giorni di distanza. Recentemente ho anche recitato in una fiction intitolata “Vite in fuga”, per la regia di Luca Ribuoli, che andrà in onda nei prossimi mesi su RaiUno.

Per il futuro ci sono un paio di film interessanti in vista, anche se per il momento si tratta solo di progetti. Per quanto riguarda il teatro, sto cercando di riavvicinarmi a questo meraviglioso lavoro che nell’essere fatto ti alimenta: è come andare a fare un laboratorio o una masterclass, fare teatro significa aggiornarsi e rimettersi un po’ in sesto.

Con Giancarlo Rigoletti, un giovane produttore, e Filippo Gili, un regista con cui ho fatto tante cose, stiamo rimettendo in piedi “L’uomo, la bestia e la virtù” di Pirandello, che abbiamo già collaudato al Brancaccino di Roma a marzo di quest’anno: il prossimo anno ne faremo una breve tournée a Milano e altre città, per poi approdare alla Sala Umberto a marzo 2020.

Martina Riva

Musica&Cinema

Da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo dell’intrattenimento, mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi di laurea in Storia del Cinema sul film “Lolita” di Stanley Kubrick. Finita l’università, mi sono trasferita a Los Angeles, dove, tra le altre cose, ho ottenuto un certificate in giornalismo a UCLA; nella Città degli Angeli ho lavorato per varie TV tra cui KTLA, dove per tre anni mi sono occupata principalmente di cinema, coprendo le anteprime mondiali dei film e i principali eventi legati al mondo spettacolo (Golden Globes, Academy Awards, MTV Awards e altri). Nel 2005 sono approdata alla redazione spettacoli di SKY TG24 dove ho lavorato come redattrice, inviata ai Festival e conduttrice. Le mie passioni principali, oltre al cinema, sono i viaggi, il teatro, la televisione, l’enogastronomia e soprattutto la musica rock. Segni particolari? Un amore incondizionato per i Foo Fighters!

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