Pietruccio Montalbetti e la sua “Enigmatica Bicicletta”: la guerra del binario 21 [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Chitarrista leader dei Dik Dik ma non solo. Anche viaggiatore devoto e scrittore ormai da anni, Pietruccio Montalbetti ha appena pubblicato il suo sesto libro, “Enigmatica bicicletta”. Sei libri alle spalle e già altri sette pronti, ci racconta Montalbetti, che nella sua vita è da sempre un curioso instancabile e un intrigante narratore. Le vicende di quest’ultima storia partono proprio da quel dettaglio che si presta così bene a diventare anche titolo: una bicicletta enigmatica. Il resto è radicato in un passato ormai lontano ma gravemente attuale. VelvetMag ha intervistato Pietruccio Montalbetti ripercorrendo le sue intuizioni più fortunate, l’amicizia schietta con Lucio Battisti, l’urgenza di viaggiare e di scrivere quest’ultimo noir.

“Qualche anno dopo la Seconda Guerra Mondiale si crea a Milano un Corpo Speciale di ex partigiani dediti alla cattura di criminali di guerra mai processati. E la bicicletta accantonata alla staccionata di un parco del centro-città sempre lì parcheggiata, a volte girata a destra altre a sinistra, che ci fa? Fantasia o realtà?”

Intervista a Pietruccio Montalbetti

Il protagonista di questo tuo nuovo libro, Luca Righi, inizia la sua storia perché attratto da una ‘bicicletta enigmatica’. Come inizia invece la tua storia con questo libro?

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La mia storia inizia casualmente. Io son nato nel 1941 e ho vissuto gli ultimi anni della guerra, me lo ricordo benissimo, la mia famiglia era sfollata a Soncino e aveva aiutato molte famiglie di ebrei a salvarsi. Crescendo ho sempre letto molto sulla questione, finché un giorno a Milano mi ha colpito questo binario 21, in un primo tempo destinato al carro bestiame, e a seguito poi delle leggi razziali del 1938 utilizzato per deportare gli ebrei. Io abito in centro a Milano, e mentre un giorno stavo camminando nel parco delle Basiliche con il mio cane, ho visto un uomo che manovrava una bicicletta. Pensavo la rubasse e invece l’ha agganciata a un’inferriata. Per tre o quattro mesi è rimasta sempre lì, precisa e identica. Finché una volta non l’ho vista girata dall’altra parte. Ho pensato ‘che strano’, e ho iniziato a scrivere un noir che parte da qui, dal 1938 con un ragazzo fascista, mentre i genitori sono antifascisti. Il preside entra in classe e dice: “Gli ebrei d’ora in poi devono sedersi dietro e voi cattolici non dovete più parlare con loro”. Poi il ragazzo viene arruolato in guerra e questo lo porterà a passare dalla parte della Resistenza. Fino al 1948 quando, ormai partigiano, mette in piedi una task force per trovare i criminali fascisti che erano stati aiutati a scappare.

Hai più risolto il tuo mistero della bicicletta nel parco della Basiliche?

No, a un certo punto è scomparsa, però mi ha dato l’ispirazione. Perché la bicicletta ha una funzione specifica nel libro, è un segnale ai fini della narrazione. 

Un noir ma anche un romanzo storico. Di fronte ad un materiale complesso come questo, come hai evitato i luoghi comuni?

L’inizio è importante in questo senso. C’è una piccola postilla che spiega come al termine della guerra Konrad Adenauer è diventato il presidente della Germania, ma molti ministri erano ex nazisti. Ricordo ancora un mio viaggio in Argentina, a Buenos Aires. A San Carlos de Bariloche alcuni nazisti si sono insediati fin dall’epoca postbellica e sembrava di essere a Saint Moritz. Ecco, la ricerca è stata fatta in questa direzione, tra le fila dei nazisti in fuga e senza divisa. Come oggi: il diverso non piace più a nessuno, e il fascismo sta crescendo nella mente delle persone.

Da piccolo sognavi di fare l’esploratore. In qualche modo con i tuoi viaggi si è avverato. La musica, invece, è arrivata prima ma per caso. Quando ti sei accorto che i Dik Dik potevano diventare una cosa grossa?

Il desiderio di viaggiare l’ho sempre avuto, quindi dopo i primi tre o quattro anni di successo con i Dik Dik, ogni gennaio partivo per delle avventure. Ancora adesso, solo quest’anno sono stato in Amazzonia, in Nepal e in India. Tra poco partirò per Panama, sto aspettando i permessi per la Comarca di Emberá. La musica è venuta fuori per caso, appunto. È diventata qualcosa di grande per pura intuizione. Ho avuto il buon senso di scegliere le canzoni giuste, che avessero una sostanza, come L’Isola di Wight, Sognando la California, Senza luce e Il primo giorno di primavera. Poi c’è stato anche l’incontro con Lucio Battisti, un rapporto durato tutta la vita, finché lui non se ne è andato. L’eredità musicale che ci ha lasciato è irripetibile. 

A questo proposito tu parli spesso di intuito e di caso quando racconti il tuo percorso. Dal nome “Dik Dik”, pescato da un dizionario, al potenziale che all’epoca avevi scovato in “California Dreamin’”. Avevi ‘beccato’ anche il futuro successo della coppia Battisti-Mogol, quando Battisti era ancora uno sconosciuto…

Battisti l’ho conosciuto quando non era ancora nessuno. La nostra amicizia era avulsa dalla fama. Quando mi faceva ascoltare le sue canzoni, prima che conoscesse Mogol, mi diceva: “A Dedù, ti piacciono le mie canzoni o so’ ‘na ciofeca?”. Io sentivo un altro tipo di musica ma gli dicevo che mi piacevano. A un certo punto però gli ho confessato: “Senti Lucio, devo dirti la verità, noi siamo amici. Tu con queste canzoni non vai molto lontano” (ride, ndr). Lui mi aveva risposto: “Sì, lo so, ma io ho dentro qualche cosa che non riesco a sviluppare”. Poi è arrivato Mogol, un grande personaggio dal punto di vista artistico e un po’ meno dal punto di vista umano, ma è riuscito ad aprire una cassaforte in Battisti. Ed è scaturita una musica che forse è la più bella mai avuta in Italia. 

Hai detto: “Ho avuto il buon senso di scegliere le canzoni giuste”. Oggi, a conti fatti, quanto conta l’intuito?

Io ho studiato musica ma non ho una vera preparazione musicale. Sai però cosa aveva detto Brian Epstein sui Beatles? Che non sapevano né leggere né scrivere la musica, ma l’hanno comunque rivoluzionata. In effetti lo hanno fatto senza saperlo, hanno imparato con il tempo. John Lennon sapeva suonare a malapena il banjo perché glielo aveva insegnato sua mamma, Paul McCartney suonava un po’ la chitarra, ma i loro brani sono stati rivoluzionari perché erano innanzi tutto semplici. Lucio era un grande musicista, capiva la musica e sosteneva una cosa precisa: le canzoni si fanno con pochi accordi

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