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Esclusiva Velvet

Yvonne Tangheroni Ingabire: storia di una sopravvissuta [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Dal 7 aprile del 1994, per circa 100 giorni di fila, in Rwanda vennero uccise circa 800.000 persone appartenenti all’etnia dei Tutsi. Yvonne Tangheroni Ingabire oggi è una donna adulta. Vive e lavora a Roma, ma all’epoca del genocidio aveva solo 9 anni. Apparteneva ai Tutsi e, per volere forse del fato, è sopravvissuta allo sterminio della sua gente.

Yvonne ci ha aperto le porte della sua ‘piccola scatola di fiammiferi’, così definisce il suo appartamentino all’ultimo piano, e ci ha raccontato la sua storia. Un odio che ha ucciso i suoi genitori e i suoi fratelli e che, nonostante la sua giovane età, è stato in grado di lasciarle segni e ricordi indelebili.

Yvonne, la sua è un’esperienza sicuramente drammatica. Dopo il genocidio si parla di lei come di una sopravvissuta: lei si identifica in questo termine? Cosa vuol dire per lei essere sopravvissuta?

In effetti la definizione sopravvissuta è corretta, perché sono sopravvissuta ad un evento, per me è una responsabilità. Perché c’è un motivo per cui sono sopravvissuta e il motivo, per semplificarmi la vita, l’ho individuato in sopravvissuta per raccontare. Perché l’obbiettivo dei genocidari era di sterminare tutti. Non ci sono riusciti, ci sono dei sopravvissuti come me. E quindi la nostra responsabilità è quella di portare avanti la voce di chi non può più parlare. Ma anche responsabilità per chi vive ancora, in tutto il mondo e non solo in Rwanda, in modo che certe cose non si ripetano.

Dopo il dramma che ha vissuto c’è un momento in particolare che lei identifica come la svolta oppure, se preferisce, la rinascita?

Dopo il genocidio sono passati diversi anni. Prima ho vissuto in un campo profughi da sola e poi sono tornata in Rwanda dove ho vissuto con mio fratello. Tra me è lui c’erano altri quattro fratelli: eravamo sette e siamo rimasti vivi in quattro. Lui all’epoca del genocidio era nel fronte patriottico, da ragazzino si è ritrovato all’improvviso a farmi da padre. Con mio fratello piano piano abbiamo imparato a convivere con le nostre ferite. Ed è anche per questo che mi ritengo fortunata: perché, nonostante tutto, avere qualcuno con cui condividere una cosa così importante è bello. Dopodiché sono venuta in Italia, a 13 anni, adottata dalla mia famiglia italiana. Dai miei genitori italiani non sono ‘arrivata per caso’, ma per desiderio di mia madre. Durante il genocidio lei aveva scritto una lettera a questa sua amica -la mia madre adottiva- alla quale chiedeva di prendersi cura dei suoi figli, qualora fossero sopravvissuti. In Italia il cambiamento non è avvenuto immediatamente. Ma quello è stato l’inizio di un percorso che mi ha portata ad accettare quello che non posso cambiare e ad avere di nuovo fiducia nelle persone; ma anche ad essere felice dell’opportunità che avevo avuto. L’ho considerata come una seconda possibilità di vita.

Yvonne, di ricordi, suppongo anche molto dolorosi, ne avrà tanti. Ce n’è uno in particolare che le ha segnato la vita, anche oggi che non è più una bambina?

Credo proprio perché oggi sono una donna, il ricordo che mi tormenta sempre di più è il pensiero di ciò che ha vissuto mia madre. Mio padre era morto e lei si è trovata a crescere sette figli. Me ne sono resa conto solo dopo, ripensando ai discorsi, ai suoi sguardi, alla difficoltà che lei aveva nel proteggerci. Si capiva bene cosa stava succedendo in Rwanda e posso solo immaginare il dolore che provava mia madre, quando si rendeva conto di non essere in grado di proteggere i suoi figli. È stata una cosa che è avvenuta lentamente, lei vedeva tutto quello che stava succedendo, immaginava che non avevamo nessuna possibilità di sopravvivere. Inoltre a me e ai miei due fratelli, che eravamo troppo piccoli, non poteva raccontare tutto. Lei cercava di nascondercelo, per cercare di farci vivere un’infanzia tranquilla e non farci sapere che qualcuno voleva ucciderci. E quindi quando torno indietro e ci ripenso, mi tormenta solo immaginare quello che ha potuto passare nel suo cuore.

Lo scrittore Francesco Milazzo ha raccolto la sua testimonianza nel libro All’improvviso la Pioggia. Come ha accolto l’idea di un libro che raccontasse la sua storia?

Il libro è del 2017 e allora erano già passati tanti anni dal genocidio. Fino a quel momento, però, non avevo mai avuto il coraggio di entrare nei ricordi e di rivivere tutto. E soprattutto quando racconti la tua storia, per una persona riservata come me poi, è difficile capire subito che hai il dovere di raccontare in quanto sopravvissuta. “Prima o poi lo farò ma non è ora”, mi dicevo. Ho incontrato diversi giornalisti che volevano scrivere la mia storia, io non ho mai detto di no, ma in qualche modo sono sempre scappata, finché non ho incontrato Francesco. Lui con me ha avuto un atteggiamento molto particolare. Ci siamo visti e gli ho raccontato così in 5 minuti quello che era accaduto durante il genocidio e poi gli ho raccontato un episodio mio. Ovvero, appena è accaduto io ero piccola, non conoscevo la mia etnia; non sapevo cosa stavo succedendo e sono andata da tutt’altra parte. Trovandomi da sola, ho seguito i genocidari. Quando ho raccontato questa cosa a Francesco, lui si è messo a ridere e mi ha detto: “Hai fatto una milazzata”, riferendosi alla sua sbadataggine. E questo suo atteggiamento nei confronti della mia storia, la sua leggerezza – ovviamente nel rispetto dell’argomento – mi ha convinta.

Come si è sentita dopo aver raccontato la sua storia?

Mi ha fatto bene raccontare la mia storia, è un processo che auguro a tutti i sopravvissuti. Per esempio mia sorella non ne parla mai ed io credo che possa essere pericolosa come cosa, perché sfogarsi aiuta molto, così come trovare un motivo per raccontare la tua storia. Solo così, forse, accetti quello che non puoi cambiare. È importate riuscire a vedere la propria esperienza come una responsabilità e un tesoro che noi abbiamo per poter aiutare anche gli altri.

Yvonne, lei è vicepresidente dell’associazione Ibuka Italia, ci vuole raccontare lo scopo dell’associazione?

Ibuka è un’associazione nata dopo il genocidio, prima in Belgio e poi in Rwanda. In seguito si è creata anche in Francia, Olanda, Svizzera e Italia. È un’organizzazione che si occupa di memoria e di giustizia. Memoria, perché noi siamo in grado di raccontare quello che è successo e nessuno deve raccontare il contrario, oppure non raccontare la verità e negare il genocidio. Benché negare quello che è successo in Rwanda nel 1994 è davvero impossibile. È stato fatto tutto alla luce del sole. I genocidari avevano creato i ‘dieci comandamenti’ per uccidere i Tutsi e questi sono tutti documenti pubblici. Oltre alla memoria c’è la giustizia. Ci sono ancora genocidari che sono latitanti e non hanno subito alcun processo. Sono sparsi in tutto il mondo. Alla luce di questi due precetti di base, le attività principali consistono nell’organizzare la commemorazione, mettere insieme del materiale per informare le persone, sostenere i sopravvissuti. E in secondo luogo, Ibuka si occupa anche di cercare i genocidari e portarli davanti la giustizia.

Parlava del sostegno ai sopravvissuti, anche e forse soprattutto di quelli che sono rimasti in Rwanda. Ma lei è mai tornata nel suo Paese d’origine?

In passato ci tornavo meno, ora ci torno sempre di più. Grazie anche alle diverse attività che sono riuscita a svolgere. Io ho un debole per le donne e i bambini, perché le considero le categorie più fragili e poi perché in qualsiasi donna vedo mia madre e in qualsiasi bambino vedo me, che potevo rimanere sola. E grazie anche all’aiuto che ho trovato qui in Italia da parte di amici e parenti, e poi anche appoggiandomi a qualche associazione, ho potuto svolgere dei progetti generatori di reddito in Rwanda.

Yvonne, oggi si sente felice della sua vita?

Nel complesso sono molto felice, ritengo di aver avuto molta fortuna. Ho avuto di più rispetto ad altre persone e questo mi riporta ad essere più responsabile verso le persone che hanno vissuto quello che ho vissuto io, ma non hanno avuto la mia stessa fortuna. Nel mio piccolo non mi sono mai dimenticata di chi ho lasciato indietro. Sono contenta perché sono riuscita a fare una scuola in Rwanda che aiuta i bambini. Perché credo che l’istruzione sia importante. Dopo aver visto quello che è in grado di fare l’ignoranza, credo che formare le persone voglia dire anche concedere loro la possibilità di scegliere cosa che è giusto e cosa no.

Francesca Perrone

  • Cultura, Ambiente & Pets

    Messinese trasferita a Roma per gli studi prima in Scienze della Comunicazione Sociale presso l'Università Pontificia Salesiana, con una tesi su "Coco Chanel e la rivoluzione negli abiti femminili", poi per la specializzazione in Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo alla Sapienza. Collabora con l'Agenzia ErregiMedia, curando rassegne stampa nel settore dei rally e dell'automobilismo. La sue passioni più grandi sono la scrittura, la moda e la cultura.
    Responsabile dei blog di VelvetMAG: VelvetPets (www.velvetpets.it) sulle curiosità del mondo animale e di BIOPIANETA (www.biopianeta.it) sui temi della tutela dell'ambiente e della sostenibilità.

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