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Piergiorgio Castellani: “Keith Haring, l’arte, il vino e il clima che cambia” [INTERVISTA ESCLUSIVA]

De forti dulcedo recita il motto sul cartiglio dei Castellani, famiglia di viticoltori e produttori vitivinicoli toscani di fama internazionale. Una dinastia di “maestri di vigna” attiva almeno dal 1903. La “dolcezza del forte” ha consentito alle generazioni di questi produttori delle Colline Pisane (ma non solo) di pensare, coltivare e dare vita a vini eccellenti per oltre un secolo mentre il catalogo di famiglia annovera oggi i loro Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano, Chianti Classico, Vermentino e la selezione di biologici Nero di Vite, solo per citarne alcuni. Vini fatti nascere su oltre mille ettari di vigneti suddivisi fra sei grandi tenute nel cuore della Toscana.

La stessa de forti dulcedo è quella che caratterizzava fin da giovane il patron Piergiorgio Castellani. Non si spiegherebbe altrimenti la capacità spontanea e al tempo stesso straordinaria con cui nel 1988 quel ragazzo di 19 anni, incontrando per puro caso a New York il re della Pop Art, Keith Haring, lo invitasse in Italia per realizzare una sua opera. Haring lo prese in parola, lo invitò nel suo studio e insieme concepirono il “Keith Haring – Progetto Italia”. Un sogno artistico che prese forma  nel 1989 a Pisa, a poche centinaia di metri dalla gloriosa Torre Pendente, con la realizzazione del murale Tuttomondo: 180 metri quadrati con 30 figure colorate in un armonico ambiente in movimento. Domenica 16 febbraio ricorrono i trent’anni dalla morte di Haring, portato via dall’Aids a 32 anni neppure compiuti. Di questo, del vino e dell’arte parliamo con Piergiorgio Castellani (nella foto in alto assieme a Haring davanti al murale Tuttomondo).

Se fosse ancora qui con noi cosa ci direbbe oggi Keith Haring?

La società del 2020 è di certo diversa da quella del 1989, quando Keith venne a Pisa. Ma io ripenso e guardo alla persona. Lui era così, come l’ho conosciuto e lascerebbe lo stesso messaggio anche agli uomini di oggi: umanità, fratellanza, solidarietà e condivisione. Utilizzerebbe di sicuro, come non poteva fare a quei tempi, Internet, i social media, trent’anni di evoluzioni tecnologiche e mediatiche. La sua persona e il suo messaggio di pace però non cambierebbero.

Una vista di una delle tenute della famiglia Castellani in Toscana (foto Facebook / Materia Prima Art Residency)

Come ha conosciuto un artista così importante negli anni della sua massima fama?

Ero molto giovane e al seguito di mio padre a New York. Mi piaceva già l’arte contemporanea e la Pop Art in particolare: ero abbonato a Interview, la rivista di Andy Warhol, e fu grazie al fatto di aver letto di Haring che lo riconobbi per la strada e lo interpellai. Incontrai un giovane intelligente, sensibile, che aveva creato la sua peculiare forma di arte fin da bambino a partire da una visione diretta e chiara del mondo, un codice artistico mutuato dai più piccoli, per i quali ha sempre fatto molto anche all’apice della fama.

Qual è l’essenza delle opere di Keith Haring?

Il raggiungimento del più vasto pubblico possibile, un rapporto diretto con il pubblico. Diceva che una sua opera nella casa di un collezionista perdeva il suo potere. Attraverso graffiti, segni e colori Haring voleva instaurare un codice di comunicazione con tutti, per un’arte che fosse fruibile sempre. Non a caso il murale Tuttomondo, la sua più grande opera pubblica, fu realizzato davanti alla fermata dei pullman del servizio extraurbano, in un luogo di transito della gente, il più lontano che si potesse immaginare da una possibile forma d’arte. Non è corretto però definire Haring come graffitaro sebbene abbia cominciato disegnando sui muri della metropolitana di New York. Eppure né lui né Jean-Michel Basquiat si sono mai dissociati dalla categoria dei writers cui sono stati accomunati. Per solidarietà verso i ragazzi meno fortunati ‘relegati’ nell’underground del graffitismo.

Il murale “Tuttomondo” di Haring, realizzato a Pisa nel 1989 (foto Twitter/Scuola Normale @scuolanormale)

Tuttomondo non è semplicemente un’opera d’arte, vi parteciparono in tanti..

Fu una performance. Haring chiamava le persone che si avvicinavano ad aiutarlo con i colori e la sua presenza, intento a dipingere sulla parete della chiesa di Sant’Antonio, divenne in sé un evento. Qualcosa di contagioso, che scatenò entusiasmo: ogni giorno c’era chi ballava la breakdance, si ascoltava musica…Io m’inventai il sottotitolo del cartello-striscione Keith Haring – Progetto Italia che avvisava dell’opera in corso: “l’arte in diretta“. Non c’erano Internet né i social ma negli anni ‘8o la diretta degli eventi esplodeva come fenomeno della comunicazione mediatica. Fu un successo.

Fra le etichette dei suoi vini ce n’è una fatta da Haring e nella sue tenute crescono progetti artistici

L’etichetta l’aveva dapprima realizzata per un ristorante di Anversa. Mi dette il permesso di adoperarla per la produzione: ‘Questa immagine potrai usarla per un tuo vino importante’ mi disse. Io non l’ho mai fatto fino a un paio d’anni fa, per rispetto alla storia della nostra amicizia. Quando però si sono verificate polemiche a Pisa sul murale Tuttomondo da parte dell’allora assessore alla Cultura ho pensato che avrei dovuto rilanciare il messaggio artistico di solidarietà e di bellezza di Keith. Per questo oggi, avendo avuto il permesso della direttrice della Fondazione Haring, Julia Gruen, produciamo vino in bottiglia con la sua etichetta. Al momento, però, è venduto solo negli Stati Uniti. Il ricavato va in parte alla Fondazione Haring di New York, in parte alla mia Materia Prima, progetto di art residency per giovani artisti, sulle Colline Pisane. Presto a Montefoscoli (vicino Pontedera, ndr.) sarà aperto un centro di divulgazione culturale che stiamo costruendo.

Il vino con l’etichetta realizzata da Keith Haring (foto Twitter / Rupal Shankar @Syrah_Queen)

In un’epoca di allarme per i cambiamenti climatici qual è l’importanza della produzione biologica del vino?

È fondamentale per preservare la qualità del prodotto, anche se occorre conciliare questa esigenza con una produzione di carattere industriale. Vede, siamo a metà febbraio eppure fuori adesso sembra primavera. Tutti sperimentiamo che qualcosa non va, il clima sta cambiando repentinamente, non come avveniva in passato. Ma quando io decido di impiantare una vigna devo progettarla su un arco di tempo di 50 anni. Vivo con mia moglie e i miei figli in una dimora su una collina in mezzo a una tenuta di 37 ettari, esposti ‘ai quattro venti’. A non molta distanza da qui ci sono industrie. Pensiamo poi agli inceneritori: le polveri sottili rilasciate nell’aria si spandono per un raggio di 50 chilometri. Si parla poi sempre più spesso di caldo estremo. Per questi motivi, ad esempio, non prendo più in considerazione la Maremma come territorio per i miei nuovi vigneti: lì si va verso un processo di progressiva desertificazione in stile California: l’irrigazione delle vigne, in California, non è più naturale ma solo artificiale. Il mutamento del clima mi spinge perciò a scegliere zone pedecollinari. E chissà, un giorno il vino che facciamo a 600 metri a Radda in Chianti magari sarà diverso da quello di oggi.

Piergiorgio Castellani (foto tratta dal suo profilo Facebook)

 

 

 

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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