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Coronavirus

Coronavirus, le reti 5G e il Covid-19: tesi e complotti

L’emergenza coronavirus ha generato una sorta di “infodemia”. Una quantità spesso eccessiva e approssimativa di informazioni giornalistiche e pseudo-giornalistiche. Più spesso si tratta di invece, semplicemente, di informazioni false, vere e proprie fake news, generate per smania di complottismo, rabbia e vendetta contro “l’informazione mainstream”, voglia di seminare odio per fini politici.

Il “complotto mondiale”

Oppure bufale del web che riemergono – riadattate alle circostanze -, anche dopo anni. Come quella secondo cui oscuri poteri (dalla cosiddetta Big Pharma, le multinazionali del farmaco, a Bill Gates, ai petrolieri Rockfeller, al magnate George Soros, e altri ancora) vorrebbero lucrare infiniti profitti impiantando microchip sottopelle alla popolazione mondiale.

“Virus fatto apposta per dominare”

Ragion per cui il virus Sars-Cov-2 (il nuovo coronavirus) sarebbe stato creato in un laboratorio per poi essere fatto “uscire” al fine di seminare il terrore in tutto il mondo, costringere alla produzione di un presunto vaccino da vendere a peso d’oro, il cui vero contenuto non sarà mai noto. Così creando un “clima favorevole” al plagio di interi popoli per meglio dominarli attraverso una sorta di controllo sanitario, anche attraverso strumenti come le app di contact tracing.

Le reti 5G e il Covid-19

Sul web circola da tempo, ad esempio, l’ipotesi, lanciata e rilanciata anche in questi giorni, che il Covid-19, la malattia generata dal nuovo coronavirus, dipenda dallo sviluppo nelle aree più industrializzate del mondo delle reti 5G. Le reti 5G sono le reti mobili superveloci di nuova generazione per smartphone, computer, tablet, infrastrutture industriali di comunicazione. Nel giro di qualche anno rimpiazzeranno completamente le odierne infrastrutture 3G e 4G. A oggi la tecnologia necessaria a costruire e gestire tali nuove reti è largamente in possesso di aziende cinesi. In modo particolare di Huawei e Zte. Arrancano più indietro Samsung, Nokia ed Ericsson.

Nessuna correlazione

Ma esiste davvero una qualche correlazione fra le stazioni radio base e il coronavirus? In un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Oscar De Simone del Mattino di Napoli, il professor Nicola Pasquino afferma che non ne esiste alcuna. Pasquino è docente di misure per la compatibilità elettromagnetica all’Università Federico II di Napoli. “È una bufala senza fondamento scientifico – afferma al Mattino – che ha generato un panico ingiustificato.

Onde elettromagnetiche?

La teoria secondo cui il Covid–19 si sarebbe diffuso nelle aree dove c’è maggiore concentrazione di 5G non ha senso. Quella del coronavirus è una pandemia che ha invaso tutto il mondo, diffondendosi anche in luoghi dove questa tecnologia non c’è. Se il covid è diffuso dove ci sono numerose installazioni radio base è perché lì ci sono anche maggiori concentrazioni di popolazione. Ma questo non c’entra nulla con le onde elettromagnetiche”.

Il vero problema del 5G

Resta invece – e questo è sì un problema vero -, la sicurezza delle reti 5G di provenienza cinese. La sicurezza delle reti telematiche, ed in particolare del 5G, è diventato negli anni affare sempre più complesso, come ha sostenuto lo scorso 30 marzo Innocenzo Genna su La Stampa. Rispetto a vent’anni fa, oggi le comunicazioni si sono spostate dalla voce ad Internet. Questo fa sì che i potenziali “punti di ascolto” da parte di spioni indesiderati si siano moltiplicati e decentralizzati.

Antenne come computer

Questo processo, sostiene Innocenzo Genna – giurista specializzato in politiche e regolamentazioni europee per il digitale, la concorrenza e le liberalizzazioni -,  è diventato critico con l’avvento del 5G. Le antenne del 5G sono, di fatto, veri e propri computer posizionati fino a 50 metri dall’utente. E svolgono una massiccia opera di elaborazione dati. Tanto software e tanti punti di accesso, spiega Genna su La Stampa, moltiplicano i potenziali punti di entrata e di ascolto, anche illeciti. L’emergenza Covid19 ha solo procrastinato la decisione che i governi europei, Italia compresa, dovranno prendere: come tutelare la sicurezza dei propri cittadini?

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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