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Giuseppe Maggio: “Il mio modello? Gassman. Ma il protagonista del mio libro si chiama Marcello [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Un romanzo con spunti autobiografici (“Ricordami di te”). Un musical in spagnolo (“Explota explota”). Una commedia romantica sui generis (“Sul più bello”). E la terza stagione della fortunata serie di Netflix “Baby”. Si può dire, senza tema di smentita, che il paniere di Giuseppe Maggio sia bello pieno in questo momento; e anche se il lockdown lo ha tenuto lontano dai set e dalla recitazione, il ventisettenne attore romano (tra i più richiesti e lanciati del momento) non è rimasto con le mani in mano, approfittando del tanto tempo libero a disposizione per dare un esame all’Università.

Ha le idee ben chiare, una determinazione incrollabile e una maturità ammirevole il ragazzo partito dai set di “Amore 14” di Federico Moccia nel 2009. Sorriso che stende, tratti scuri e colori tipicamente mediterranei, sguardo intenso, Giuseppe Maggio è oggi noto a tutti per il ruolo di Fiore (personaggio dark, gestore di una discoteca e amante del potere di “Baby”), ma il suo percorso nel mondo dello spettacolo è costellato di tanti lavori affrontati sempre con serietà e grande disciplina.

Giuseppe Maggio, da “Amore 14” nel 2009 al successo di “Baby”

Sono andata a rivedermi una tua intervista sul set di “Amore 14”. Era il 2009, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, ma tu avevi già una sicurezza e una determinazione notevoli. Cosa provi quando ti rivedi? Ti riconosci?

Quando mi rivedo in “Amore 14” mi riconosco solo in parte. Sono cambiate molte cose da allora, sia nella mia vita personale, che nel mio percorso attoriale. Ad esempio, la voce che avevo in quel film, oggi la percepisco come lontana, non familiare: sono sempre io, è chiaro, ma a volte ho qualche difficoltà a vedermi, noto un forte stacco rispetto al presente.

Ho iniziato a lavorare che non avevo fatto esperienze attoriali di alcun tipo, e dopo quella prima prova (nata sui banchi di scuola) ho intrapreso un percorso di studi che mi ha permesso di ottenere dei risultati e mi ha portato ad avere un occhio diverso sulla recitazione.

Da “Amore 14” ad oggi sono passati tanti anni, nel frattempo ti sei fatto le ossa lavorando in molti film e serie tv. Al cinema hai lavorato in “Un amore così grande” di Andrea Biglione, “Un fantastico via vai” di Leonardo Pieraccioni; per la tv hai recitato in “Solo per amore”, “Tutti insieme all’improvviso” e “Baby”. Quando ti guardi indietro e ripensi a tutto quello che hai passato e imparato, cosa pensi?

Penso che è stato molto difficile: sono partito non da 0, ma -100 direi! Non sono mai stato un ragazzo particolarmente estroverso, quindi inevitabilmente ho dovuto fare i conti con le mie debolezze e fragilità. Non è stato semplice: se da un lato nutrivo grande interesse, amore e divertimento per questo mestiere, dall’altro c’era una indubbia incapacità nel farlo. Per riuscire a goderne, a lavorare in un certo tipo di ambienti, c’è voluto tanto impegno. Mi sono messo in discussione tante volte, non dando la colpa a nessun altro se non a me stesso in caso di insuccesso.

Giuseppe Maggio, tante commedie sentimentali fino al ruolo di Fiore in “Baby”

Qual è l’insegnamento più grande che hai appreso in tutti questi anni?

Proprio questo, a non attribuire necessariamente la colpa agli altri se le cose non vanno. Credo sia importante mettere, in prima analisi, sempre noi stessi sul banco degli imputati, per capire dove abbiamo sbagliato e dove si può migliorare. Nel momento in cui le cose non vanno, è necessario insistere, andare avanti, non mollare, continuare a migliorarsi. Se si hanno dei sogni e degli obiettivi, non ci si può dare per vinti di fronte a un fallimento, soprattutto se il raggiungimento di tali obiettivi ci rende felici.

Adesso che hai ottenuto notorietà e successo, è più facile ottenere delle parti? È diminuito il numero di provini che devi fare per entrare nel cast di un film?

Sì e no. Il numero di provini è diminuito nel senso che un responsabile casting, nel momento in cui si rivolge al mio agente, conosce già il mio curriculum e il tipo di lavoro che ho fatto. Ciò che mi capita oggi è di trovarmi in situazioni in cui magari la selezione è più ristretta, e anziché essere provinato insieme ad altri cento attori, ci troviamo ad essere venti o dieci, tutti provenienti da situazioni lavorative simili.

È anche vero che molto spesso in Italia esiste un pregiudizio, per cui se hai recitato in film leggeri e divertenti non sarai in grado di prender parte a progetti di tipo drammatico. Ciò è sbagliato perché il mestiere dell’attore si basa proprio su questo, cioè il fatto che un interprete possa affrontare ogni tipo di ruolo. Questo pregiudizio si applica a tutti, purtroppo, non solo con me.

Giuseppe Maggio, in arrivo un romanzo e due nuovi film

Come mai, secondo te, ciò accade?

Credo sia dettato da pregiudizi culturali, che sono sempre legati all’ignoranza. Io sono stato molto fortunato a incontrare sulla mia strada due persone colte, preparate e di esperienza come Gabriella Giannattasio (la casting director di “Baby”) e il regista Andrea De Sica, che non hanno avuto alcun tipo di preclusione nei miei confronti. Mi hanno dato l’opportunità di fare qualcosa di molto distante da quello che sono, di mettermi in discussione, di cercare una mia strada per incarnare un personaggio distante da me come Fiore in “Baby”.

Cosa ti ha lasciato dal punto di vista psicologico interpretare un ragazzo così diverso da te?

Una grande soddisfazione, soprattutto perché in pochi pensavano che io potessi fare un ruolo del genere. Per me diventare Fiore è stata una sorta di verifica rispetto a un metodo attoriale che uso, a un certo tipo di preparazione che faccio quando affronto un personaggio. Credo che se uno conosce la strada giusta e applica impegno e costanza nel lavoro, si possono acquisire risultati importanti, che magari non si potevano nemmeno immaginare: credo che la componente fondamentale sia la curiosità.

Io non ho fatto né il Centro Sperimentale né l’Accademia; sono andato in giro per il mondo a studiare recitazione, a Los Angeles, a Parigi, a Londra, ma ho imparato molto anche grazie alla mia curiosità, ho approfondito da solo una serie di tecniche e metodi. Il lavoro su Fiore è frutto anche di questo studio costante, che credo debba contraddistinguere la professione dell’attore. Vittorio Gassman, nel corso della sua vita, non ha mai smesso di studiare, e per me è un modello di riferimento imprescindibile.

Giuseppe Maggio, la notorietà mondiale grazie al ruolo di Fiore in “Baby”

Come si evolve il personaggio di Fiore nella terza serie di “Baby”?

Fiore ha avuto un’evoluzione importante già tra la prima e la seconda serie: per la prima volta nella sua vita ha ottenuto il potere, è diventato il primo, il punto di riferimento, senza padroni. Nella terza stagione Fiore dovrà capire se è in grado di adempiere a questo ruolo, se ha le spalle larghe per poterlo fare o no.

Che effetto ti fa sapere di essere visto in tutto il mondo grazie a Netflix, e poter entrare in contatto con un pubblico internazionale?

È una grande soddisfazione: una delle mie ambizioni è di essere un attore internazionale. A Parigi ho imparato il francese, recentemente ho girato un film in Spagna e ho appreso lo spagnolo, nei paesi anglosassoni e ho studiato bene l’inglese. La possibilità di relazionarsi con un pubblico diverso è appagante. Mi sento comunque molto italiano, amo i valori e le tradizioni del nostro Paese e mi piace l’idea di poterle portare in giro per il mondo, per far conoscere altri aspetti dell’italianità attraverso la mia recitazione.

Ad esempio, nel film “Explota explota” (di prossima uscita) sono un ragazzo italiano degli anni Settanta che deve partire per la Spagna per questioni amorose: poter incarnare un personaggio italiano che deve rapportarsi con degli stranieri, in un film che verrà visto anche all’estero, è per me una grande soddisfazione.

Hai scritto anche un romanzo dal titolo “Ricordami di te”, una storia d’amore senza tempo ambientata a Parigi. Di solito le opere prime hanno molto di autobiografico. Quanto c’è di te in questo libro?

Di Giuseppe c’è il fatto che ho vissuto per un periodo a Parigi, e proprio in quella città ho provato una sensazione particolare, quella di sentirsi a casa. Da questa sensazione nasce la voglia di scrivere un romanzo, con l’idea che il protagonista viva le stesse situazioni che provò Giuseppe a quel tempo. Dal punto di vista emotivo ci sono delle analogie molto evidenti, e anche Marcello è un protagonista che inevitabilmente ha dei pregressi vicini a quelli di Giuseppe. Quando devo interpretare un ruolo o scriverlo, come in questo caso, tendo a usare molte esperienze della mia vita passata e cerco di trasferire ai miei personaggi.

“Ricordami di te”, il primo romanzo scritto da Giuseppe Maggio

Perché hai chiamato il tuo protagonista Marcello? C’è qualche riferimento a Mastroianni?

Mastroianni per me è l’incarnazione dell’italianità, rappresenta nel nostro cinema il grande attore italiano famoso in tutto il mondo, quello che tutto il mondo ci invidia. La leggerezza e la poesia di Mastroianni sono qualcosa che mi affascina da quando sono bambino, e il protagonista del mio primo libro non poteva che chiamarsi così.

A un certo punto del libro il protagonista dice: “Sono alla ricerca di qualcosa di più grande, una forma di felicità che forse si intuisce solo come illusione e non si realizza mai”. È il tuo pensiero? La felicità vera è irraggiungibile?

Dal mio punto di vista la felicità non è necessariamente un punto d’arrivo, dovrebbe essere piuttosto un punto di transito per ognuno di noi. La felicità deve essere fatta di quotidianità, non la si può affidare a un obiettivo lontano perché quando poi si raggiunge o si supera diventa transitoria. La felicità dovrebbe essere uno stato costante e ricorrente, dovrebbe animare le nostre giornate, ed è realizzata e realizzabile attraverso delle scelte concrete, il volersi bene, il rispettarsi, l’avere la volontà di abbracciarsi da soli o prendersi cura di se stessi quando si ha bisogno.

Parliamo un po’ della tua esperienza in questo musical spagnolo dal titolo “Explota Explota”, ambientato negli anni Settanta e avente come fil rouge le canzoni di Raffaella Carrà. Come è andata con il canto e con lo spagnolo?

Con il canto è andata molto bene, anche se devo ammettere che quando ho fatto il provino ero spaventato: dovevo cantare, a cappella e in spagnolo! Alla fine l’ho presa con leggerezza, come un divertimento, come qualcosa che non doveva ridimensionarmi, e ho vinto il provino. Poi il regista Nacho Alvarez mi ha detto una cosa che mi ha fatto sorridere e capire tante cose. “Stai tranquillo perché hai una bella voce, sei intonato e ricordati sempre che se gli americani fanno volare delle persone, far cantare un attore al cinema è una cosa semplice!”.

Infatti, come accade normalmente ai cantanti quando devono preparare un disco, siamo andati in studio e abbiamo registrato le parti cantate in tranquillità. Poi sul set abbiamo recitato con il sottofondo delle nostre canzoni: nessun attore canta dal vivo in scena, ha il playback di se stesso. Insomma, alla fine mi sono divertito moltissimo, è stata una delle esperienze più belle della mia vita: pensa che abbiamo anche conosciuto Raffaella Carrà, che con noi è stata deliziosa, una forza della natura.

Giuseppe Maggio, di prossima uscita il musical spagnolo “Explota explota”

So che prima del lockdown stavi anche lavorando a un film romantico dal titolo “Sul più bello”. Di cosa si tratta?

È una storia d’amore sui generis, per la regia di Alice Filippi; il film è stato scritto da Roberto Proia, che è anche il produttore, ed è una commedia romantica e leggera ambientata a Torino. È un progetto che mi interessava fare perché, venendo dalla terza stagione di “Baby”, per me rappresentava un bel cambio di personaggio: passare da un cattivo a un ragazzo normale che affronta la vita e i doveri di un venticinquenne è un bello stacco, e qualcosa che mi aiuta a modulare bene la mia carriera.

Tanta recitazione ma anche gli esami a Lettere e Filosofia

In tutto questo so che stai continuando a studiare alla facoltà di Lettere e Filosofia. Come vanno gli studi? Quanti esami ti mancano?

Mi mancano 7 esami. Ho avuto un percorso tormentato dal punto di vista accademico: inizialmente facevo legge. Ero arrivato al terzo anno, alle procedure, quando ho capito che non faceva per me. Ho deciso così di iscrivermi a Lettere e Filosofia e di prendere un indirizzo più vicino al cinema e allo spettacolo. Questi studi mi arricchiscono moltissimo e mi danno molti spunti e stimoli. Non è facilissimo studiare alla Sapienza di Roma, una delle facoltà più rinomate e storiche che abbiamo in Italia. Per preparare un esame ci sono sempre almeno 4 o 5 libri da sapere bene, spesso sono impegnato sul set quindi non è facile gestire tutto. Ma piano piano ce la farò!

LEGGI ANCHE: Lucio Leoni: “Alternativo? Preferisco essere definito teatrale” [INTERVISTA ESCLUSIVA]

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