venerdì, Luglio 3, 2020

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Possono fregiarsi del bizzarro titolo di alfieri della ripartenza in campo musicale, i Perturbazione. La storica band di Rivoli ha tenuto pazientemente in canna l’ultimo album Dis(amore) per quasi tre mesi. Inizialmente previsto per un lancio ad inizio primavera, il disco finì bloccato per volontà degli autori all’inizio della pandemia. C’era la volontà di trovargli una finestra di mercato che andasse oltre l’airplay radiofonico o lo streaming. La pazienza sembra aver pagato, e mentre i primi timidi negozi provano a respirare, l’album trova finalmente la via della pubblicazione.

Accompagnato da quattro singoli e due interessantissimi videoclip, Dis(amore) è il lavoro del ritorno per i Perturbazione. Lontana dagli studi di registrazione ormai da inizio 2016, la band è passata attraverso un riassestamento della formazione e un nuovo cambio di etichetta. Pesso la Ala Bianca Records ha trovato lo spazio per imbarcarsi in un progetto ambizioso, addirittura sopra le righe nel contesto italiano. Dis(amore) è infatti un concept, un disco lungo e articolato narrativamente con ambizioni quasi cinematografiche. Un lavoro da ascoltare per intero, segnato da influenze letterarie e ideali teatrali di rappresentazione. Ha raccontato il ritorno dei Perturbazione, il percorso degli scorsi anni e l’imponderabile presente della musica italiana Tommaso Cerasuolo, vocalist e leader ideale della band.

Com’è far uscire un album dopo averlo tenuto in sospeso per tutto questo periodo?

Perturbazione: È complicato, ma intendiamoci, far uscire un disco era complicato anche prima. Oggi non è facile. Siamo fortunati, con Ala Bianca ci siamo trovati d’accordo: non aveva senso rimandare ancora, in attesa di una riapertura totale. Volevamo la rete distributiva, posti dove poter trovare fisicamente dischi e vinili. Sui concerti sapevamo che era un altro campo. Ma abbiamo una bella squadra, condividiamo una passione che si è incrociata con tutti gli altri casini della vita. Questa situazione ha solo esposto delle fragilità che facevano già parte di noi.

L’idea iniziale era raccontare Dis(amore) con un triplice evento teatrale.

Insieme ai live e ai concerti volevamo fare queste tre presentazioni, un po’ diverse: alcune canzoni del disco, con Francesco Montanari a leggere pagine degli scrittori le cui pagine sono dietro Dis(amore). Buzzati, Parise, Albinati, Romagnoli, ovviamente Natalia Ginzburg. Loro sono confluiti nelle canzoni dell’album, e Francesco li avrebbe riletti accompagnato da noi. Non il classico reading. Stavamo giusto provando, poi è arrivato il casino e ora è tutto sospeso. Il teatro oggi ci piace anche più del locale. Ma restiamo un gruppo rock, ci piace la piazza come il palco. Arrivare con l’idea di conquistarsi il pubblico con l’empatia.

Senza neanche volerlo, la quarantena è finita a dialogare con molti dei temi del disco, penso anche all’incomunicabilità centrale nel video di Io Mi Domando Se Eravamo Noi.

È come un doppio binario di lettura. La quarantena è quella che ci impone indirettamente il partner, nessuno può capire appieno il linguaggio dell’amante. Nel caso del video di Fabio Capalbo la cosa strana è stata proprio girarlo il 7 e l’8 marzo. Il sette gli esterni, l’8 mattina dovevamo andare negli studi, con i protagonisti. Noi dovevamo fare un cameo. Sabato sera alle dieci ci chiamano: “C’è un problema”. Mi sa che se entravamo nello studio non uscivamo più. Quindi hanno finito loro, non aveva senso rimandare. Il direttore della fotografia è finito in quarantena non so quanto per rientrare in Trentino.

Ma il video e musica in realtà si completano fino a un certo punto. Il bello del disco è che le canzoni parlano molto anche con il mutare della nostra vita. Più si evita il didascalismo meglio è. Non c’è bisogno di menzionarlo per finire a parlare del Coronavirus. Oggi la musica vuole sbatterti in faccia le cose, senza lasciare spazio all’ascoltatore. Ma devi far parlare le metafore, cose che portino significato e svelino le prigioni del presente. Ci vuole elasticità.

Più i brani sono personali più paradossalmente diventano universali.

È stranissimo, io non l’ho mai capito. Funziona per contrasti. A liceo ti insegnano di mettere parole grandi, Infinito, Universo, Anima, tutti i paroloni… ma Leopardi per parlare dell’infinito parla di una siepe. Ci dà la profondità di campo. Sono dettagli quotidiani, ma non per questo triviali. Se vuoi parlare del tuo telefono, senza metterci il gergo di Facebook e Instagram, parla di uno schermo: quello vuol dire tutto, si relativizza e acquisti fiato. Ma oggi si vuole molto nominare. Kebab, sigarette, letti sfatti… nel pezzo Regime Alimentare ci scherziamo, su questa cultura invasiva che ci entra in casa anche senza volerlo. È tutto de-eroticizzato, pornografico.

Parliamo proprio dei video di Capalbo. Compongono una specie di racconto unico, cosa in tono con l’idea di concept.

Volevamo lavorare più su un percorso che su un singolo video, e per questo ci siamo affidati a lui. Io stimo quel tipo di lavoro, ma fatico a vedere i personaggi delle mie canzoni: è che non li ritrovo negli attori. Noi usiamo tantissimo gli ambienti della nostra casa, libri, dischi. I personaggi erano eterei, acquistavano il volto degli amici a cui andavo a rubare le storie o i racconti. Mi piace poterli immaginare. Io li avevo persino disegnati! Il video ti regala una magia e ne toglie un’altra. Le canzoni cambiano se ascoltate da soli o se visualizzate. E’ un’altra forma espressiva. Siamo grati a Fabio per aver intuito il percorso da fare, e che abbia coinvolto la sua compagna come attrice nella realizzazione.

Il concept è un classico, ma proprio oggi è un’idea ambiziosa: ora come ora la forma-disco quasi non esiste.

Siamo testardi e bastian contrari. Siamo piemontesi e pugliesi. Siamo dei muli. Ce ne freghiamo anche un po’. Devi inseguire la tua musa. Oggi siamo tornati un po’ agli anni 50, al singolo perenne. Poi però già allora arrivarono i Beatles e St Pepper a cambiare tutto. Alla lunga sono le grandi storie che restano. Prendi le serie: in quelle di oggi c’è un patto narrativo degli autori con il pubblico, inizio e fine. Quel formato è ricercato. Nella musica, al momento no. Ma queste sono pietre che rotolano. Scrivere per inseguire le tendenze ti fa impazzire, meglio l’onestà.

Le strumentali sono molto uniformi, c’è veramente la sensazione che sia un unico grande brano con più movimenti.

Il segreto è Cristiano lo Mele, produttore e chitarrista. È cresciuto enormemente in questi dieci anni. Suona in tanti progetti, anche secondari, che l’hanno influenzato tantissimo. I Totò Zingaro, per esempio, con la rielaborazione della canzone popolare in blues. E’ diventato più bravo e ricco, ci propone idee, e già un gruppo onnivoro come il nostro rimbalza tra epoche e stili. Mostrami una Donna è fortemente influenzato dagli Smiths, abbiamo capito che era la nostra roba naturale; poi gli abbiamo fatto il trattamento Velvet Underground, con i tamburelli narcotici… E ora sembrano i Beach House: parti da una decade, vai all’indietro e arrivi al contemporaneo. È la nostra forza in quanto gruppo, a differenza di quei solisti che devono affidarsi ai produttori per trovare il loro suono.

Chi sono i padri in termini di scrittura?

Natalia Ginzburg importantissima, anni fa lavorammo ai suoi testi teatrali. Lei scrisse tanto sulle assenze, raccontando le vite di personaggi nominati e mai presenti. Poi Domenico Starnone, Romagnoli, Albinati, Buzzati, Parise, Fonana, gli stessi a cui avremmo dedicato lo spettacolo con Montanari. E poi ho pensato a Carver, con la sua quotidianità domestica sconvolta dalla violenza e dall’inevitabilità. Poi John Cheever, consigliato da Rossano Lo Mele (batterista della band, ndr), con il tema del doppio matrimonio, la doppia vita,  l’omosessualità… Con Rossano ci consigliamo un sacco di roba. Il nostro punto di vista è più maschile, ma nel nostro contrasto c’è la conflittualità del rapporto. Gli opposti si attraggono.

L’ultimo lavoro era Le Storie Che Ci Raccontiamo, e risale a più di quattro anni fa. Allora cambiaste etichetta e formazione. Cosa è cambiato?

Le Storie che ci Raccontiamo è un disco di passaggio L’abbiamo capito dopo. La titletrack è tra le nostre cose più belle, ma nel complesso resta in scia a Musica X, quel lavoro di bassi e campionamenti che è piaciuto a metà. Ecco, per me quello fu molto interessante. Campionare noi stessi e risuonarci aveva una corrispondenza estetica con i testi dell’album; l’avevo trovato tra i più onesti. Poi ad alcuni ha fatto schifo, per carità. Invece quello del 2016, per arrivare al punto, non ci aveva visti capaci di gestire la formazione a quattro. Gli spiriti di Gigi Giancursi ed Elena Diana stavano ancora lì. Poi qualcuno l’ha apprezzato. C’è un disco per ogni anima. Canzoni allo specchio per esempio era stranissimo, e ho imparato a volergli bene con gli anni. L’ho riascoltato da ubriaco, gli ho trovato un sacco di fascino imperfetto, immaturo e pieno di idee. Quello è amatissimo, come anche Pianissimo Fortissimo. Questi quattro anni di lavoro con il teatro ci hanno restituito l’importanza della narrazione. E abbiamo capito che i dischi imperfetti e vitali non sono quelli fatti per fare dieci singoli. Poi Cristiano Lo Mele, lui migliora come il vino.

Avete una storia turbolenta con le major. Come siete approdati a Ala Bianca?

Ovunque siamo andati abbiamo trovato una crisi. Sembra strano ma è vero. Il primo giorno che arrivammo in Mescal scoprimmo che erano entrati in causa con i Subsonica. Ce lo dissero così, a cena. Ora siamo contenti di Toni Verona e di Ala Bianca. Lui voleva l’lp fisico. Parlano di Toni come un gran signore, un gentiluomo della discografia. Abbiamo preso accordi e budget per studio, mix e video. L’impianto loro è forte, lavorano con respiro. Siamo grati a lui e al manager Luca Bernini, che ci conosce da anni, come un tutor.

Sono stati anni difficili: Valerio Soave di Mescal ci ha voluto bene, ma i nostri lavori di quel periodo non gli interessavano, e infatti Le Storie è stato ultimato con una certa ambivalenza, con disamore, appunto. Era una fase complessa, noi abbiamo un’età e un catalogo di lunga data. Ripartire dalle persone non è stato facile. Ci è voluto tempo, ma con fatica e ostinazione abbiamo messo insieme un gruppo di collaboratori fidati. Questi sono stati i nostri quattro anni. Come dicevo la discografia era una macchina arrugginita già da prima del Covid.

E cosa cambia adesso, a proposito di Covid?

Sarebbe innanzitutto necessario riformare un’associazione di categoria, una voce sola che si rapporti al governo. Questo è un momentaccio per tutto il mondo culturale. L’ambiente affronterà una scrematura, forse toccherà persino a noi, chi lo sa. Ci vuole l’umiltà di rendersene conto. Ma l’intero sistema deve iniziare ad uscire dall’idea di emergenza, e pensare a quando sarà finito tutto. Magari tra un anno o due. Ci vorrà un piano maggiore. Per ora, ci basta il conforto spirituale. Nelle settimane più buie scendevo in balcone e suonavamo per la gente di sotto, il sabato pomeriggio. Si stava bene. È una situazione più complessa del bianco-nero a cui ci hanno abituati in questi mesi.

Come proseguirà la vita del disco?

Ora come ora vogliamo goderci la telefonata di un amico che non sentivi più, e che ti racconta cosa ha provato ascoltando l’album. Dare spazio a quello zoccolo duro di amici, che si è preso il tempo per entrare nel disco, e a cui hai sempre tenuto compagnia. Quello è bello. Ma non possiamo fare le Cassandre, né pensare di ripartire domani. Io non voglio sbattermi per fare due concerti a luglio. È la continuità che è sparita. C’è però un bel progetto con Bao Publishing: abbiamo scritto una graphic novel io e Rossano con i disegni di Davide Aurilia, dovrebbe uscire nel 2021 e avrà il titolo di un brano dell’album. Noi siamo un gruppo diesel, non abbiamo fretta. Il disco lo fai anche per lasciarti sorprendere da cosa verrà dopo.

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