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Proteste negli Usa: scatta il Black Out Tuesday ma Trump vuole mandare l’esercito

Non si arrestano le manifestazioni ma anche gli scontri e le violenze negli Stati Uniti per la morte dell’afroamericano George Floyd il 25 maggio, causata dalla polizia a Minneapolis. Per il settimo giorno consecutivo le maggiori metropoli degli Usa ma anche molte altre città sono nel caos. Molti cittadini manifestano in corteo e sfidano il coprifuoco imposto dalla autorità. Oggi 2 giugno scatta il #BlackOutTuesday. I movimenti di protesta come Black Lives Matter chiedono a tutti di postare sui social soltanto immagini nere. Una sorta di blackout digitale per richiamare l’attenzione sulla questione razziale riesplosa in America.

Trump parla di terrorismo

Due persone sono rimaste uccise durante i disordini a Chicago nelle ultime ore. Oltre 60 gli arresti. Dopo l’arresto e la morte di Floyd, 46 anni, i cittadini scesi in piazza e arrestati sono migliaia. Trump ha definito “atto di terrorismo interno” le proteste violente esplose in tutto il Paese dopo la morte di George Floyd. E pur di porre fine ai disordini ora minaccia di mobilitare l’esercito americano contro cittadini americani. Invocando l’Insurrection Act del 1807 che dà a un presidente il potere di dispiegare militari all’interno del territorio degli Stati Uniti. “Io sono il presidente dell’ordine e della legalità“, ha scandito il tycoon, mentre in sottofondo si udiva l’eco degli spari dei gas lacrimogeni lanciati dalla polizia militare contro i manifestanti che, sfidando il coprifuoco, stavano pero’ protestando pacificamente.

Un post di istruzioni su Twitter indica come partecipare al Black Out Tuesday

Cortei, sit-in e violenze

Molte le manifestazioni pacifiche (nella foto in alto, dall’account Twitter di Shumesa, @shumesa13, a Stocktown, California) e i sit-in che si susseguono. Molte, purtroppo, anche le violenze della polizia e della guardia nazionale inviata da Trump. Persone brutalmente picchiate dalla forze dell’ordine sotto le riprese dei telefonini. Proiettili di gomma sparati anche all’indirizzo dei giornalisti. Immagini che continuano a fare il giro del web. Non mancano violenze e saccheggi da parte di manifestanti. Negozi devastati e derubati, edifici delle forze dell’ordine e concessionarie di auto date alle fiamme. Si temono infiltrazioni di “casseurs” nei cortei per alimentare il caos. “Non possiamo permettere che le proteste pacifiche vengano manipolate da anarchici di professione e gruppi antifa” ha detto Trump scatenando nuovo polemiche.

Episodi di solidarietà

In diversi casi, però, si registrano episodi di solidarietà e fratellanza. A Flint, in Michighan, uno sceriffo ha deposto le armi per unirsi ai manifestanti e chiedere giustizia per George Floyd. A Miami in Florida diversi poliziotti si sono inginocchiati, in segno di rispetto e vicinanza, per le vittime della brutalità della polizia.

Il presidente nel bunker

Forti polemiche ha destato la scelta del presidente degli Stati Uniti di rifugiarsi in un bunker all’interno della Casa Bianca, per alcune ore lo scorso fine settimana su consiglio dei servizi di sicurezza. La Casa Bianca a un certo punto è stata anche abbuiata, facendola restare a luci spente, come avviene solitamente in caso di morte del presidente. A Washington però la folla continua a radunarsi davanti a una Casa Bianca blindata, mentre lunghi cortei si snodano a New York, Philadelphia, Atlanta. La polizia di St. Louis, nel Missouri, ha denunciato che quattro suoi agenti sono stati colpiti da armi da fuoco durante le proteste per l’uccisione di George Floyd. “Sono stati tutti trasportati in ospedale, sono coscienti, riteniamo che non siano in pericolo di vita”, ha reso noto il dipartimento metropolitano su Twitter. La situazione nel centro della città del Missouri è ancora tesa.

 

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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