lunedì, Luglio 13, 2020

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Nanoparticelle d’oro, è italiana la nuova ricerca per battere l’Alzheimer

Esistono nanoparticelle in oro che riescono a salvare i neuroni del cervello dalla morte. E aprono nuove prospettive sia per le malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer e la corea di Huntington, sia per quelle neurologiche, come epilessia e ictus. Ma anche per i traumi cerebrali.

Una ricerca guidata dall’Italia

Le nuove nanoparticelle d’oro costituiscono il risultato di una ricerca internazionale che “parla” italiano. La ricerca è apparsa sulla rivista della Società Americana di Chimica, ACS Nano, coordinata dall’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Lecce. Sotto la guida di Roberto Fiammengo, e condotta in collaborazione con Università di Genova, Imperial College e King’s College di Londra, Center for Synaptic Neuroscience and Technology dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e Max Planck Institute for Medical Research di Heidelberg.

Il compito delle nanoparticelle

Circa 50 volte più grandi delle molecole alla base dei farmaci classici, le nanoparticelle riescono a bloccare in maniera selettiva i recettori localizzati all’esterno delle sinapsi. Ossia delle strutture che permettono la comunicazione tra le cellule nervose. Uno speciale rivestimento consente inoltre di mantenere inalterata la corretta trasmissione dei segnali nervosi, evitando l’eccessiva attivazione che induce i neuroni alla morte.

Contrasto del glutammato

Viene in questo modo contrastata l’azione del glutammato, il neurotrasmettitore normalmente coinvolto nella comunicazione tra i neuroni. Il quale però in alcuni casi può stimolarli eccessivamente fino a causarne la degenerazione e la morte. Questo fenomeno è frequente in molte malattie neuroinfiammatorie e neurodegenerative, quali la malattia di Alzheimer e la corea di Huntington. Non ne sono esenti altre malattie del sistema nervoso, come l’epilessia e l’ictus, e nei traumi cerebrali.

Terapie mirate

I risultati, rileva l’Iit, gettano quindi le basi per trattare le malattie neurologiche che hanno alla base l’eccessivo rilascio di glutammato. In particolare, la possibilità di bloccare i recettori all’esterno delle sinapsi senza interferire con la trasmissione dei segnali, apre promettenti prospettive di terapie mirate e prive di importanti effetti collaterali. “Anche se le nanoparticelle non sono ancora utilizzabili in terapia – spiega all’Ansa Pierluigi Valente dell’Università di Genova, primo autore dell’articolo scientifico – questo studio evidenzia che le nanotecnologie possono fornire indicazioni importanti per la cura di numerose patologie neurodegenerative e neuroinfiammatorie”.

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