venerdì, Agosto 7, 2020

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Aglaya Jiménez Turati: l’importanza dello storytelling come “cura” contro le discriminazioni

Ogni giorno sono sempre di più le persone che combattono contro le discriminazioni sociali. All’interno di questa imponente piaga mondiale, esistono diversi livelli di separazione: discriminazione di genere, di razza, di religione, di sesso, di provenienza, di estrazione sociale, di età. Diverse sono le associazioni che si muovono con l’obbiettivo di porre rimedio a questo male comune. Una voce significativa in questo senso è senza dubbio quella di Aglaya Jiménez Turati, che vede nello storytelling terapeutico un sistema innovativo per trovare una “cura” contro le discriminazioni.

Italo-colombiana, consulente in comunicazione, attivista per i diritti delle minoranze e delle donne, è la fondatrice di Peace Words. L’associazione nasce per combattere le discriminazioni cercando di utilizzare il dialogo, anche interculturale, come strumento di comprensione e accoglienza delle diversità. Abbiamo raggiunto Aglaya e le abbiamo chiesto di parlarci di alcuni dettagli legati ai suoi progetti.

Aglaya, come e quando nasce Peace Words?

È un’associazione che ho fondato nel febbraio del 2015 composta da pochissime persone che si sono aggiunte negli anni. Nasce grazie alla mia esperienza accademica con il dottorato in Comunicazione Sociale ed è legata anche alla mia esperienza personale. È un’associazione finalizzata a promuovere il senso di pace; pace vista nel senso più positivo del termine. Dunque, non solo come assenza di conflitto, ma una cultura nella quale si rafforzino i diritti, non ci siano ingiustizie e si contrastino le violenze. Il concetto alla base dell’associazione è per questo legato all’armonia nella società. I primi progetti che abbiamo fatto sono ovviamente legati al contrasto della discriminazione. Delle piaghe, che anche nella nostra società (senza andare necessariamente in una società in conflitto o post conflitto) stanno creando moltissimo dolore. Peace Words significa “parole di pace” e di fatto alla fine, seppur all’inizio non era pensata così, mi sono sempre più specializzata nello storytelling terapeutico nell’ambito della comunicazione. E forse per coincidenza ho iniziato a fare sempre più progetti legati alla parola, al dialogo e alla narrazione.

Alla base della sua associazione ha individuato le sue esperienze accademiche e personali. Se dal punto di vista della preparazione professionale, vanta una carriera nell’ambito della comunicazione sociale, in che misura il suo vissuto è presente nell’anima di Peace Words?

Diciamo che c’è sempre qualcosa che viviamo nella vita che ci porta in una direzione piuttosto che in un’altra. E credo fermamente che siamo definiti oggi da quello che abbiamo vissuto in passato. E Peace Words rappresenta il mio contributo, ma anche il mio riscatto rispetto a quello che è il mio passato ed influenza fortemente l’associazione. Infatti, in un certo senso, sono io Peace Words.

In che modo la piaga della discriminazione sociale è affrontata nei progetti sviluppati da Peace Words?

Il primo progetto è stato di digital storytelling in cui ho raccolto delle storie. Testimonianze di violenze e discriminazione. Benché io avessi scelto di aprirlo un po’ a tutto, mi sono arrivate solo due tipi di testimonianze legate: alla violenza di genere e al razzismo. Ed è lì che mi sono resa conto dell’importanza della narrazione e dello strumento dello storytelling. Oggi non è facile ancora raccontare la propria esperienza; capita infatti che la società piuttosto che supportarti tenda, sempre più spesso, a giudicarti. Tuttavia, nonostante questa sorta di blocco, ho ricevuto dei feedback molto positivi. Per esempio, una delle persone che ha scritto la sua storia, mi ha confessato che grazie al fatto di aver partecipato al mio progetto, ha capito che comunque forse aveva un trauma da superare ed ha iniziato a farsi seguire da uno psicoterapeuta. Queste sono soddisfazioni incredibili perché ti rendi conto di aver aiutato qualcuno a superare questo. Ma anche nei laboratori creati dall’associazione, aperti a tutti e basati sul confronto diretto, ho visto persone che magari non avevano vissuto queste cose e volevano partecipare per avvicinarsi; queste riuscivano veramente ad entrare nella prospettiva di chi raccontava la propria storia, cambiando così il modo di vedere ed approcciarsi a certe situazioni. Anche lì è una grande soddisfazione, perché certe volte si pensa che bisogna rivolgersi solo alle vittime (che comunque devono sempre essere messe al primo posto). Però bisogna anche capire che se non si “educano” le persone a riguardare la stessa cosa con occhi diversi, con gli occhi dell’empatia, non cambierà nulla; perché ci sarà sempre qualcuno che guarderà con il giudizio e il pregiudizio invece che con la comprensione e il supporto.

Aglaya, tra tutte le storie raccontate e ascoltate, ce n’è qualcuna che in qualche modo l’ha colpita particolarmente?

Di storie ce n’è sono tante, se dovessi parlare di qualcuna che mi ha colpito in positivo sicuramente potrei fare riferimento al progetto di Storytelling Talks. Tra quelle che mi stanno particolarmente a cuore c’è l’incontro in cui si parla della creazione di fratellanza, da una prospettiva del tutto femminista; perché io sono una dichiarata femminista. Mi piace molto il lavoro che viene fatto con le minoranze, ma soprattutto con le donne, in un’area della Colombia in cui si lavora in modo attivo con donne che spesso vengono da situazioni molto difficili. Credo poi che sarà molto interessante l’appuntamento con un’Aymarà che viene dal Cile, lei parlerà proprio di come la medicina tradizionale spirituale degli Aymarà si basa su tante cose simili a quelle che cerco di sostenere io: ovvero sulla narrazione terapeutica proprio come contatto tra le persone e “cura”. Se invece devo parlare delle esperienze negative, posso dire che alcune sono davvero difficili e riguardano soprattutto la violenza di genere. Queste risultano anche difficili da leggere. Infatti mi ricordo che, quando a febbraio 2020 abbiamo celebrato il compleanno di Peace Words, avevo chiesto ad un’attrice di leggere una di queste storie, ma lei mi ha detto che non riusciva a farlo: “Non riesco ad interpretarla”.

Ai suoi progetti è legata anche la pubblicazione di un libro, Tell us your Story. Quali sono le peculiarità di questo testo?

Il libro si lega al primo progetto che ho fatto #tellusyourstory, ed è appunto una raccolta di storie. Ma non solo, nel testo approfondisco come utilizzo io lo strumento dello storytelling terapeutico e quali prospettive avevo all’epoca della stesura del libro, che poi sono state quelle di portare avanti in modo più concreto questa pratica che considero veramente molto utile e importante da diffondere.

A tal proposito le chiedo: perché è così importante lo storytelling terapeutico?

Non voglio dire che è un termine coniato da me, si basa su concetti già esistenti ma io ho cercato di definirlo. Come diceva Aristotele noi siamo animali sociali e siamo anche dialogici. E anche se non abbiamo il dono fisico della parola, chiunque ha il dono della comunicazione. Ed è il modo più autentico per metterci in contatto con chi abbiamo davanti. Ascoltare, accogliere ma allo stesso tempo anche donare chi siamo a qualcun altro e ricevere quel qualcun altro in dono. Lavorando sui linguaggi è possibile dare prospettive diverse rispetto a quelle cose che spesso appaiono scontate da quel senso comune, che pensiamo siano normali che in realtà sono parti di un costrutto. Con lo storytelling terapeutico abbiamo modo di lavorare su questo, perché se lavori sull’immaginario collettivo, stai lavorando su tutto.

Dopo la pubblicazione di questo libro, che possiamo definire dai tratti innovativi, che tipo di riscontro ha trovato?

Non è facile avvicinarsi alle persone, anche attraverso storie di dolore, perché la gente è satura, anche a livello mediatico, di dolore e di violenza. In realtà la difficoltà è questa, perché io ne parlo in modo completamente diverso e non “vendo il dolore”. Il mio obiettivo è quello di lavorare soprattutto sull’aspetto empatico, sulla comprensione, e anche all’educazione della lettura di queste cose per cambiare la propria prospettiva e di conseguenza la stessa società. Questo attraverso il racconto del dolore sicuramente, ma cerco di usare in modo costruttivo lo strumento dello storytelling. Questo alla fine mi ha portata comunque ad avere un riscontro molto positivo tra la gente.

L’importanza dello storytelling come strumento per “curare” la società dalla piaga delle discriminazioni è l’anello portante di Peace Words. In merito al nuovo progetto di Storytelling Talks cosa può dirci?

In realtà è un modo per avvicinare le persone ad un’altra prospettiva, quello che è lo storytelling terapeutico, quindi “talks” è una conversazione. Si tratta appunto di conversazioni che io tengo con persone che hanno da condividere un’esperienza importate, rispetto all’utilizzo dello storytelling come strumento. Lo storytelling terapeutico è di base comunicazione autentica e in quanto tale, ci permette di guardarci come all’essenziale, come persone, come essere umani, spogliandoci alla fine di tutti i costrutti che la società crea. Guardarci con le nostre debolezze, le nostre virtù e anche con le nostre emozioni. È un po’ un seme, dopo che lo hai gettato non lo puoi ignorare e prima poi fiorisce dentro di te. Le persone con cui parlo nel progetto di Storytelling Talks hanno fatto qualcosa legata in qualche modo ad una trasformazione in ambito sociale e collettivo con progetti legati alla narrazione. Ad esempio, Eymard Puerto lavora come formatore per insegnati che lavorano in una regione della Colombia che si chiama Catatumbo; questa è una delle aree più devastate dal conflitto e vive in condizioni molto difficili e delicate. Loro lavorano con bambini e con ragazzi che si incontrano nelle scuole e sono figli di fazioni opposte, in conflitto; si può immaginare come in questi contesti con ragazzi così giovani possa essere facile far innescare la miccia. Questi professori devono dunque lavorare in maniera incredibile attraverso il dialogo, cercando di riportare l’equilibrio in un contesto nel quale dove appena esci dalla scuola trovi la baraonda.

Durante l’elaborazione e lo sviluppo dei suoi progetti, legati allo storytelling terapeutico, ha incontrato ostacoli o difficoltà? 

Sicuramente qualsiasi cosa di innovativo, come quello che sto facendo, incontrerà sempre degli intoppi. Credo che proprio la peculiarità dell’essere innovativo la renda qualcosa che sorprende inizialmente. Le difficoltà ci sono state e anche le critiche, io sottolineo sempre che non tolgo il lavoro a nessuno e non mi permetterei mai di spacciarmi per qualcuno che non sono. Quello che faccio è completamente diverso da ciò che viene fatto nell’ambito dello storytelling nella psicoterapia. Tuttavia, io sono soddisfatta di ciò che ho fatto, ho ottenuto diversi riscontri positivi e sono quelli che mi motivano. In passato non è mancato nemmeno il desiderio di mollare, ma oggi sono più soddisfatta che mai di non aver ceduto e oggi sono più convinta che mai di voler proseguire in questa direzione.

Prima di salutarci, le chiedo Aglaya: quali sono i suoi progetti futuri?

A breve uscirà il libro Lo Storytelling Terapeutico e sarà un libro rivolto a tutti, ma soprattutto a chi lavora in contesti in cui si interagisce con le persone, penso ad esempio alle ONG. Perché è un libro che non solo espone delle testimonianze, ma vuole porsi come una sorta di manuale. Cercherò infatti di rivolgerò anche nell’ambito della formazione. Ho forti ambizioni, spero che quello che sto facendo possa diventare, nell’ambito della comunicazione, qualcosa che abbia un certo rilievo anche per poterlo diffondere. Mi piacerebbe potesse nascere una sorta di movimento per poter lavorare con questo tipo di strumento in più contesti. Guardo per esempio a ciò che stiamo facendo con un gruppo di persone in Colombia e che sta andando molto bene. Io credo che le basi ci sono e spero tanto che si ciano anche i risultati.

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