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Alessia Barela: «Non è la Rai mi ha salvata. Amo recitare con Claudio Amendola» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Un’interlocutrice tanto sagace e curiosa quanto generosa e diretta. È questo il primo pensiero che salta alla mente dopo aver chiacchierato amabilmente con Alessia Barela, attrice di cinema e di televisione, appassionata di ogni tipo di arte, affermata e stimata professionista del mondo dello spettacolo italiano e non solo.

Il motivo della nostra conversazione? Il ritorno di “Nero a metà”, seconda stagione della fortunata fiction in onda su Rai Uno dal 10 settembre in prima serata (in cui interpreta Cristina, la donna di cui si innamora il protagonista Carlo, interpretato da Claudio Amendola). Un bel pretesto per approfondire la conoscenza di questa artista, di padre di origine spagnola e madre abruzzese, nata a Chieti ma trasferitasi poi a Roma, dove ha intrapreso una carriera di successo tra teatro, piccolo e grande schermo.

Alessia Barela, dal 10 settembre di nuovo in onda su Rai Uno con “Nero a metà”

Dagli inizi presso i palcoscenici off di Roma, al debutto al cinema nel 1998 con il film “Un anno in campagna” diretto da Marco Di Tillo, passando per la partecipazione a “Non è la Rai” (dove è diventata amica di Sabrina Impacciatore, Lucia Ocone e Claudia Gerini, solo per citare alcune delle sue illustri colleghe) e a serie come “La squadra”, “Tutti pazzi per amore”, “Una mamma imperfetta” e “La porta rossa”. La nostra chiacchierata parte da ben prima, da quando giovanissima rinunciò alla passione per il restauro per passare al mondo dello spettacolo.

Avresti voluto fare la restauratrice, poi però hai scelto la carriera della recitazione. Quando hai capito che la tua strada era sul palcoscenico e sui set, e non nel mondo del restauro?

Sono sempre stata una persona molto dinamica, da piccola ero iperattiva e papà mi metteva spesso davanti ai mobili con i colori o i pennellini, un’attività che io adoravo! Poi, da giovanissima, ho vinto un concorso della Regione e sono andata a fare questo corso di restauro, in contemporanea con la scuola di teatro. A volte facevo dei provini, altre volte facevo qualche spettacolo, ero proprio agli inizi.

A un certo punto i lavori teatrali sono diventati più importanti e così ho dovuto fare una scelta. Se devo essere sincera il mio primo grande amore è stata la danza (ho fatto classica per dieci anni), e io credo non ci siano molte differenze con la recitazione: sono entrambe delle forme di comunicazione, ed entrambe prevedono lo stare su un palcoscenico. In tutte e due le arti lo strumento principale è il corpo, nella danza è l’unico e fondamentale, nella recitazione si usano anche la voce e la mimica. Insomma, non sono mai stata una che aveva le idee chiare sin da piccola, il grande amore per la recitazione è arrivato intorno ai vent’anni.

Alessia Barela, una vita tra teatro cinema e televisione

I tuoi genitori ti hanno sostenuto nelle tue scelte artistiche?

Devo ammettere che avevano il terrore che io smettessi di studiare. Sia papà che mamma erano dei gran secchioni (si sono laureati prestissimo e sono diventati lei un insegnante, lui un primario), e in famiglia non c’era mai stato nessuno che avesse intrapreso una carriera di tipo artistico. Anch’io all’inizio ero scettica sul fatto che i miei sogni potessero diventare un lavoro, ecco perché ho seguito con convinzione e grinta la scuola di restauro, fino a quando la vera passione si è manifestata con tutta la sua forza!

Hai mai avuto dei ripensamenti a proposito di questa scelta?

No, anche perché continuo a restaurare mobili in casa, mi sono messa da sola il parquet sul pavimento. A volte vado nei cassonetti a cercare cose che la gente butta, non sapendo che ci sono dei mobili che nel modernariato hanno un valore notevole. Pensa che c’è stato un periodo in cui abitavo al Pigneto (un quartiere di Roma, ndr) nel momento in cui stava diventando una zona di moda. In quel periodo molte persone anziane lasciavano le proprie case, e solitamente i figli le vendevano agli studenti o le ammodernavano.

Ebbene, sono diventata amica di due ragazzi che si occupavano di ristrutturazioni, che mi chiamavano ogni volta che per strada vedevano dei mobili abbandonati che avrei potuto restaurare e fare miei! Adesso sono a casa di mia madre al Circeo, e anche qui ho già iniziato a fare dei piccoli lavori di restauro sui suoi mobili. È una fissazione che non mi abbandonerà mai, e che credo di aver ereditato da papà.

Sei partita dal teatro, da piccoli teatri off di Roma. Che esperienza è stata per te e cosa hai imparato dalla scuola del palcoscenico?

Ero una donna molto insicura e timida. È stato facendo teatro che ho capito che potevo fare questo mestiere. Fare cinema o televisione è in qualche modo più facile, ti senti più protetto perché puoi rifare una scena, correggerti, rimediare a un errore. Stare su un palcoscenico per un paio d’ore, con il pubblico che reagisce in diretta a quello che fai, davanti al quale sai di non poter sbagliare, è decisamente più impegnativo. Ci vuole grande concentrazione, e all’inizio tutto questo mi metteva una grande paura.

Purtroppo non ho fatto tantissimo teatro, ma ricordo che la mia prima tournée fu con una piccola compagnia, nella quale recitava anche Giorgio Colangeli, che per tutti noi era un mito. Mi ricordo che una volta ero talmente bloccata dalla paura che non volevo entrare in palcoscenico: lui mi diede una spinta e mi incitò a vincere le mie insicurezze. Fu un insegnamento che non ho mai dimenticato, e per il quale lo ringrazio.

Barela: “Cerco di rubare con gli occhi al lavoro dei colleghi veterani”

Deve essere stato meraviglioso recitare con Giorgio Colangeli, un grande maestro.

Sono stata fortunata. Ammetto di aver sempre avuto un’attrazione per gli attori di esperienza e per le persone anziane, forse perché non ho conosciuto i miei nonni. Anche quando ho fatto “La squadra”, ricordo con quanta ammirazione guardavo il lavoro di Renato Carpentieri, Massimo Bonetti, Massimo Wertmuller. Io ero molto giovane, loro erano navigati e con tanta carriera alle spalle: ho cercato di assorbire tutto da loro e dal loro lavoro, con gli occhi rubavo il loro mestiere. La scuola è molto importante, ma una volta fuori arrivano le prove vere, il contatto con la realtà.

E invece come è andata la tua esperienza in un programma televisivo cult degli anni 80 come “Non è la Rai”?

“Non è la Rai” mi ha salvato la vita! Ci sono arrivata facendo un provino e avendo in mente di cambiare vita. Attraversavo un periodo di transizione anche in ambito familiare, e avevo bisogno di un’esperienza che mi aiutasse a vincere la mia timidezza. A “Non è la Rai” ho trovato quelle amiche e quelle complici che non avevo avuto a scuola; con le più grandi, che avevano i miei stessi sogni e i miei interessi, abbiamo fatto gruppo e creato un bel legame.

Ho fatto il provino pensando che se lo avessi passato avrei poi deciso se fare o meno quel tipo di esperienza. Superata la prova, ho voluto buttarmi: avevo voglia di distrarmi, di uscire da casa, quindi per me è stata una vera e propria scuola di vita: ho imparato il valore della puntualità, la responsabilità del lavoro, la necessità di studiare, di seguire tutti i corsi cui eravamo sottoposte. Molte delle ragazze che hanno fatto parte del cast si vergognano di parlare della trasmissione, è come se volessero staccarsi da quel programma: io invece ne parlo con piacere, con grande gratitudine, mi è servito per crescere, aprirmi al mondo, vincere la mia timidezza e insicurezza.

Frequenti il mondo della TV da più di 20 anni, hai fatto parte del cast di “Distretto di polizia”, “La squadra”, “Il commissario Rex”, “La porta rossa” solo per citare alcuni titoli. Come è cambiata la TV, in particolare dall’avvento di Sky, Netflix, Amazon Prime?

Secondo me è anche cresciuta la qualità dei prodotti del servizio pubblico. “Nero a metà” è una serie che ha dimostrato di essere perfettamente all’altezza della sfida posta dai competitor privati. Ha una qualità di scrittura molto alta, ha dei protagonisti maschili che non sono banali, è originale, porta avanti un discorso attualissimo e necessario come quello dell’integrazione. Anche “La porta rossa” è un altro prodotto assai innovativo, supportato da una scrittura e da interpretazioni notevoli. Insomma, la competizione con le piattaforme internazionali ha fatto alzare il livello a tutti.

Un altro esempio a supporto della tua tesi è il grande successo di “Imma Tataranni sostituto procuratore”…

Ho adorato quella serie, e ho apprezzato moltissimo la scelta di Vanessa Scalera come protagonista principale: è stata bravissima nel suo essere diversa, particolare, ironica, con una bellezza fuori dal comune.

Al cinema hai lavorato diretta da Ceccherini, i Manetti, Daniele Vicari, Maria Sole Tognazzi, Ettore Scola, Paolo Genovese, Ivan Cotroneo. Chi ti ha lasciato più dentro e perché?

Non posso che dirti Ettore Scola, con cui ho fatto un film a episodi che si intitolava “Gente di Roma”, in un ruolo piuttosto piccolo. Ricordo la sua preparazione totale: si metteva a spostare personalmente gli oggetti di scena sul set, a volte interveniva sui costumi aggiungendo dei dettagli, stava dietro la macchina da presa. Non potevo credere all’umiltà che dimostrava ogni giorno. Alla fine delle scene ci ringraziava per il nostro lavoro. E poi ci affascinava tutti con i racconti delle sue esperienze con Mastroianni, Gassman, Sophia Loren e tutti i grandissimi attori che aveva diretto.

Non dimenticherò mai quell’esperienza: lo osservavo, seguivo ogni sua mossa, ogni sua parola. Un altro film che mi è rimasto nel cuore è stato “Velocità massima” di Daniele Vicari, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2002. È stata un’emozione fortissima, anche perché era il mio primo ruolo da protagonista.

Alessia Barela è l’amante di Claudio Amendola nella fiction “Nero a metà”

Parliamo di “Nero a metà”, una fiction Rai in cui il tema della diversità è preponderante nella dinamica esistente tra i due protagonisti della serie. Secondo te in cosa risiede la forza di questa fiction?

Direi che uno degli elementi di forza della serie è sicuramente la regia di Marco Pontecorvo, con cui volevo lavorare da tanto tempo. La scrittura intelligente, ironica, mai bacchettona è un altro elemento forte, per cui va ringraziata la squadra di sceneggiatori. E poi c’è Claudio Amendola, un attore incredibile, bravissimo, che piace alle dodicenni come alle settantenni. È sexy ma anche rassicurante, è dolce, piace tanto anche agli uomini, è perfetto.

Com’è come compagno di lavoro?

Super preparato, molto attento, non gli sfugge nulla, è incredibile, è sempre sul pezzo! A me piace molto essere diretta dai registi, ma adoro ascoltare i consigli di colleghi maschi che hanno più esperienza, che hanno lavorato tanto, che stimo. Recitare in coppia è come ballare, ci si lascia portare: lavorare con Claudio mi ha dato tanta sicurezza, perché sapevo che se qualcosa non ci tornava ce ne saremmo accorti, ce lo saremmo detti e avremmo rifatto le scene.

Come si evolve la relazione tra Carlo e Cristina nella seconda stagione?

La seconda stagione inizia con il matrimonio tra i due. Ovviamente Cristina non potrà dormire sonni tranquilli nemmeno dopo le nozze, la sua non sarà una vita familiare serena. Si dovrà scontrare con nuovi arrivi, con un uomo che non c’è mai, dovrà riconquistare qualcosa che dopo il matrimonio vacilla, sarà una continua sfida durante tutta la serie per capire come andrà a finire. La loro storia è sofferta e travagliata, ci sarà un elemento di disturbo, delle scelte che Carlo dovrà fare.

Cos’altro bolle in pentola per il tuo futuro?

Durante il lockdown ho scritto il soggetto per una serie televisiva. Sono stata molto fortunata perché l’ho sottoposto a due sceneggiatori professionisti, che nel periodo della quarantena avevano un po’ di tempo libero: loro sono impazziti per l’idea, perché ho raccontato delle cose che risuonavano anche in loro. È una storia che anche loro avrebbero voluto raccontare perché avevano vissuto esperienze simili. Abbiamo scritto 10 puntate, abbiamo fatto una nuova stesura, la stiamo proponendo e speriamo qualcuno ce la produca. Ovviamente mi sono ritagliata un personaggio da recitare, e spero davvero che questa idea si concretizzi! Incrociamo le dita!

Martina Riva

Musica&Cinema

Da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo dell’intrattenimento, mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi di laurea in Storia del Cinema sul film “Lolita” di Stanley Kubrick. Finita l’università, mi sono trasferita a Los Angeles, dove, tra le altre cose, ho ottenuto un certificate in giornalismo a UCLA; nella Città degli Angeli ho lavorato per varie TV tra cui KTLA, dove per tre anni mi sono occupata principalmente di cinema, coprendo le anteprime mondiali dei film e i principali eventi legati al mondo spettacolo (Golden Globes, Academy Awards, MTV Awards e altri). Nel 2005 sono approdata alla redazione spettacoli di SKY TG24 dove ho lavorato come redattrice, inviata ai Festival e conduttrice. Le mie passioni principali, oltre al cinema, sono i viaggi, il teatro, la televisione, l’enogastronomia e soprattutto la musica rock. Segni particolari? Un amore incondizionato per i Foo Fighters!

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