martedì, Settembre 22, 2020

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«Basta che se ne goda»: Liliana Fiorelli, Venezia 77 e quell’attimo prima de “I Predatori” [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Quando sento Liliana Fiorelli, a ridosso della prima proiezione aperta al pubblico del film “I Predatori”, di Pietro Castellitto, è giovedì 9 settembre e lei passeggia per il Lido parlandomi negli auricolari. In realtà più che passeggiare corre concitata, da una parte all’altra, ma sempre performante: ha compreso bene le regole del mondo in cui lavora. Anche quelle per partecipare ad un’inedita Venezia 77, sì, diversa, complessa e soprattutto distanziata. L’ansia da red carpet non la sente ma la accoglie volentieri; le ricordo che non si sfugge a quella storia delle ‘pagelle dei look: bocciata o promossa’ ma lei sfugge al mio sgambetto: «Io invece la adoro! E non la temo»: una tipica ‘risposta alla Liliana’, in cui persona e personaggio si confondono continuamente e poi le concedono anche il lusso di lanciare qualche stoccata elegante.

«Io farò solo il red carpet pomeridiano», mi chiarisce infatti, decisa. Ah sì?, e qui resto colpita. «Stavolta non farò il red carpet serale, ho deciso di fare solo quello insieme al cast per il film. Ma non c’è nulla di politico o polemico in questa scelta. Sono qui solo a supporto di un progetto in cui ho lavorato e a cui tengo molto». E non era tanto per dire, anche perché il consenso di pubblico e critica nei confronti dell’esordio alla regia di Pietro Castellitto è arrivato poco dopo, con tanto di Premio alla Miglior Sceneggiatura per la sezione Orizzonti. Un entusiasmo che Liliana stessa mi racconta a distanza di pochi giorni, quando torno a sentirla per chiudere il punto su questa sua Venezia: «Bellissimo. In sala c’erano letteralmente urla e applausi scroscianti». E sì, il premio vinto era quello giusto, commenta, perché «il punto forte della sceneggiatura è che ogni immagine racconta, e non si limita a dire. Senza pretesa di perfezione, le parole sono a servizio della storia mentre si discute di tutto ma senza giudicare».

Liliana Fiorelli e i suoi “giorni zero” a Venezia 77

Tu hai avuto l’occasione di lavorare sia con Castellitto Sergio (nel film “Fortunata”) che con Pietro, ora. Che ne pensi di questo esordio alla regia?

Quelli di Sergio e Pietro Castellitto sono due filoni dotati di estrema grazia, accomunati forse dall’amore per Roma e dalla materia umana, ma ogni paragone diretto sarebbe forzato. Pietro ha le idee chiare. Ma la cosa bellissima è che non è imperativo nel proporle, cerca comunque un dialogo. Questa è una caratteristica che apprezzo in ogni grande regista e comunicatore nel cinema. E lui ce l’ha.

Dall’ultima volta che ti ho raccontata, nei primi giorni di febbraio, ora ti ritrovo a Venezia 77 con “I Predatori” e reduce da un esordio discografico con il singolo “Giorno zero”. Sono successe un bel po’ di cose.

Hai portato fortuna. È merito tuo, mica mio! (ride, ndr). No, davvero, è un bel momento. Un periodo tragico che però ha molte soluzioni da proporre. La domanda che mi sono fatta e che rilancio ai colleghi di vita e di lavoro è: ok, se queste sono le condizioni attuali, noi cosa proponiamo? Il vittimismo non aiuta. Perciò in questo momento mi trovo bene con tutti i pro-attivi e i problem solver. Anche perché, se l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, il cinema e l’audiovisivo sono lavori fondati sull’assembramento.

Negli ultimi mesi hai messo molta carne al fuoco, ma hai anche ribadito che questa molteplicità di progetti per te non significa “confusione” bensì “versatilità”.

È un concetto che rivendico con orgoglio. Molti pensano alla carriera come a un vettore. Io la immagino come un circuito. Il percorso di un artista si arricchisce anche di strade collaterali e curve. Siamo multi-tasking? Allora ragioniamo meglio sulle parole: io direi che siamo poli-tasking. Questo per me significa mettere insieme più abilità ed intelligenze: attrice, performer televisiva, autrice e cantautrice.

E funziona davvero?

La cosa più grande che ho scoperto è che sono percorsi con tempistiche di lavoro completamente diverse. Dunque non mi sono mai trovata a dover scegliere qualcosa e soffocare altro. La conquista più bella? Non soffro più della ‘sindrome da mail’, tipica dell’attrice. Non aspetto più niente, sono ricca di opzioni e spontaneamente sana.

Anche perché un artista deve pur vivere. Degli stimoli e delle entrate economiche, come un vero mestiere.

Esatto. Io mi butto, propongo, creo gruppi di lavoro che fortunatamente credono nei miei progetti. La verità è che non sento più quell’urgenza del ‘voglio fare’. Sono libera dall’ansia della consacrazione e dell’approvazione. «Devo continuare questa carriera fin quando non sarò consacrato»: spesso questo mi ha portato a scontrarmi con la frustrazione dell’ego, ed è così lontano dal cantastorie che un artista dovrebbe essere. Quindi ritorno al ‘basta che funzioni’ di Woody Allen: basta che funzioni, basta che ti piaccia e basta che ti faccia godere. Sennò ‘sto lavoro diventa un campionato di calcio.

Mi piace questa visione. Non è la tua prima volta a Venezia, però è la tua prima volta tra i protagonisti. Sarebbe il ruolo giusto per sentirti – ti cito – «consacrata»?

Adoro. Colgo l’occasione per una precisazione: i grandi protagonisti di questo cast sono Massimo Popolizio, Manuela Mandracchia, Giorgio Montanini e Pietro Castellitto. Sono loro i quattro senior del film. Ma io sono orgogliosa di fare parte di un progetto come questo, nel cast di protagonisti sì, ma proprio come essere umano, come professionista e come spettatrice. Pietro rappresenta in pieno un tipo di artista che mi piace: ha scritto, diretto e interpretato il film a 28 anni, piace al pubblico, piace a Rai Cinema, piace al Festival. Il mio ruolo è ai limiti di una romanità che mi appartiene ma che qui mi trasforma, e come sai non ne ho affatto paura, anzi. Il mio personaggio, Paola, è sanguigno, funesto, nervoso.

In un certo senso è sanguigno anche il videoclip del tuo primo singolo, “Giorno zero”. Hai inserito l’autoerotismo condiviso tra due donne: è un bel colpo, interessante. Spesso provocare serve a creare dibattito, e tu sei una provocatrice. C’era questa voglia?

Ti ringrazio, perché sto provando ad essere irriverente. Ci tengo davvero a far passare anche dei contenuti e degli oggetti quasi “politici”. Volevo normalizzare un amore e la masturbazione femminile. Forse è anche qualcosa di inedito, no? Non ricordo artiste italiane che hanno mostrato sex toys nei loro videoclip.

Non credo, neanche le t.A.T.u. all’epoca. Tra l’altro loro erano russe ed erano anche un fake.

Esatto (ride, ndr). Nel qui e ora italiano, però, forse ho portato qualcosa? Una normalità, qualcosa che abitualmente utilizziamo e compriamo. Il sex toy è il primo oggetto più acquistato su Amazon! Ecco, volevo provocare in merito ad uno stigma sull’autoerotismo femminile che detesto.

Quello del sex toy come compensazione fallica dell’isteria femminile?

Sì, e dell’insoddisfazione femminile. Per me è una cosa vergognosa per mille motivi. Andare ad intaccare una delle più grandi libertà, il piacere personale, strumentalizzandola, togliendole poesia, svilendola. Il piacere è più grande atto dignitoso che ci è concesso: merita bellezza, erotismo e perfino consigli. Ora ho debuttato nella stand up comedy con il mio primo pezzo, si chiama “Un cuore e una capanna”. Lì racconto che durante il lockdown c’è chi ha imparato a fare le torte, chi la pizza: io ho imparato a masturbarmi. Ho sperimentato e scoperto me stessa, ed è stato emozionante anche ammetterlo: “questa cosa l’ho scoperta oggi che ho trent’anni durante una pandemia mondiale?”. Ebbene sì.

Quindi che ne pensi delle nuove politiche del Festival del cinema Berlino e poi degli Oscar?

Penso che concettualmente ci sia uno spirito sano alla base dalla decisione. Ma penso anche che posso fare la montatrice o il montatore di un film, però non posso interpretare Hammamet perché Craxi è un uomo.

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