Coronavirus

IgNobel 2020, a Trump il “premio” per la (non) gestione del Covid

Nel pieno di una pandemia come quella del coronavirus “la politica può più della scienza per quanto riguarda vita e morte di una popolazione”. Questa la motivazione con cui gli organizzatori dello stravagante premio IgNobel – che si assegna ogni anno dal 1991 – hanno deciso di tributare il “riconoscimento” per l’anno 2020 a parecchi leader del mondo. Quali Donald Trump, Jair Bolsonaro, Boris Johnson, Narendra Modi (India), Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan (Turchia).

Premio a una “scienza da ridere”

Il premio IgNobel viene assegnato ogni volta alle “ricerche più stravaganti”. L’organizzazione è opera della rivista Annals of Improbable Research, grazie al finanziamento delle associazioni di Fantascienza e degli studenti di Fisica dell’Università di Harvard. Sono dunque riconoscimenti assegnati sarcasticamente alla “scienza da ridere”. Generalmente gli organizzatori scelgono fra le pubblicazioni scientifiche di riviste autorevoli che hanno trattato temi insoliti, stravaganti e immaginifici.

Covid e cerimonia online

Nell’anno della pandemia di coronavirus, non poteva mancare il riferimento al Covid. Tra l’altro proprio a causa della pandemia, la cerimonia del 2020 sarà esclusivamente online. “Insetti” è il tema di quest’anno e, tra musiche e concerti, è in programma anche la prima di di “Dream, Little Cockroach”, una mini-opera eseguita da cantanti lirici e scienziati dell’area di Boston e dai premi Nobel. Gli stessi che consegnano il premio, come avviene di rito in ogni edizione. Protagonista dell’opera è un uomo che sogna di essere stato trasformato in un essere umano dopo essere stato per molto tempo uno scarafaggio. Alla fine le persone che assistono al fenomeno decidono di farne il loro leader.

Domenico Coviello

Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze, come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione Internet de “La Nazione”, “Il Giorno” e “Il Resto del Carlino”, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni, sempre su Internet, all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a “City”, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Un passaggio alla “Gazzetta dello Sport” a Roma, e al desk del “Corriere Fiorentino”, il dorso toscano del “Corriere della Sera”, poi di nuovo su Internet per il sito di news “FirenzePost”. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma, e da qui l’approdo a “Velvet Mag”. Ha collaborato a “Vanity Fair”.

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