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Campagna “Emergenza Beirut”: come ripartire dopo la tragedia [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Suor Maria Luisa Caruso e Suor Myrna Farah ci raccontano Beirut dopo la tragedia del 4 agosto

Lo scorso 4 agosto 2020, intorno alle 17,00 (ora italiana), il mondo intero ha puntato gli occhi su un episodio drammatico avvenuto in Libano. Nella città di Beirut, un’esplosione causata da circa 3000 tonnellate di nitrato d’ammonio, contenute in una nave abbandonata nel porto della città dal 2014, ha raso al suolo tre quarti della città. La Fondazione Thouret, che da anni crea iniziative di sostegno di tipo sociale, ha messo in atto la campagna “Emergenza Beirut”. Noi abbiamo ascoltato una rappresentante della Fondazione, Suor Maria Luisa Caruso, che ci ha spiegato alcuni punti salienti della campagna. Abbiamo inoltre raccolto la testimonianza di Suor Myrna Farah, direttrice di una scuola di Beirut, che in quell’indimenticabile 4 agosto ha vissuto sulla sua pelle il dramma che ha segnato quella giornata. 

Sr Myrna, l’esplosione del 4 agosto che ha colpito il popolo libanese è stata una tragedia che ha scosso il mondo intero. In una sua precedente testimonianza lei ha parlato di quel giorno come di un vero e proprio genocidio. Dalle sue stesse parole ricordo: “Abbiamo vissuto la guerra, ma questo ha superato tutti i livelli”. Le chiedo, quali livelli sono stati superati?

Prima vorrei dirti che mai abbiamo vissuto un’intensità di disgrazie come in questo caso. Durante la guerra non trovavamo l’acqua oppure il cibo; certo, le persone attorno a noi morivano, ma non c’era questa intensità di sofferenza. Il problema oggi è proprio questa intensità: “il troppo”. Il secondo livello lo individuo nella successione degli eventi, delle disgrazie! Abbiamo cominciato con gli incendi nell’agosto 2019, poi con le alluvioni, poi con la crisi economica e ancora le misure restrittive delle banche; tutto l’uno dopo l’altro fino ad arrivare alla pandemia. Ogni mese avevamo una maledizione. Il terzo livello è il più terribile: l’assenza del senso. Non si tratta di una guerra per guadagnare la libertà oppure la pace, non c’è un senso. A livello umano penso che anche se ci sono persone che non sono rimaste ferite fisicamente, sono ferite nella loro dignità. Ho chiamato una donna che prima era una benefattrice per la scuola, volevo chiederle aiuto per una famiglia, mi ha risposto: “Suor Myrna non ho più nulla, sono come quelle persone per cui chiedi aiuto”.

L’ultimo aspetto al quale penso oggi è la brutalità con la quale siamo stati privati della nostra storia, le persone che hanno visto distrutte le loro case, si sono sentite private della loro storia in 10 minuti. Io ho vissuto la guerra ed un momento cruciale che mi ha fatto tanto male, è stato quando sono tornata a casa (noi fuggivamo perché i palestinesi uccidevano i cristiani). Io avevo chiesto alla mia mamma di prendere soltanto le foto, ma quando siamo usciti da casa due armati palestinesi hanno preso il mio album con la forza, lo hanno gettato a terra e calpestato e poi lo hanno bruciato. Non posso dirti cosa provo quando ripenso a questo episodio, mi hanno tolto l’unico legame con il mio passato. Questo credo che sia quello che hanno provato molte persone a Beirut dopo l’esplosione.  

Suor Maria Luisa, come nasce la campagna “Emergenza Beirut”? 

Da una immediata reazione di fronte ad un’apocalisse di dimensioni inaspettate, di fronte ad un dolore tanto più penetrante quanto più improvviso e scioccante. Dopo esserci assicurate che tra le nostre suore non ci fossero vittime, abbiamo subito pensato che avremmo potuto contare su di loro e sulla loro fattiva presenza sul territorio e tra la gente per poter prestare soccorso. La Fondazione Thouret ha infatti come primo obiettivo il sostegno alle missioni delle Suore della Carità, che sono presenti in ben trentadue paesi e interviene in primo luogo laddove ci siano situazioni di emergenza. Da qui la campagna “Emergenza Beirut”.  

Suor Maria Luisa: qual è il suo ruolo nella campagna?

Collaboro con la Presidente e con gli altri uffici della Fondazione Thouret cercando insieme di essere attente ai bisogni delle missioni delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida, offrendo un occhio particolare a quelle situazioni di guerra, di violenza e di emergenza. Il desiderio è principalmente quello di sostenere le popolazioni locali, di promuoverle, di offrire assistenza sanitaria ed educazione, soprattutto alle fasce più bisognose. In questo caso, davvero tragico, del popolo libanese messo in ginocchio da molteplici situazioni difficili, ci stiamo impegnando in modo da organizzare incontri e sensibilizzare un numero sempre maggiore di persone. Insieme alle altre sorelle dell’equipe della Fondazione, abbiamo presentato il progetto “Emergenza Beirut” nelle Parrocchie e ad Associazioni.

Oltre alla Fondazione Thouret ci sono altre associazioni coinvolte nella campagna?

Prima di tutto la campagna è stata accolta e sostenuta dalle suore della Congregazione che in vari modi stanno contribuendo. Ci piace sottolineare la partecipazione delle suore più anziane che in alcune case hanno allestito mercatini di beneficenza, vendendo oggetti fatti con le loro stesse mani, per ricavare qualcosa per la campagna; poi alcune parrocchie e così pure alcune scuole hanno avviato raccolte a favore di Beirut. Un’associazione fra tutte è l’associazione Nisshash di Erba in provincia di Como, che ha adottato il progetto e lo sta sostenendo con la sua rete di benefattori.

Quali sono gli obiettivi che vi siete posti con la campagna? 

Principalmente due. Sostenere in parte la ricostruzione di una parte della scuola St Anne di Beirut in cui operano le nostre suore da quasi 110 anni e nella quale è attualmente presente la direzione di Suor Myrna. La scuola ha subito danni in tutti i suoi edifici, per un totale di circa 150.000 $. Vorremmo contribuire al rifacimento almeno dell’edificio che ospita la scuola dell’Infanzia, che riteniamo essere il più urgente. In secondo luogo, ci siamo proposti di aiutare il più possibile le famiglie più danneggiate, che hanno perso i loro cari e spesso hanno visto completamente distrutte le loro abitazioni. In questo caso il primo sostegno è l’ascolto, poi senza dubbio vestiti, alimenti e beni di prima necessità.

Suor Maria Luisa, la campagna ha dato o sta dando gli esiti sperati? 

Si, stiamo ricevendo moltissime risposte e tante donazioni. Anche persone che non abbiamo mai incontrato, che non sono nostri abituali donatori, stanno contribuendo con grande generosità. Ma ciò che ci dà gioia maggiore è l’interesse che la nostra campagna sta suscitando nella gente comune. L’informazione e i media non danno sempre molto spazio ad orizzonti internazionali, ma la gente sta dimostrando di nutrire il desiderio di saperne di più, di condividere maggiormente con un popolo come quello libanese così straziato da questa drammatica situazione.

Avete incontrato difficoltà nella messa in atto della campagna “Emergenza Beirut”? 

Sono felice di dire di no, non abbiamo avuto ostacoli, se non quello del tempo. L’esplosione è avvenuta in un momento in cui tanti erano in ferie e questo ha chiesto un tempo più lungo per l’avvio della campagna, ma, non è stato un ostacolo troppo pesante, anzi, ci ha permesso di tenere ancora più a lungo in primo piano la situazione di Beirut.

Suor Myrna, ritorno da lei. Collegandoci alla rete di solidarietà di cui ci ha parlato Suor Maria Luisa, ricordo ancora, da una sua testimonianza, un’affermazione interessante. Lei ha dichiarato che con l’esplosione ha visto tutta la “crudeltà dell’essere umano”, ma il giorno dopo ha visto “la bellezza dell’essere umano nella solidarietà”. In che modo sente di volerci raccontare questa bellezza solidale?

Io penso che se c’è un merito nella crisi è quello di “denudare le persone”, ovvero farle vedere nella loro realtà. Io penso che noi libanesi stiamo scoprendo la nostra fragilità. Il merito è dunque quello di riscoprire la nostra vera dimensione, cioè farci scoprire che le persone sono fatte di bellezza e anche di bruttezza. Ci sono tante persone che approfittano della situazione, tanti ladri. Ma il giorno dell’esplosione io ho visto l’essere umano ferito, smarrito, solo, senza nessuno che potesse aiutarlo. Non avevamo più ospedali, ambulanze, neanche telefoni. Ma quello che è bello è che la crisi non solo denuda e trasfigura, ma ci dà l’occasione anche di essere vicini agli altri, di sentire con gli altri, di compatire.

Tante persone hanno iniziato ad aiutare, ma io sono rimasta colpita principalmente dai giovani; gli stessi che prima dell’esplosione non sistemavano neanche le loro camere, hanno iniziato ad andare dalle persone per pulire e sistemare ciò che era rimasto delle loro case. Questo mi ha fatto contemplare la bellezza della solidarietà. Ho visto giovani che condividevano il loro cibo, la loro acqua, i loro vestiti. Adesso non abbiamo più ricco e povero, ma persone colpite tanto e altre colpite meno, ma pur sempre colpite; oggi a Beirut siamo tutte persone della stessa classe sociale. 

Con Suor Maria Luisa abbiamo parlato della campagna “Emergenza Beirut”. Suor Myrna, alla luce della situazione drammatica che ci ha appena descritto, io le chiedo da dove pensa sia importante ripartire per cercare di ricostruire?

È vero che dobbiamo ricominciare dall’acqua, il cibo e la sicurezza, ma non dobbiamo mai dimenticare di ricostruire l’uomo. Perché abbiamo persone che hanno perso certamente la fiducia nell’altro e nell’avvenire; questo è più difficile, perché possiamo ricostruire una casa, ma ricostruire la dignità di una persona può prendere tanti anni. Ma come dicevo anche a Suor Maria Luisa, nella mia scuola ad esempio non so come “ricostruire” (anche per via della pandemia) le relazioni sociali. Alcuni bambini hanno paura ad uscire di casa perché hanno visto le foto della città distrutta. Io penso che quest’esplosione avrà un impatto sull’essere umano ancora per molto tempo.

Quindi se dobbiamo pensare ad un piano di emergenza, dobbiamo innanzitutto pensare alle persone e al contatto tra le persone per ricostruire la speranza nel futuro. Ricostruire i luoghi di socializzazione, quindi le scuole, ma anche i corsi di danza, ad esempio, i teatri. Luoghi dove i giovani possano fare terapia attraverso l’arte, parlare con i giovani, liberare la parola i pensieri. Senza dimenticare infine quanto possa essere importante ricostruire anche luoghi di lavoro per dare la possibilità a tutti di ritrovare la speranza nel futuro.  

Il dolore e la sofferenza nel suo racconto sono ancora vivi e percepibili, ma nonostante tutto questo c’è una luce di speranza che la anima?

Io continuo a sostenere che ad animarci è la fede in Cristo morto e risorto. Abbiamo un popolo credente. A questo livello io credo moltissimo nella capacità dei libanesi e nella loro volontà e capacità di andare avanti. Noi non siamo un popolo che si arrende facilmente, anche se purtroppo questa volta il peso ci rende difficile poterci sollevare. Ma credo che dobbiamo far sì che innanzitutto vengano attuate le riforme sociali, per permettere alla persona umana di poter vivere. Solo così potremo sopravvivere. 

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