I più attenti al multiforme percorso di Silvia Viscardini, in arte Silvia Nair, avevano forse perso le speranze di vedere finalmente la pubblicazione di Luci e Ombre. La prolificità non è mai stata la cifra chiave dell’artista, sempre attiva in più ambiti della composizione (non ultima quella per il cinema, centrale negli ultimi anni), ma in ottica discografica ferma all’album Ithaca del 2011. Questioni personali e precise scelte produttive hanno rallentato l’album del ritorno, che oggi, all’improvviso, fa la sua apparizione in streaming e nei negozi. Un album forte, imponente e a tratti aggressivo da un punto di vista sonoro; prodotto in Olanda con un team locale, ricco di ospiti, influenze, e la voglia di confrontarsi con gli aspetti meno banali della commistione di generi. Partendo come al solito dall’orchestra, il terzo lavoro di Silvia Nair trova influenze rock, metal, persino dance ed elettroniche; un album covato a lungo, che l’artista può finalmente presentare con la certezza di avervi riversato senza barriere tutto il meglio e il peggio di questo lungo periodo.

Luci e Ombre era in lavorazione da una vita. Come mai questi rinvii?

Avevo cominciato a scriverlo nel 2015. Poi sono accadute cose, in famiglia, nella mia vita, una di seguito all’altra… e mi sono bloccata. I lavori si sono dilatati, ma la mia etichetta era sempre rimasta comprensiva. Poi nell’arco di 2 anni e mezzo ho compiuto diversi viaggi in Olanda, grazie al mio manager Henri Lessing. Lui mi ha fatto conoscere il produttore Franck Van Der Heijden, arrangiatore internazionale. Il lavoro è ricominciato, ed è andato avanti per due anni. Abbiamo voluto cercare una coerenza sui brani, un fil rouge, sui tanti che avevamo scritto. Franck, Michael La Grouw, produttori e team: tutti erano olandesi. Io, l’unica italiana.

Soddisfatta?

Sono molto emozionata a presentarlo. Nonostante tutto quello che è successo in questo periodo, sono qui, con gioia e felicità da bambina. È il disco della resilienza. Realizzato in uno dei miei periodi più brutti. È un disco molto vero e schietto; io non ne sforno uno ogni due anni, ho sempre bisogno di qualcosa da dare e da dire, e questo è un album autobiografico. Non c’è una parola e nota che non sia vissuta sulla mia pelle. È un disco sinfonico e non sinfonico insieme: c’è un influenza gothic, quasi metallica, brani belli tosti. Mi rappresenta molto. Ma ci sono anche ballad intime, in cui sono nuda con i miei sentimenti. Io ho una voce importante, proprio a livello di estensione, ma non voglio usarla solo per stupire. Amo la similitudine con il pittore, che lavora dai colori di base della tavolozza, e mixa. Se c’è necessità uso acuto e potenza, altrimenti sussurro, delicatezza e dolcezza. È un album in cui molti si riconosceranno.

Quanto è entrato il privato di questo periodo?

Io non racconto di solito la mia quotidianità, ma un vissuto dal quale provo ad astrarre un significato universale. Per esempio l’importanza del sogno: che non è il desiderio, ma l’obbiettivo che ti poni e ti indirizza per tutta la vita. Che sia avere una famiglia, o l’impresa dell’artigiano. Il mio sogno è la musica, e ho lasciato tutto per lei. Non è un fine, ma un mezzo per comunicare qualcosa di potente. Un messaggio di forza e coraggio, di capacità di rialzarsi, di speranza, di vittoria. Ancora più importante adesso! Ma c’anche il sogno dei grandi visionari, quelle persone che vedono oltre la gente comune. Quelle che cambiano la storia, nella tecnologia come nei diritti: nel video di Ho Visto Un Sogno citiamo Martin Luther King. L’avevamo girato nel 2018, eppure appaiono tanti eventi incredibilmente accaduti nei venti giorni di questa estate. Da George Floyd alle rivolte BML, al Tibet, e Hong Kong. Sono sfaccettature che avevo colto in questi anni. Ero persa e cercavo qualcosa di superiore: l’ho trovata nel respiro dell’umanità. In un momento pensavo di aver perso l’equilibrio. Non sapevo dove andare, non avevo una direzione, e mi sentivo persa, bipolare. Dall’acciaio al cristallo. E’ questa è la fotografia di un momento di disorientamento.

Perché la scelta di una produzione interamente estera, e perché proprio l’Olanda?

Ho portato tutta la mia italianità. Loro me l’hanno detto: gli mancano culturalmente le nostre melodie. È una cosa nostra, delle nostre radici: il melodramma, l’opera, ma anche Morricone, che l’ha portata al suo livello massimo. Io ci ho messo quello, il canto, il calore… loro sono più freddi. Contraltare, è la professionalità nordeuropea, che neanche ci sogniamo. Una visione ultra contemporanea e internazionale per i suoni. L’Olanda è piccola, quindi guardano costantemente all’UK e alla Scandinavia. In questi anni imperversava il dutch sound nella dance, quindi anche io ho voluto contaminare la classicità della mia voce. Abbiamo creato qualcosa di unico in questa unione. Una solista italiana poi, per loro un’entità stranissima…

La musica sinfonica è ciò che continua a contraddistinguere la tua produzione. Cosa dà in più che un lavoro di altro tipo non può dare?

Io ho sempre lavorato assieme alle orchestre. È una cosa che mi appartiene. Mi propongo anche con gioia nella musica piano e voce. Tutte le mie canzoni nascono così, in Ithaca il tour era tutto piano e voce. Qui volevo proporre qualcosa in più. L’orchestra mi da la potenza e l’universalità, ma stavolta è anche sporcata dalla chitarra elettrica distorta e dal drum n bass. Franck è un grande arrangiatore e chitarrista oltre che producer. È un mostro con la chitarra, suona anche dal vivo oltre ad essere direttore d’orchestra. Agli scorsi Mondiali in Francia c’era lui, insieme a David Guetta, a fare la cerimonia di apertura. Ci ha dato questo sapore rock.

Il fatto è che questi olandesi non hanno pregiudizi. Non hanno categorie. Se c’è una cosa che io odio sono le catalogazioni. “Che genere fai?”: ma ascoltami, no? Poi decidi. Io sono molto aperta, ho sempre ascoltato tutto. Ascolto trap e hip hop senza problemi, Eminem non sai quanto. Ho una formazione classica, piano e voce, ma i miei fratelli maggiori ascoltavano pop e rock americano. Ora non ce la faccio a stare su un binario. I giornalisti mi dicono di come ho l’anima rock, la formazione classica, con un appeal pop. E all’inizio era una cosa che mi preoccupava. Ho sofferto molto di questa cosa, nei primi due album: questa bella voce, tutti mi dicevano troppo classica, troppo avanti, troppo alternativa… Sempre troppo. Mi ero talmente mortificata, per un periodo… Alla fine ho trovato Toni Verona, un altro pazzo come me. Mi ha detto sii te stessa, fai. L’altro giorno leggevo un pezzo di Massimo Cotto ha scritto di me: “meravigliosamente fuori tempo, ma in sintonia con il tempo dell’arte”. Ho pensato, qualcuno capisce allora, arrivati al terzo album.

E le collaborazioni? Hai Vittorio Grigolo e David Garrett in “Mi Troverai Sempre Qui”.

Vittorio Grigolo è un performer strepitoso, artista esuberante, sopra le righe, sul palco ha una vitalità fuori dal comune. E’ il vero erede di Pavarotti, ha cantato in ogni teatro e ora è finito pure ad Amici. Quindi insomma, se la De Filippi sceglie la lirica qualcosa vorrà dire… E David Garrett è come lui. Io l’ho visto all’arena di Verona, come Farinelli: uno che fa provare l’orgasmo al suo pubblico.

Su un piano pop ormai la musica sinfonica è ufficialmente sdoganata.

Io li ho contattati mentre stavo rivedendo le musiche assieme a Franck. Lui ha fatto sentire il brano a Garrett, e non è uno che coinvolge solo per avere il featuring di lusso… Ha capito che serviva il violino di David. E lui si è convinto subito. E così mi sono trovata due bombe in questo singolo. Gli altri album erano solo miei, ora ho dato una botta di novità e ho deciso di lavorare in gruppo… Così uno showman e un violinista strepitoso hanno ascoltato il pezzo e si sono innamorati della musica e del testo.

E il lavoro per il cinema di questi anni?

Avevo fatto le musiche per il documentario su Batistuta, che adesso è finito su Amazon e Sky. Ora hanno presentato al Lucca film festival il thriller psicologico Anja – Real Love Girl, di cui ho fatto tutta la colonna sonora: e non mi si riconosce neanche. Elettronica, tinte fosche, quartetto d’archi… tutta roba mia. Mi ci sono divertita molto. Il fatto di non pormi limiti mi aiuta, mi piacciono le sfide. L’elettronica non era il mio genere, sono partita vergine. All’inizio magari sono titubante, ma poi mi chiedo: perché no?