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Ray Morrison, il lato umano del fashion: «Photoshop non mi rende felice» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Intervista a Raimondo Rossi, in arte Ray Morrison, fotografo di fama internazionale

Se potessimo guardarci con gli occhi di Raimondo Rossi, alias Ray Morrison, ameremmo anche il nostro più insidioso difetto estetico. Il body shaming verrebbe cancellato con una sua fotografia messa in copertina su di un magazine internazionale. Il patinato verrebbe sostituito con quel che c’è di più vero e autentico, omaggiando la bellezza dell’essere umano.

Fotografo di fama internazionale, ha iniziato per pura passione documentando i backstage delle sfilate di moda. Fino a quando il suo sguardo non si è focalizzato su una mano, su un dettaglio qualsiasi rendendolo così unico soggetto delle sue fotografie d’autore. Perché sì, la fotografia di Morrison ha uno sguardo autoriale che racconta in modo personale il lato umano e del fashion. Ray Morrison ci invita a sdrammatizzare la moda mescolando un capo trovato nel cassetto del nonno con un accessorio di una nota maison, e infatti vanta una carriera notevole come fotografo di moda, stylist e direttore artistico. Il suo stile è unico: non a caso ama giocare con la sua immagine e invita tutti a “immergersi nel circo” e arrivare finalmente a piacersi. Il suo nome è scritto in calce tra i più importanti magazine come GQ, Vogue, GMARO, 3D Magazine e tanti altri. Noi di Velvet Mag lo abbiamo intervistato entrando in punta di piedi nel suo mondo fatto di immagine cruda e nuda.

Da matematico a fotografo il salto è notevole. Cosa ti ha spinto a lasciare la strada scientifica e intraprendere quella artistica?

Ho intrapreso la strada scientifica un po’ per accontentare la famiglia che era molto tradizionale e premeva per un simile indirizzo universitario. Non è stata una vera passione anche se mi ero detto: “Sai, la matematica è abbastanza interessante e alcune cose hanno anche addirittura una base filosofica”. Arrivato poi alla laurea, tra l’altro con il massimo dei voti (ride, ndr) ho continuato nel percorrere questa strada impartendo ripetizioni. Ma non era quello il percorso che mi appassionava di più. E quindi ho iniziato senza seguire un programma preciso a fare cose rivolte all’arte. Per quattro, cinque mesi mi sono approcciato alla danza e un po’ al teatro finché non ho incontrato la fotografia.

Tra le immagini che ti rendono noto emerge uno stile fotografico dal criterio preciso, ma che rifiuta Photoshop. Una scelta solo stilistica o volutamente controcorrente?

È una scelta che nasce dall’ascolto del mio essere. So usarlo un po’ ma è come se non mi rendesse felice. Se il processo fotografico deve passare per due, tre ore al pc dopo lo scatto, mi rovina tutta la magia e la poesia di quella fotografia. E poi ci sono tantissimi fotografi famosi di decenni fa che non lo hanno mai usato. Perché io devo auto-torturarmi?. Ad aumentare poi le “distanze” da Photoshop c’è anche un problema che ho agli occhi. Si chiama cheratocono, avvero il distacco della retina. Non è nulla di grave ma da fastidio ad una lettura prolungata al computer. Diciamo quindi che Photoshop non ha preso totalmente i miei interessi.

Oggi la bellezza è un tema fortemente discusso. Abbiamo attraversato ere, mode, ma gli standard continuano a colpire soprattutto la psicologia femminile. Pensi che la fotografia di moda sia pronta finalmente a cambiare lo sguardo degli haters e dei cosiddetti divulgatori della perfezione?

Non credo molto nella bontà della moda o nella coscienza della moda. Questi movimenti che un po’ ci son sempre stati, ora sono in un certo senso “risaltati” agli occhi di tutti. Ecco per esempio Gucci con la modella con la sindrome di down, o la top model armena. Sono movimenti che seguono anche l’onda del momento. Le  maison e i direttori creativi non sono i primi “bambini innocenti” che possiamo incontrare. Alla moda interessa molto l’argomento delle discriminazioni o cose di questo tipo, ma diciamo anche che non tutti i mali vengono per
nuocere. Vediamo oggi il pubblico: è importante che ci si approcci a tale tematica anche se il problema è spesso spinto dal business, e tutto questo stride un po’.

Quindi mi stai dicendo che la fotografia di moda cerca di “esaltare” tutto quello che oggi giorno viene discriminato?

Io credo che anche se vediamo del movimento in questa direzione, e mi spiace dirlo, oggi non è così autentico. La moda ha capito che la diversità, l’imperfezione e le discriminazioni vanno un po’ “pompate”. E il pubblico questo lo recepisce. Sarebbe bello invece che un direttore creativo alle prese con la sua maison, portasse avanti con costanza una certa missione, senza cambiare pensiero e movimento dopo due o tre anni. Io conosco alcuni stilisti, anche piccoli, che passano dal vendere le pellicce ad essere stylist ecologici, bio sostenibili. E questo non è bello. Spero che questa attenzione ai temi discussi diventi sempre più autentica.

Che cosa prova, secondo te, una tua musa nel rivedersi con tutte le sue “imperfezioni” pubblicata su un magazine di fama internazionale?

Io a volte creo una realtà che è quella letta solo dal mio punto di vista. Può essere un viso, una mano o un dettaglio. Viene comunque messo in risalto perché ritenuto da me interessante. Le modelle sanno che il mio taglio è una mia singolare interpretazione e rimangono contente del risultato. A tal proposito ho visto foto che venivano addirittura pubblicate sui loro profili. Credo comunque che la modella o il modello debba essere un po’ attrice o attore, in quanto pronto ad ad interpretare più ruoli. È un rischio, certo! Mettere due brufoli in risalto di una modella che si mostra sempre più patinata, può stridere all’inizio: ma non dimentichiamo che può essere un modo per lanciare dei messaggi buoni.

Chi ha influenzato il tuo stile fotografico?

Non sono un esperto di storia della fotografia, l’ho studiata da solo e credo che abbia influito positivamente sul mio percorso. L’immagine cerco di trovarmela con chi ho di fronte e con le cose che ho intorno. Che io sia in uno studio, in un parco o in un backstage, cerco di crearla perché non ho foto che mi rimbalzano dentro di altri fotografi. E questa è una fortuna, per me. Qualcosa però è successo quando ho letto e ho guardato le foto di una fotografa in particolare: dopo aver trovato il mio stile ho visto delle immagini di Diane Arbus. Veniva chiamata “la fotografa dei diversi”. Il suo focus era molto mirato alla diversità. Anche se il mio modo di scattare è differente, mi ritrovo connesso alla Arbus. Non a caso Diane era molto legata all’attimo giusto, ai toni semplici e a un’immagine
abbastanza pulita.

Che rapporto hai invece con la tua immagine?

Gioco molto con la mia immagine così da sdrammatizzare un po’ quello che è moda. Lo faccio soprattutto per un discorso estetico, e non solo perché sono abbastanza seguito e stimato. Mi piace poter dire che tutti possiamo giocare con tanti stili ed essere tranquilli senza necessariamente emulare quello che vediamo in sfilata. Anche perché le sfilate si ripetono rivedendo sempre le stesse cose e magari rigirate in un altro modo. Il nostro migliore amico è tutto quello che abbiamo ‘in casa’, da un negozio carino a un mercatino. Il bello è giocarci e creare
dell’armonia. Quindi sì, curare e giocare con la mia immagine per me significa mescolare un indumento del nonno con un accessorio Gucci, senza problemi e senza pensare di essere inadeguato.

Che rapporto hai invece con la mondanità legata al tuo mestiere?

Non sono un assiduo frequentatore della mondanità. Non mi descriverei proprio un “party animal”, ecco! Cerco di frequentare gli ambienti e gli eventi nel periodo che è dedicato alla moda. Si parla di due settimane all’anno per la moda donna e per la moda uomo a Milano. Poi magari un’altra a Firenze, Londra e Los Angeles. Ma la fotografia, come anche i singoli ritratti, non sono legati alla mondanità. Se dovessi scegliere preferirei un evento in cui il cinema si mescola alla moda. Come la settimana a Los Angeles, dove alcune sfilate di moda vengono rappresentate con dei costumi indossati nei film. È interessante perché tocca la sfera stilistica che a me piace di più. È quella che fa più sognare e, sai, il cinema è un ponte per i nostri sogni…

Le tue foto sono spesso il risultato di una contaminazione artistica. C’è ricerca, c’è stylist ma anche un ritorno all’origine. Come l’assenza di Photoshop e la scelta di lavorare con macchine fotografiche poco costose. Cos’altro, per te, aggiunge valore alla tua fotografia di moda?

Tale processo di esecuzione va innanzitutto apprezzato da un direttore di un magazine di moda che sa cogliere questo tipo di lettura. Anche se noto che, a dispetto di quello che dovrebbe rappresentare la realtà, la messa in copertina è ancora molto “patinata”. Si parla per esempio di discriminazioni, sì, ma sempre nella maniera scintillante: anche la realtà a volte viene tirata a lucido. Credo che ci vorrà del tempo perché vengano messe fotografie così pure tra le prime pagine di un magazine. Credo proprio che il mercato non sia ancora così pronto come si pensa.

La fotografia non è mai totalmente veritiera. Racconta una prospettiva di quello che potrebbe essere la realtà, sì, ma pur sempre vista ed interpretata dall’occhio del fotografo. Osservando i tuoi scatti, però, si percepiscono alcune chiavi di lettura tipiche anche del racconto reportagistico, come i dettagli fisici..

Sì, hai interpretato perfettamente e quindi ti ringrazio (ride, ndr). E anche bello vedere che sia passato questo. C’è una base che è nata da un reportage e deriva dall’esperienza vissuta all’interno dei backstage, dove raccontavo fotograficamente il momento. Poi mi sono detto: “Perché fare solo reportage dell’abito completo o dell’immagine patinata?”.

Che cos’è la bellezza per Ray Morrison?

È difficile da definire. Prima di tutto è una serenità interiore. Se si raggiunge tale pienezza tante cose ci appaiono più belle. Se non c’è un po’ di pace è difficile cogliere la bellezza. Parlando poi di essere umano, credo che non ci sia un canone che io consideri più bello di un altro. La bellezza è ovunque, se uno la sa leggere.

Covid-19 permettendo, di quali progetti ti vedremo protagonista?

Covid permettendo, speriamo che ci sia qualcosa. Ho avuto una proposta per curare una copertina di un magazine che parla di spose bambine, un argomento interessante che mi è stato proposto proprio per il mio sguardo stilistico. Essendo così delicato – mi hanno detto – il mio sguardo andrebbe bene per il tema. Ma in un periodo come questo, in cui il Covid potrebbe cambiare tutto, direi proprio di incrociare le dita.

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