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Fabrice Quagliotti, dallo space rock dei Rockets all’album da solista: «14 tracce, 14 film» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Intervista a Fabrice Pascal Qualgliotti, tastierista e fondatore dei Rockets: ora esordisce con il suo album da solista, "Parallel Worlds"

Look da alieni, rasati e argentati, con indosso costumi da film di fantascienza, movenze simil-robotiche e voci metalliche. Quella dei Rockets, gruppo francese fondatore del genere “space rock” (commistione di sonorità elettroniche e rock, innestate su testi dal sapore fantascientifico) è una storia che va avanti con successo dal 1976. Dodici album pubblicati, concerti in tutto il mondo, per una band che negli anni ha visto alternarsi tanti musicisti nella sua formazione, con un unico, costante punto di riferimento: il tastierista e fondatore Fabrice Pascal Qualgliotti.

Ebbene, il musicista nato a Parigi e diventato negli anni uno dei maggiori esperti mondiali di synth, ha da poco pubblicato il suo primo album da solista, dal titolo “Parallel Worlds”. Quattordici tracce, tutte strumentali, che compongono un lavoro che nell’idea del suo autore posso essere tutte musiche da film.

Come mai ha scelto il titolo “Parallel Worlds” per il suo album di debutto da solista?

In questo mio primo lavoro da solista ho avuto modo di collaborare in due brani (“Friends” e “Strange Loop”) con Frederick Rousseau, un amico di infanzia. Ci conosciamo da quando avevamo cinque anni, poi ci siamo persi di vista quando ne avevamo dieci, e ci siamo ritrovati dopo una decina di anni, in un negozio di musica a Parigi. Lui aveva i capelli lunghi e la barba, io ero rasato. Ci siamo riconosciuti e abbracciati. Lui stava lavorando con Jean-Michel Jarre, io facevo già parte dei Rockets. Sono due strade parallele le nostre, quelle di due ragazzini che dopo tanti anni si sono incontrati di nuovo, sono entrambi tastieristi e lavorano nel campo dell’elettronica. Dopo un incontro del genere per me era ovvio chiamare il mio album “Parallel Worlds”. E poi credo che ognuno di noi abbia i suoi mondi paralleli.

L’album consta di 14 brani, che già a un primo ascolto sembrano le colonne sonore di altrettanti film. È così?

Esattamente. Per questo album ho lavorato al contrario: di solito, nella composizione, nascono prima le canzoni e poi gli si dà un titolo. In questo caso sono partito da un titolo, da un tema o da un personaggio che mi stava a cuore, e su questo ho confezionato un brano. Ho immaginato le canzoni come 14 film diversi, ognuno con la propria storia. Compongo al 90% partendo dal pianoforte, chiudo gli occhi e immagino mondi e storie.

A proposito di personaggi che le stanno a cuore: il brano dal titolo “So Long Major Tom” non può che rendere omaggio a David Bowie, giusto?

Sì, sono un grande appassionato di Bowie e della sua musica. Ricordo ancora quando, da bambino, entrai in un negozio di dischi e vidi questo cartonato meraviglioso: vi era raffigurato un personaggio con i capelli arancioni, con un cerchio disegnato in mezzo alla fronte, un vestito attillato e un aspetto androgino. Mi attrasse da subito, comprai il disco e mi innamorai di Bowie. Già nel 1974, in “Space Oddity”, scriveva testi che parlavano di spazio e fantascienza, e aveva creato questo personaggio del cosmonauta drogato e pazzo chiamato Major Tom. La mia canzone, un evidente omaggio a lui, attraversa generi musicali molto diversi, che per me rappresentano tutte le varie fasi che Bowie ha vissuto nella sua vita.

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Da dove nasce invece il brano intitolato “Tovarisch Gagarin”?

Suono spesso in Russia con i Rockets, amo molto quel Paese e il popolo russo. Jurij Gagarin è stato il primo uomo ad andare nello spazio nel 1961, un’avventura pazzesca. Nel brano ho preso la prima parte della sua conversazione con la torre di controllo, poco prima del decollo. Quell’evento mi ha sempre incantato, ogni tanto riguardo le immagini e le trovo migliori di quelle contemporanee: la prima volta nello spazio conserva un fascino particolare, unico.

Anche il telescopio Hubble Space (cui ho dedicato un altro brano dal titolo “Hubble Space Telescope”) è qualcosa che mi ha sempre affascinato: grazie a questo dispositivo, innovativo all’epoca, abbiamo delle foto dello spazio che sono opere d’arte, immagini mai viste prima. Subisco molto la fascinazione per lo spazio, ecco perché nel mio album ci sono ben tre brani dedicati ad esso.

“Parallel Worlds” è dedicato a Ennio Morricone. Come mai?

Ho sempre ammirato Ennio Morricone, da quando ha iniziato a fare le musiche per gli spaghetti western. Ha scritto opere d’arte, lo ritengo uno dei migliori compositori dell’ultimo secolo, ha realizzato cose divine. Siccome da grande anche io voglio comporre musiche da film, mi sembrava doveroso dedicare il mio album proprio al Maestro.

A che punto della sua vita e della sua carriera arriva “Parallel Worlds”? Cosa ci dice del momento personale e professionale che sta vivendo?

L’anno scorso con i Rockets abbiamo pubblicato “Wonderland”, e poco tempo dopo ho spiazzato un po’ tutti dichiarando che non si sarebbero più fatti album con la band. Il gruppo continuerà a esibirsi dal vivo, ma non verranno più incisi dischi originali: ritengo che abbiamo detto tutto, non mi piace trascinarmi sulle stesse cose, e poi già da cinque anni volevo concentrarmi sul mio progetto da solista. Oggi ho voglia di volare da solo, e credo proprio che questo sarà il primo di una serie di album solo miei.

Lei è un grandissimo esperto e collezionista di synh di ogni genere: per questo lavoro che tipo di strumentazione ha usato?

Non entrerò nello specifico, ma diciamo che ho utilizzato almeno sette diverse macchine synth: nelle mie composizioni ci sono sintetizzatori modulari, synth anni ‘70, synth digitali di ultima generazione e synth plug-in. È un discorso complesso, e forse un po’ da addetti ai lavori, ma le assicuro che ho usato veramente tanta roba per questo mio lavoro. Quando compongo, inizio il brano e lo immagino già finito, il lavoro difficile è la ricerca dei suoni. A volte sono in crisi perché ad esempio inizio una composizione e non riesco a trovare un finale, ma in generale ho già tutto in testa: proprio come un pittore quando deve iniziare un quadro, e nella sua mente vede già il lavoro finito.

Pensa che “Parallel Worlds” possa diventare uno show dal vivo, e magari una tournée?

Assolutamente! Quello che dico spesso è che questo mio disco è da solista ma non è realizzato da me solo. Dietro di me c’è una squadra formidabile che mi supporta: il mio discografico Roy Tarrant che investe a 360 gradi, il mio ingegnere del suono Michele Violante che non smetterò mai di ringraziare (senza di lui non avrei mai portato a casa questo album con una tale qualità del suono).

Per la prima volta la mia immagine è curata da una stilista di Prato, Cinzia Diddi, che ha realizzato 14 outfit diversi, uno per brano, e sta studiando il look per il tour: ha trovato un tessuto pieno di luci per farmi un costume particolare. Insomma, stiamo già lavorando per il tour, ho in testa quello che voglio per lo spettacolo: un sacco di tastiere, un pianoforte a coda, due artisti del circo che fanno acrobazie aeree, e se possibile due ballerini che si esibiscono in performance particolari.

Secondo lei, qual è l’eredità che i Rokets hanno lasciato alla musica mondiale?

Abbiamo di sicuro inventato uno stile, lo space rock. Non amo definire i generi della musica, che secondo me non va etichettata, ma di sicuro abbiamo creato qualcosa che non c’era prima. Siamo stati i primi a mescolare rock ed ed elettronica, nessun altro lo aveva fatto. Chi ci è venuto dietro, con molto più successo, sono i Daft Punk. Il loro primo produttore era spesso da noi in studio, amava quello che facevamo e di sicuro il nostro sound li ha influenzati in qualche modo. Sono felice e orgoglioso di questo.

Lei ha visto il film di Massimiliano Bruno “Non ci resta che il crimine”, in cui una banda di rapinatori fa un colpo in banca mascherandosi con i costumi dei Rockets?

Certo, e mi sono divertito tantissimo, trovo che quella scena sia davvero riuscita: in un film, in pochi secondi, sono riusciti a far vedere due band importanti con due look fantastici, come i Rockets e i Kiss. Geniali!

Se oggi potesse collaborare con un artista contemporaneo vivente, chi sarebbe?

Senza alcun dubbio Sia, la adoro. Mi piace moltissimo il suo timbro di voce e il suo modo di cantare.

In chiusura, visto che lei è nato a Parigi ed è francese a tutti gli effetti, vorrei un suo commento su quanto sta accadendo in questi giorni in una Francia sconvolta dagli attentati di Nizza, dal lockdown e dai drammatici fatti di cronaca che leggiamo.

Purtroppo non è una situazione che riguarda solo la Francia, i fanatici sono ovunque e riescono a creare scompiglio e problematiche notevoli nel mondo stesso dei musulmani. A causa di pochi pazzi, come quello che ha ucciso delle persone a Nizza, si creano scontri a livello religioso, e bisogna stare molto attenti agli estremisti, sono molto pericolosi.

Il lockdown è un discorso sul quale preferisco non parlare: è una situazione mondiale e come tale va affrontata. Di certo c’è bisogno di buon senso da parte di tutti. E’ bruttissimo dover vivere con la mascherina, che impedisce di vedersi bene ed elimina le espressioni del volto. Sono sicuro che ce la faremo a uscire da questa situazione, ma dovremo conviverci a lungo.

Per fortuna c’è la musica che ci salva…

Esatto. Mi piacerebbe soltanto che gli artisti venissero rispettati di più. Ancora adesso le persone mi chiedono che mestiere io faccia,e quando gli dico che sono un musicista mi rispondono: “No no, voglio sapere qual è il tuo lavoro, non il tuo hobby”. La musica non è ancora considerata un mestiere. Eppure immagini solo un giorno senza musica, una giornata in cui vengono tolte le musiche dalla radio, dalla tv, dalle pubblicità. Sarebbe tristissimo. La musica è sogno, la musica è vita.

Martina Riva

Musica&Cinema Da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo dell’intrattenimento, mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi di laurea in Storia del Cinema sul film “Lolita” di Stanley Kubrick. Finita l’università, mi sono trasferita a Los Angeles, dove, tra le altre cose, ho ottenuto un certificate in giornalismo a UCLA; nella Città degli Angeli ho lavorato per varie TV tra cui KTLA, dove per tre anni mi sono occupata principalmente di cinema, coprendo le anteprime mondiali dei film e i principali eventi legati al mondo spettacolo (Golden Globes, Academy Awards, MTV Awards e altri). Nel 2005 sono approdata alla redazione spettacoli di SKY TG24 dove ho lavorato come redattrice, inviata ai Festival e conduttrice. Le mie passioni principali, oltre al cinema, sono i viaggi, il teatro, la televisione, l’enogastronomia e soprattutto la musica rock. Segni particolari? Un amore incondizionato per i Foo Fighters!

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