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Beatrice Grannò, “Gli Indifferenti”: «Se avessi incontrato Moravia» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Intervista a Beatrice Grannò, tra i protagonisti del film "Gli Indifferenti", tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia

Probabilmente la ricorderete nel film di Cristina Comencini “Tornare”, dove nel 2019 interpretava Alice McNellis, il personaggio di Giovanna Mezzogiorno nei flashback da giovane. Sicuramente l’avete seguita in “DOC – Nelle tue mani” su Rai Uno: è Carolina Fanti, la figlia di Luca Argentero. Presto la ritroverete nel nuovo film di Peter Chelsom, “Security” e nella serie Netflix “Zero”, tra misteri e superpoteri. Ma oggi, se ancora non l’avete fatto, non perdetela nei panni di Carla Ardengo, nel nuovo film di Leonardo Guerra Seràgnoli “Gli Indifferenti”. Senza paura di schierarsi: Beatrice Grannò ha 27 anni e tiene un ritmo da fuoriclasse.

Nel film tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia si confronta con, in ordine: una pietra miliare della nostra letteratura, l’interpretazione di Claudia Cardinale nel 1964, e un passo a due continuo tra Edoardo Pesce e Valeria Bruni Tedeschi. Volteggia senza sosta da una scena all’altra, intensa ma sempre calibrata, misurandosi con una manciata di momenti davvero forti e rendendo credibile un tipo di violenza subdolo e universale. Mi aspettavo di trovarla provata, oppure spregiudicata. Fortunatamente, invece, Beatrice Grannò è placida, saldissima, e forse ha già capito il grande segreto per fare questo mestiere: non portarselo mai a casa. Merito del clowning, secondo me: una filosofia di acting e di vita che ha imparato a Londra e che, con grazia, si è trascinata dietro anche in Italia.

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Intervista a Beatrice Grannò, nel ruolo di Clara Ardengo nel film “Gli Indifferenti”, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia e diretto da Leonardo Guerra Seràgnoli

 

Che effetto fa interpretare uno dei personaggi più famosi della letteratura italiana?

È una grandissima responsabilità. Avevo letto Gli Indifferenti ai tempi del liceo senza dargli, forse, il giusto peso. Poi l’ho riletto proprio in occasione del provino per il film… E Carla Ardengo è un personaggio bellissimo. Con Leonardo Guerra Seràgnoli si voleva dare una direzione diversa rispetto alla Carla 24enne del romanzo. Nel film diventa una 18enne ma è già un’adulta. Mentre rileggevo il romanzo mi chiedevo: “Ma come si fa a portare tutta questa poesia dento un film?”. Mi è piaciuto quello che è uscito fuori: tutti questi piani a due tra i personaggi e la grande difficoltà nel riuscire ad empatizzare con loro. Come spettatori restiamo sempre fuori.

Sì, sembra un silenzio a due, più che un piano a due. Nel romanzo siamo nell’Italia fascista, il tuo è un personaggio femminile degli anni Trenta del secolo scorso: come si può essere Carla oggi?

Carla è una ragazza che si fa carico della follia della propria famiglia, lei è l’unica sana fra tutti. Realizza che ci sono dinamiche tossiche e alla fine decide di denunciarle, ma resta sola. È lì che diventa donna. Io credo che essere Carla oggi voglia dire guardarsi intorno e rendersi conto di quello che succede, assumersene le responsabilità e reagire. Lei denuncia una violenza: oggi non è così immediato farlo. Alcune volte parlare può distruggere tutto, ma lei lo fa comunque. Rompe un equilibrio ma alla fine sorride e forse rinasce. Credo che essere Carla oggi possa voler dire non essere indifferenti, oggi.

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GLI INDIFFERENTI: Beatrice Grannò nei panni di Carla Ardengo in una scena del film

È un bel modo di vederla. C’è stato un lungo lavoro dietro?

Sì, e io sono davvero fiera di aver fatto questo film. Penso alla scena in cui confesso tutto a mia madre (Valeria Bruni Tedeschi, ndr) e la inseguo in questa casa dove tutti sono mascherati. Sembra quasi l’incubo delle ragazze che vengono ignorate quando parlano di ciò che le fa stare male. Come attrice io sono molto emotiva, vado spesso ‘fuori’ quando interpreto un personaggio. Invece, per Carla, Leonardo ha voluto che io facessi un lavoro di sottrazione. Lei all’inizio è quasi un mobile: c’è ma non la vedi davvero. Poi subisce la violenza, e deve diventare grande. Leo mi diceva: “Devi essere una sfinge”, così ogni emozione andava controllata.

Con Cristina Comencini nel film “Tornare”, invece, non hai lavorato affatto per sottrazione…

No, lì interpretavo Giovanna Mezzogiorno da giovane e la Comencini voleva che io fossi proprio un’esplosione. Dovevo essere un ricordo, dovevo tirare fuori tutta l’energia che avevo in corpo. Sai, io penso qualcosa che spesso neanche i miei colleghi condividono: alcune volte, più che entrare in connessione col personaggio, per me è importante capire cosa vede il regista. Mi abbandono alla sua visione e mi fido. A volte non basta fare un bel personaggio se non è quello che la storia vuole.

Gli attori cercano spesso di attingere al proprio bagaglio personale per interpretare un ruolo: con un personaggio come Carla a cosa ti sei aggrappata del tuo vissuto?

Io credo che in qualsiasi famiglia vengano affidati dei ruoli, e sono delle regole non scritte. In qualche modo anche io, nella mia vita, ho cercato di dimostrare a me stessa e alla mia famiglia che potevo essere altro, rispetto a quello che loro vedevano in me. Quella era solo una parte di me, ma non era tutto. Penso ci sia un’idea comune che la donna debba aggiustare e riequilibrare ciò che non funziona all’interno di un sistema familiare… Tante ragazze si sentono responsabili come Carla, sempre a cercare di pareggiare i conti.

Ci sono un paio di scene con Edoardo Pesce (che qui interpreta Leo Merumeci, ndr) davvero faticose da guardare. Forti, subdole, pesanti. Come ti sei sentita? Ultimamente mi interrogo molto sui confini di questo mestiere, su quanto possa essere ‘pericoloso’ per un interprete calarsi in certe scene…

Non è stato facile… Ho chiesto una troupe ridottissima per girare in quei momenti. Però ogni attore assume un metodo, e il mio è quello di creare un grande distacco tra chi sono e quello che faccio. È difficile che io mi lasci trascinare dalle scene che giro, non voglio mischiare. Però voglio sempre capire, ho bisogno di essere consapevole fino in fondo. Prima di fare la scena della violenza ho parlato molto con Leo, il regista, e anche con Edoardo Pesce. A quel punto avevo tutte le risposte: era pesante ma io ero solo un tramite. Dovevo mostrare qualcosa di forte, ero a servizio di un messaggio. Se faccio così, allora quando torno a casa non sto male, ma piuttosto mi sento libera. C’è una frase che mi piace molto: esistono due tipi di dolore, quello che ti usa e quello che usi. Per me il dolore va usato, per questo è stato un onore girare quelle scene.

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GLI INDIFFERENTI – Beatrice Grannò ed Edoardo Pesce in una scena del film, dove interpretano rispettivamente Carla e Leo Merumeci

Sentivi più il peso di non deludere Moravia o il regista?

Ah, tutti e due! (ride, ndr) Moravia ce l’avevamo tutti sulle spalle mentre giravamo. Ogni tanto mi chiedevo: “Ma che penseresti nel vedere la tua Carla, Claudia Cardinale (che interpretò Carla nel 1964, nel film di Francesco Maselli, ndr) che sta facendo la gamer al computer?”. Chissà, forse sarebbe contento, è una Carla diversa, attuale, più reattiva.

Mi vengono in mente i tuoi colleghi della saga “L’Amica Geniale”, con la difficoltà di intercettare Elena Ferrante, viva ma nell’anonimato. Se invece tu avessi potuto parlare con Moravia mentre giravi il film, cosa gli avresti detto?

Gli avrei chiesto: “Ma come hai fatto in quell’epoca, a 17 anni, a capire così profondamente alcuni aspetti della femminilità?”. Mi affascina tantissimo che un ragazzo 17enne potesse parlare così di una giovane donna. Nel romanzo c’è un intero capitolo dedicato a Carla nella sua stanza, che si osserva il seno e il corpo, ma non si piace… è così realistico. Ma come è riuscito Moravia ad entrarci nella testa e capirci così a fondo? E poi forse ci avrei chiacchierato un po’, solo per chiedergli cosa rappresenta Carla per lui. Sai, la prima lettura della sceneggiatura l’abbiamo fatta proprio a casa di Moravia, dove abbiamo conosciuto la compagna (ndr: Carmen Llera, insieme a lui per dieci anni fino alla morte, nel 1990). Abbiamo avuto modo di respirare un po’ la sua aria: Leonardo ha dato tutto per questo film.

Toglimi una curiosità, c’è una voce curiosa nella tua formazione: il clowning.

Adoro il clowning! Ho studiato in un’Accademia a Londra, c’era un corso di Contemporary Theatre e il direttore era un master del clowning, aveva studiato con Lecoq. Per anni ci hanno formato come artisti indipendenti e creativi. Da lì abbiamo fondato la mia compagnia di teatro, con la quale facciamo un tipo di commedia molto vicino alla realtà del clowning. Amo alla follia la figura del clown, che è ottimista: la sua performance è quella di fallire continuamente senza arrendersi mai. Questo suo atteggiamento trova il consenso di un pubblico felice, per me è una filosofia di vita.

Poi il clown è un intrattenitore per eccellenza, e non solo un interprete. E l’attore, spesso ce lo dimentichiamo, è anche questo…

Esatto! Io credo tantissimo in questo. Il mio direttore in Accademia lo diceva sempre: “Siete in una stanza, avete cinque minuti per catturare il pubblico che perde continuamente l’attenzione. In quei cinque minuti dovete reinventarvi sempre”.

Beatrice Grannò attrice
Beatrice Grannò – foto di FRANCESCO GUARNIERI

Hai terminato di recente le riprese del film “Security”. Come è andata con Peter Chelsom? 

Avevo un ruolo non grandissimo ma di supporto. Mi è piaciuto che lui si sia impuntato e mi abbia voluta nel cast ad ogni costo. Lui non molla sulle sue scelte e su quello che vuole.

Come mai ti voleva così tanto?

Ha visto un mio self-tape.

Allora ogni tanto funzionano…

Ogni tanto, anche se sono l’incubo di ogni attore. In quel periodo stavo girando “DOC” e non riuscivo ad incastrare le date. Ero andata a Londra e mi hanno telefonato per essere a Forte dei Marmi il giorno dopo. Mi ha chiamata Peter in persona: “Devi venire, assolutamente”. Lui è uno vecchio stampo, se devi dirti qualcosa ti telefona. Così ho preso un aereo di notte e sono tornata.

A proposito di “DOC – Nelle tue mani”… Tu sei del ’93, la generazione che appendeva al muro il poster di Cioè con Luca Argentero. Com’è stato interpretare sua figlia?

Tutt’ora è così (ride, ndr). Io non mi spendo tanto a parlare degli attori più grandi con cui ho lavorato, ma Argentero è veramente una bella persona. Disponibile e generoso, è un piacere lavorarci insieme. E poi è simpatico, ridevamo tanto mentre giravamo le scene. Luca è uno che mentre lavoriamo, se lo ferma un fan, lo ritrovi dieci minuti dopo che ci sta parlando di qualsiasi cosa, anche degli ortaggi.

Beatrice Grannò attrice foto
Beatrice Grannò – foto di FRANCESCO GUARNIERI

Sei anche figlia della generazione “Grey’s Anatomy”: quando hai preso il ruolo per “DOC” già immaginavi che questo tipo di medical-drama italiano sarebbe stato un successo su Rai Uno?

All’inizio ero molto tranquilla, sono sincera. Poi ho notato che l’interesse del regista Jan Michelini andava un po’ oltre quello che immaginavo. Il suo era un modo davvero interessante di vedere le scene. Quando ha scoperto che io suono e amo la musica mi ha detto: “Beatrice, scrivi un pezzo per Carolina”. Non serviva alla storia, ma a farmi esprimere al cento per cento. In quel momento ho percepito che forse “DOC” poteva essere una cosa forte e ho detto al resto del cast: “Secondo me verrà una bomba”.

Beatrice, tu hai 27 anni. La tua età scenica però ti porta ancora ad interpretare ruoli di ragazze più giovani. Io guardando “Gli Indifferenti” mi sono divertita ad immaginarti al posto di Valeria Bruni Tedeschi… C’è un ruolo che sogni?

Magari. Ne “La pazza gioia” il suo ruolo sarebbe stato divertimento puro per me. Ma in realtà mi viene in mente “The End of the F***ing world”, la serie Netflix. Il personaggio di Jessica Barden, Alyssa, è uno dei miei sogni. E lei ha solo 28 anni! La verità, però, è che anche quando gli amici mi chiedono cosa voglio fare, io non lo so. Per me deve esserci prima di tutto una storia appassionante, che possa cambiare la prospettiva di chi ci guarda. Se per farlo devo interpretare una donna, un uomo o una ragazzina, quasi non mi importa. Certo, se potessi interpretare una cantante degli anni Trenta… quello sì che sarebbe il sogno nel cassetto.

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