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Best of 2020, il regista Beppe Tufarulo racconta “Ferro”: «Tiziano è come Clark Kent» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Il regista di "Ferro" racconta i retroscena del docu-film, tra le migliori uscite di quest'anno

Nel viaggio nel best of di questo 2020 c’è un titolo che non può mancare. Uscito su Amazon Prime il 6 novembre ma girato a partire dal 2019, “Ferro” ha segnato un momento importante nella produzione artistica di un anno quasi immobile. Legandosi ad una sempre più prolifica (finalmente) produzione di music-film e aprendo uno squarcio luminoso nel racconto dell’artista attraverso la formula del documentario.

Tiziano era pronto a parlare davvero, mentre il compito di dirigere il suo flusso di coscienza è stato affidato a Beppe Tufarulo. Il fatto che guardando “Ferro” ci si commuova di continuo, e senza bisogno di amare e conoscere profondamente l’artista, dipende anche dall’incontro tra due sensibilità affini. La voce di Tiziano è forte ma ancora crepata dal dolore delle sfide; lo sguardo di Tufarulo è esterno, discreto ma vigile e sempre in ascolto. Quando Tiziano piange, Tufarulo zooma e ci porta dentro di lui, senza invaderlo mai. Uno squarcio luminoso, appunto, perché la storia è intima, radicale, faticosa e per certi versi inconfessata fino a quel momento. Ma Tiziano lascia che la sua vittoria, ora, venga filmata. Dopo vent’anni di carriera può parlare a briglie sciolte di tutto: di bullismo, di omosessualità, di verità discografiche, di obesità. E soprattutto di alcolismo.

La scelta di contestualizzare subito la storia nell’ambito degli alcolisti anonimi ha avuto un impatto forte sul pubblico. «Quell’inizio e quell’argomento non erano stati pensati subito» racconta Beppe Tufarulo, regista di “Ferro”. «Quando abbiamo iniziato a lavorare al documentario non conoscevamo la storia dell’alcolismo nella sua vita, Tiziano ancora non ce lo aveva detto. Poi ha scelto di liberarsi e parlarne. Per noi è stata una sorpresa.  A quel punto, con un tema così forte, tutto è cambiato. Ma non volevamo diventasse il documentario sul suo rapporto con l’alcolismo, bisognava dosare tutto. Abbiamo cercato di trovare un inizio forte per il film, in pochissimo tempo dovevamo dare un impatto cinematografico e raccontare qualcosa di grosso». 

Tiziano Ferro film alcolisti anonimi

Nel dettaglio quella scena come è nata?

L’abbiamo proposta a Tiziano, ci ha raccontato come avvenivano queste loro riunioni. Abbiamo deciso di isolare un momento vero, con tutti gli altri, e un momento ricostruito a servizio della scena: tutti si presentano, in cerchio, tranne Tiziano. Già c’era tutto da immaginare, con un inizio così.

Che libertà avete avuto, con il tuo team, nel raccontare questa storia?

Abbiamo avuto una grande libertà creativa, che partiva dal proporre una visione chiara. È stato uno sforzo collettivo sempre nel rispetto di Tiziano e di Amazon Prime. Quello che volevamo fare davvero l’abbiamo sperimentato e trovato in fase di montaggio. Siamo fortunati, la macchina da presa è sempre stata a servizio dell’artista, ma qui avevamo un artista che desiderava mettersi completamente a nudo.

Ci sono delle scene in cui avete avuto accesso alla sfera davvero intima di Tiziano Ferro. Pensiamo al materiale inedito del matrimonio, alla sua ospitata nella scuola, alle riunioni con gli Alcolisti Anonimi, al pomeriggio a casa dei suoceri. Come si costruisce un approccio del genere?

Per me c’è stata una preparazione di mesi, sono un fanatico delle reference, ho bisogno di visualizzare quello che vorrei vedere. Il documentario su Nick Cave, quello su Lady Gaga, quello su Keith Richards, sono stati tutti fondamentali punti di partenza in cui i protagonisti si mettono a nudo, con modalità visive completamente diverse. Poi c’è stato il confronto con Tiziano, o meglio, l’ascolto. Ci sono delle scene tutte pensate prima, altre che sono nate dal modo in cui ci siamo posizionati e abbiamo seguito Tiziano. Si entra quasi nel documentario d’osservazione, come per la scena nella scuola: non avevo la più pallida idea di cosa avrebbero fatto gli alunni e l’insegnante. In quei momenti non stai solo schiacciando REC e registrando: stai interpretando qualcosa per chi la vedrà dopo.

Hai bisogno di visualizzare ciò che vorresti vedere. Cosa volevi vedere da spettatore stavolta?

Le emozioni. Volevo cogliere nel vivo questa persona oltre l’artista. Tiziano si è lamentato sempre, tutti i giorni fino alla fine, della grandezza della telecamera: aveva ragione, avevamo degli strumenti invadenti. Abbiamo usato una macchina e delle ottiche precise perché volevamo che la storia fosse anche visivamente e fotograficamente bella, cinematografica. Certo, è impossibile essere invisibili con quella roba al seguito.

Tiziano Ferro film documentario

La collaborazione con Tiziano come è nata e come si è evoluta?

Tiziano non se lo ricordava, ma io ovviamente me lo ricordavo molto bene: il mio primo vero lavoro lo avevo fatto ai tempi di MTV, dove ho lavorato per circa 8 anni, anche come responsabile dei casting. In occasione degli MTV Europe Music Awards, nel 2004, c’era l’idea di fare uno speciale su Tiziano Ferro.

Era l’epoca di Sere Nere…

Sì, e io ero il film-maker a cui avevano chiesto di girare lo speciale. All’epoca MTV era davvero pioneristica, ci dava molta fiducia: da quel momento in poi ho iniziato a fare il mio lavoro. Quando poi mi hanno chiesto se volevo dirigere il documentario, è stato come un viaggio che ho ripreso da quel punto. Sono legato alla musica di Tiziano, ma anche a quella prima esperienza con lui. Quando in montaggio ho risentito le interviste e gli aneddoti sugli esordi della sua carriera, comprendendo solo ora che all’epoca tornava in albergo triste, ho pensato: “ma io in quel momento ero con lui”. Ora ho ritrovato con occhi diversi quello stesso ragazzo.

È curioso che tu abbia filmato involontariamente l’inizio e anche la fine di quella maschera che Tiziano Ferro ha indossato per anni. A lui hai raccontato questo aneddoto?

All’inizio sì, gliel’ho raccontato. Tra noi c’è stato un bel rapporto lavorativo, la chiave è stata la fiducia e l’ascolto. Ma c’è stata anche molta distanza, mi piace osservare ma non sono un parente dell’artista.

Forse è anche necessario non superare la soglia della confidenza per raccontare un artista.

Sono d’accordo. Tante cose non le sapevamo, Tiziano ce le ha dette poco a poco, è stata una rivelazione continua. La prima intervista vera che abbiamo fatto con lui è quella davanti alla finestra dell’albergo, in cui poi si commuove. Era un hotel di Milano, Tiziano era seduto per terra di fronte alla grande vetrata, e noi accanto a lui. Abbiamo sempre girato con degli zoom, scegliendo quando ‘avvicinarci’. Da lì anche lui ha scoperto come porsi con noi.

Tiziano Ferro film backstage

Ci sono tanti modi di fare un docu-film: “Ferro” come è stato pensato?

Ci è stato chiaro dall’inizio che volevamo seguire e mischiare due livelli narrativi, in un viaggio accanto all’uomo e all’artista. Tutto era partito per il lancio del nuovo album, ma Tiziano è come Clark Kent: prima fa promozione e poi torna a casa sua. Arriva a Milano ed è Tiziano Ferro; torna a Los Angeles ed è Tiziano e basta. È davvero così. È difficile spiegare che tipo di processo è stato, anche perché lui aveva già comunicato al pubblico una serie di cose personali con i suoi outing, Ma qui ha voluto liberarsi definitivamente. Così ci siamo accorti che l’uomo stava diventando più interessante dell’artista in sé, da raccontare.

Che ne pensi della parentesi Sanremo 2020 nel docu-film? Una bella coincidenza durante le riprese.

Posso dirlo? Sanremo è più il posto più noioso della Terra se segui un artista come Tiziano Ferro (ride, ndr). Giustamente si è chiuso in camerino per cinque giorni, e noi davanti alla sua porta. A Sanremo tutto si muove freneticamente, sembra che tutto succeda solo in quel momento e in quel posto lì, ma esiste solo in quella settimana. Subito dopo si passa olfetre. È servita molta lucidità per capire, a posteriori, cosa ci servisse tenere di quei momenti per un film-ritratto come il nostro. Tiziano però è un artista italiano a tutti gli effetti, per lui quello era un posto molto sentito.

Qual è stato il momento più difficile durante le riprese?

In effetti questo progetto non ha avuto momenti di difficoltà eclatanti, ma ho avuto paura alla fine, con il primo montaggio. Temevo che il film che a quel punto avevo messo in piedi venisse scardinato. Quando si lavora su un progetto così grande con un artista tanto famoso e Amazon Prime, devi confrontarti con parecchie persone. Ho temuto i primi feedback, sì. Per fortuna non posso dire che il film sia diventata un’altra cosa rispetto a quello che desideravo.

Tiziano Ferro film

Con il lancio del docu-film si è parlato di te soprattutto come regista di spot. In realtà tu hai anche avviato un tuo filone narrativo (ndr: “Baradar” è stato un piccolo successo di critica). Per te quello di “Ferro” potrebbe rappresentare un twist moment?

Io sono cresciuto facendo cose diverse, parto dai concerti musicali di MTV ma ho continuato a Milano, dove si fa tanta pubblicità e spesso con uno storytelling divertente e sperimentale, insieme a grandi brand. Il mio vero amore rimane il documentario, ma penso che riuscire ad entrare nella vita di alcune persone sovraesposte sia la sfida più bella. Come è successo con Tiziano e come per esempio fa il mio amico Pepsy Romanoff con Vasco. E poi amo raccontare delle storie e lavorare con gli attori. Credo davvero nell’equilibro tra lo storytelling e la bellezza visiva delle immagini. Mi piacciono le cose belle. Ora vorrei fare un film o una serie, purché sia un progetto affine al mio punto di vista.

Ogni set ha un aneddoto speciale. Qual è quello di “Ferro” che ti porterai dietro negli anni?

Tiziano voleva che il suo matrimonio fosse un elemento del racconto. Lui si è sposato negli Stati Uniti e poi a casa sua in Italia, a Sabaudia: aveva tantissimo materiale inedito da farmi vedere, ore di filmini. Mi ha detto: «Vieni a X Factor», dove era ospite, «questo è l’hard-disk, mettiti qui in camerino e inizia a guardarti il materiale. Guarda, interpreta, fai tu: hai carta bianca». E sul matrimonio ho avuto davvero carta bianca.

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