"
MondoNewsPrimo piano

I social possono bannare il presidente degli Stati Uniti? Infuriano le polemiche. E la Ue si schiera con Trump: “Illegittima la sua rimozione da Twitter”

Il Commissario Breton stigmatizza l'assenza di "controllo democratico" su decisioni così gravi

Una novità clamorosa si aggira per la Rete e continuerà a far parlare di sé a lungo. Ovvero: la chiusura degli account social del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Infuriano le polemiche e il dibattito sta investendo anche le istituzioni. I sostenitori della mossa di Jack Dorsey, patron di Twitter, il social media che nel fine settimana scorso ha bannato Trump dicono sì. “Trump ha fomentato la violenza incitando, direttamente o indirettamente, i suoi sostenitori che hanno assaltato il Congresso, – è in sostanza la loro posizione – dunque è giusto che sia espulso”.

I dubbi di chi non sta con Trump

Ma non mancano voci autorevoli – oltre naturalmente ai fan di Trump e del trumpismo -, che ritengono la mossa di Twitter illecita. O quantomeno un sintomo dello strapotere di questi “nuovi” personal media e della loro capacità di far riecheggiare sui media tradizionali ciò che accade su queste piattaforme che tutti usiamo. In questo senso va anche la riflessione del professor Massimo Cacciari che in questi giorni è assurto alle cronache italiane proprio perché, da antitrumpista, difende il diritto del presidente Usa a non essere espulso dal social media più “politico” del web.

Il problema del controllo democratico

Ora però, è novità di queste ore, si schiera indirettamente con Trump anche il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton. L’alto funzionario dell’Unione europea ha infatti espresso la sua “perplessità” per la decisione delle piattaforme di bandire il presidente americano. Perché un fatto così grave avviene “senza controllo legittimo e democratico”. Breton ha così colto l’occasione per rilanciare i progetti europei volti a regolamentare i giganti del web.”

“Come è organizzato lo spazio digitale?”

Il fatto che un Ceo (un amministratore delegato, l’allusione è a Jack Dorsey di Twitter, ndr.) possa staccare la spina dell’altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo e bilanciamento è sconcertante – ha affermato il commissario Ue in un editoriale pubblicato su Politico e su Le Figaro -. Non è solo una conferma del potere di queste piattaforme, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale”.

Le piattaforme social e i contenuti pubblicati

Breton ha sostenuto che le piattaforme “non saranno più in grado di sottrarsi alla (loro) responsabilità” per il loro contenuto. “Proprio come l’11 settembre ha segnato un cambio di paradigma per gli Stati Uniti, se non il mondo, ci saranno, quando si parla di piattaforme digitali nella nostra democrazia, un prima e un dopo l’8 gennaio 2021“. La data in cui Twitter ha sospeso definitivamente l’account di Donald Trump, due giorni dopo l’assalto da parte dei suoi sostenitori al Campidoglio. “Quella data rimarrà come riconoscimento da parte delle piattaforme della loro responsabilità editoriale e del contenuto che trasmettono. Una sorta di 11 settembre nello spazio informativo”.

Voci critiche anche dall’Europarlamento

Secondo quanto sostiene Agi, a sostenere che l’Ue non debba lasciare che Facebook e Twitter decidano cosa rientri nei limiti dell’accettabile sulle loro piattaforme è anche Manfred Weber, l’europarlamentare tedesco capogruppo del Ppe. “Non possiamo lasciare che siano le società americane della Big Tech a decidere come discutere e non discutere, cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico. Abbiamo bisogno di un approccio normativo più rigoroso”, ha dichiarato Weber al sito Politico.

Domenico Coviello

Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze, come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione Internet de “La Nazione”, “Il Giorno” e “Il Resto del Carlino”, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni, sempre su Internet, all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a “City”, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Un passaggio alla “Gazzetta dello Sport” a Roma, e al desk del “Corriere Fiorentino”, il dorso toscano del “Corriere della Sera”, poi di nuovo su Internet per il sito di news “FirenzePost”. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma, e da qui l’approdo a “Velvet Mag”. Ha collaborato a “Vanity Fair”.
Back to top button