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Usa, Trump sotto impeachment per la seconda volta: “Ha incitato i rivoltosi”. Biden verso il giuramento

La Camera approva lo stato d'accusa ma il Senato rinvia il voto a dopo l'insediamento del nuovo presidente

A meno di una settimana dall’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, il 20 gennaio, come 46° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump va sotto impeachment. Dopo lo shock dell’assalto al Congresso, il 6 gennaio, la Camera dei Rappresentanti (la nostra Camera dei Deputati) ha votato per la messa in stato d’accusa del presidente in carica. Nell’arco dello stesso mandato – quindi da 4 anni a questa parte – è la seconda volta che il tycoon subisce l’impeachment. Non era mai accaduto nella storia degli Usa che un presidente finisse due volte in stato d’accusa.

Favorevoli e contrari: il margine è 35 voti

La Camera ha varato il via libera all’impeachment con 232 voti a favore e 197 contrari. Per “incitamento all’insurrezione”, dopo l’assalto a Capitol Hill di Washington – la sede del Congresso, il Parlamento Usa – dello scorso 6 gennaio. “Sappiamo che c’è stata un’insurrezione che ha violato la santità del Congresso del popolo – ha dichiarato la speaker Nancy Pelosi -. E sappiamo che il presidente degli Stati Uniti ha istigato questa insurrezione, ha armato la ribellione contro il nostro stesso Paese. La Camera ha dimostrato che nessuno è al di sopra della legge, neppure il presidente”. Il precedente impeachment per Trump risale al 18 dicembre del 2019. Ma non ebbe seguito perché bocciato al Senato controllato dai repubblicani. Ora le cose sono diverse: i democratici hanno il controllo della Camera e al Senato gli stessi seggi degli avversari.

“Ma ho preso 74 milioni di voti”

Certo, un “record” che non fa onore a Trump. Ma che, probabilmente, lo rinserra ancor più nelle sue convinzioni. Di volersi rilanciare come uomo politico anche dopo l’uscita dalla Casa Bianca. In vista, magari, di un nuovo futuro mandato. Non sembri assurdo. Il seguito popolare del presidente uscente è forte nel Paese. Lo stesso Trump ricorda spesso di avere ottenuto alle scorse presidenziali “quasi 74 milioni di voti” (ma non cita i quasi 80 milioni ottenuti da Biden). A ora non mancano le possibilità per lui – e i mezzi economici e finanziari – di creare un proprio network politico e mediatico che lo supporti in toto. Più di quanto abbiano fatto certi mass media, come Fox News, da lui accusata, da ultimo, di avergli voltato le spalle.

Partito repubblicano al bivio

Ma ora si spalanca un’altra questione. Il Gop (Grand old party), il Partito repubblicano dei Bush e non solo, che ha supportato Trump fino all’ultimo, rischia di sfaldarsi. Si aprono crepe. E sono vistose. L’impeachment al tycoon di New York non lo hanno promosso e votato soltanto i democratici. Anche una pattuglia, piccola ma significativa, di 10 deputati repubblicani ha rotto col presidente e ha votato la messa in stato d’accusa di Trump. Cosa succederà ora al Senato? Se lo chiedono in molti. È vero che 10 è un numero basso ma ciò che conta è il messaggio. Qualcosa del tipo: “Trump non ci rappresenta più, riprendiamoci la nostra autonomia”. La Camera trasferirà gli articoli della messa in stato d’accusa al Senato. Tuttavia il presidente uscente, il repubblicano Mitch McConnell, ha escluso che il processo possa iniziare prima dell’insediamento di Biden. Sarà la nuova Camera Alta a stabilire la data della discussione e del voto sull’impeachment.

Joe Biden e Kamala Harris sono pronti

È ormai quasi conto alla rovescia per l’insediamento di Joe Biden quale nuovo presidente. La data è mercoledì 20 gennaio. Quel giorno Biden e la vicepresidente Kamala Harris giureranno sul palco come è sempre avvenuto per i loro predecessori. “Sono pronto a farlo”, ha detto Biden nei giorni scorsi. Tutto però avverrà fra imponenti misure di sicurezza. Al Congresso già stazionano in massa militari giunti per evitare nuove dimostrazioni violente. L’America vive i suoi giorni più incerti da molto tempo a questa parte. La superpotenza dell’Occidente potrebbe apparire in declino. Ma è in questi momenti che gli statunitensi superano se stessi e rialzano lo sguardo verso il futuro.

Domenico Coviello

Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze, come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione Internet de “La Nazione”, “Il Giorno” e “Il Resto del Carlino”, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni, sempre su Internet, all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a “City”, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Un passaggio alla “Gazzetta dello Sport” a Roma, e al desk del “Corriere Fiorentino”, il dorso toscano del “Corriere della Sera”, poi di nuovo su Internet per il sito di news “FirenzePost”. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma, e da qui l’approdo a “Velvet Mag”. Ha collaborato a “Vanity Fair”.
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