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Tennis, Australian Open nel caos: 72 giocatori in quarantena Covid. Stop alle richieste di Djokovic per consentire a tutti allenamenti e pasti adeguati

Il numero uno del mondo ha tentato invano di difendere i colleghi

Le conseguenze della pandemia di Covid non risparmiano gli Australian Open di tennis, per tradizione il primo grande appuntamento della stagione tennistica. Il Coronavirus è riuscito a sconvolgere anche tutto questo. Si sono verificati in queste ore casi di positività, con conseguente divieto di allenarsi durante le due settimane di quarantena a ben 72 atleti. Così tanti? Sì. Sono coloro che, potenzialmente, potrebbero aver contratto il Coronavirus. Perché sono venuti in contatto con i cinque tennisti non negativi al test.

I test all’aeroporto

La doccia fredda per giocatori e appassionati arriva dopo lo slittamento in avanti di tre settimane rispetto alla data in cui era stato inizialmente programmato il torneo. E anche dopo la disputa delle qualificazioni in un altro Paese, per la prima volta nella storia, a Doha, in Qatar (quelle maschili) e a Dubai, negli Emirati Arabi (quelle femminili). Ora l’avvicinamento al torneo, al via l’8 febbraio, assume quasi contorni da incubo. I problemi sono iniziati con i test effettuati all’arrivo a Melbourne di uno dei voli charter da Los Angeles.

Un torneo a rischio?

Sono risultati positivi ai controlli il coach di Lauren Davis, Edward Elliott, e un membro dell’equipaggio. Sullo stesso volo – uno dei 25 messi a disposizione dagli organizzatori – erano imbarcati 24 giocatori, tra cui lo statunitense Tennys Sandgren, nonostante un test positivo. Era stato vittima del virus già a novembre, per cui i medici lo giudicavano non contagioso. Viaggiavano sullo stesso aereo anche la bielorussa Victoria Azarenka, l’americana Sloane Stephens, il giapponese Kei Nishikori e gli argentini Guido Pella e Juan Ignacio Londero. Altre due positività ai test sono emerse poi tra i passeggeri di un charter da Abu Dhabi (Emirati Arabi). Si tratta di un operatore di un canale televisivo australiano e di Sylvain Bruneau, coach della canadese Bianca Andreescu, campionessa dello US Open 2019, che non gioca una partita da quindici mesi, dalle WTA Finals di quell’anno.

“Trattati male in albergo”

Adesso però c’è un tema forte di scontro, ovvero i pasti degli atleti nell’hotel della quarantena. Un tema che investe in pieno le modalità dell’isolamento a cui le autorità australiane hanno sottoposto i tennisti. Un Paese, l’Australia, che ha già fatto capire di voler chiudere prima o poi i confini fino alla fine dell’anno per contenere la pandemia. Fabio Fognini, Pablo Carreno Busta e Corentin Moutet hanno pubblicato sui social immagini del cibo consegnato in camera, mentre Benoît Paire si è rivolto a una nota catena di fast food per ottenere un hamburger.

La lotta “sindacale” di Djokovic

Le autorità sanitarie australiane hanno già avvertito che le stelle del tennis che non beneficeranno di “alcun trattamento preferenziale” per potersi allenare. Costretti ad esercitarsi in camera, allenandosi contro i muri delle stanze d’albergo, i giocatori hanno chiesto misure di isolamento meno rigide. In modo da essere pronti per lunedì 8 febbraio, quando dovrebbe iniziare il primo torneo del Grande Slam 2021. Dal canto suo il numero uno del mondo Novak Djokovic (guarito dal Covid la scorsa estate) ha viaggiato su un volo in cui nessun caso è stato identificato ed è quindi stato autorizzato ad allenarsi. Ma il campione serbo sta provando a migliorare la condizione di tutti i tennisti presenti in Australia per il torneo. E ha inviato un elenco di richieste agli organizzatori. Puntualmente rifiutato. Djokovic chiedeva il diritto di stabilirsi in abitazioni private dotate di campo da tennis, ridurre i giorni di isolamento, il permesso di incontrare i propri coach. E, ovviamente, un’alimentazione adatta al proprio regime alimentare da sportivi professionisti.

Domenico Coviello

Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze, come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione Internet de “La Nazione”, “Il Giorno” e “Il Resto del Carlino”, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni, sempre su Internet, all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a “City”, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Un passaggio alla “Gazzetta dello Sport” a Roma, e al desk del “Corriere Fiorentino”, il dorso toscano del “Corriere della Sera”, poi di nuovo su Internet per il sito di news “FirenzePost”. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma, e da qui l’approdo a “Velvet Mag”. Ha collaborato a “Vanity Fair”.
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