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Addio a Larry King, morto per Covid. Bretelle e accento di Brooklyn: chi era il re delle interviste nel più leggendario salotto tv d’America

Storica icona della Cnn, è morto a 87 anni travolto dal Coronavirus

Larry improvvisava. E lo faceva alla grande. Improvvisava le sue mitiche interviste controcorrente ai potenti del mondo perché “meno ne sapeva, meglio venivano”. Lo ricorderemo anche così, un americano di quelli simpatici, calorosi e spavaldi, ben piantati nel nostro immaginario collettivo. Lo rimpiangeremo Larry King, leggendario giornalista statunitense che ha contribuito al prestigio del network televisivo Cnn presso il grande pubblico americano e internazionale. Se ne è andato a 87 anni. Da settimane lottava contro il Coronavirus in ospedale a Los Angeles.

Il “Larry King Live”

Per venticinque anni, dal 1985 al 2010, ha condotto il talk show notturno Larry King Live, uno dei più longevi della storia degli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa conduceva il programma Larry King Now su Hulu e RT America, nonché il domenicale Politicking with Larry King sugli stessi due canali online. Lo scorso anno il giornalista aveva avuto sia un ictus che un infarto. Sempre nel terribile 2020 aveva perso due figli Andy e Chaia, morti nel giro di poco più di tre settimane. Il primo per un attacco cardiaco il 28 luglio, la seconda il 20 agosto a causa di un tumore ai polmoni.

Informalità da uomo della strada

Bretelle sulla camicia, accento di Brooklyn, e un leggendario salotto tv: così il mitico King per decenni ha ospitato  presidenti degli Stati Uniti e aspiranti tali, celebrità, ma anche persone comuni. Di più: persino una donna nel braccio della morte. Larry era per tutti il “re delle interviste”. Colloqui, più che altro. Svolti con un’incredibile disinvoltura, semplicità e informalità da uomo della strada. Il segreto del suo successo, in fondo, è stato proprio questo.

Da Nixon a Obama, fino a Marlon Brando

In oltre 60 anni di carriera, 25 dei quali alla Cnn, Larry aveva “chiacchierato”, rendendoli familiari al pubblico, con circa 50 mila persone. Fra questi i presidenti americani da Richard Nixon a Barack Obama. Ma anche leader mondiali tra cu Mikhail Gorbaciov, Tony Blair, Vladimir Putin e Mahmoud Ahmadinejad, divi dello spettacolo come Marlon Brando (che baciò sulla bocca). E poi pop star come Madonna, membri di case reali, capitani d’industria (tra questi Donald Trump), vittime di delitti, disastri e anche esperti di Ufo.

Svelava l’umanità dei suoi ospiti

“Non ho mai imparato niente mentre parlavo: questo è sempre stato il mio motto”, amava ripetere Larry King. Ma le sue domande non aggressive, che miravano a far sentire l’ospite a suo agio, hanno prodotto in molti casi risposte intime e coinvolgenti. I suoi colloqui seri ma improntati anche all’ironia che sdrammatizza hanno finito per mostrare, spesso, aspetti inediti della personalità degli intervistati. Negli ultimi tempi l’audience del suo programma era progressivamente calata. “Mi sono stufato del turno di notte – aveva affermato King nel fare il suo annuncio di ritiro dal programma – Ma farò sicuramente altre cose”. Tuttavia la conferenza telefonica con la quale aveva annunciato al suo staff la decisione di ritirarsi “ha visto i dieci minuti più tristi della mia vita”, aveva rivelato.

Domenico Coviello

Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze, come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione Internet de “La Nazione”, “Il Giorno” e “Il Resto del Carlino”, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni, sempre su Internet, all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a “City”, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Un passaggio alla “Gazzetta dello Sport” a Roma, e al desk del “Corriere Fiorentino”, il dorso toscano del “Corriere della Sera”, poi di nuovo su Internet per il sito di news “FirenzePost”. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma, e da qui l’approdo a “Velvet Mag”. Ha collaborato a “Vanity Fair”.
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