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Mascherine, per quanto tempo dovremo portarle? L’ipotesi delle Ffp2 obbligatorie nei luoghi chiusi

Gli esperti di tutta Europa discutono se abbandonare quelle chirurgiche

Dopo quasi un anno di Covid l’Europa tutta è alle prese con la seconda ondata della pandemia e all’orizzonte c’è la possibile terza ondata. Scienziati ed esperti discutono sulla validità dei dispositivi di sicurezza individuali. In particolare se non sia il caso di abbandonare le più semplici mascherine chirurgiche per adottare solo – o soprattutto – le più sicure e filtranti Ffp2.

Negozi, uffici, bar e ristoranti

L’idea di fondo è semplice: la mascherina chirurgica non andrebbe più indossata nei luoghi chiusi come negozi, bar e uffici, dove invece occorrerebbe sempre portare una mascherina Ffp2, più protettiva per sé e per gli altri. D’altro canto c’è chi ricorda la difficoltà a reperire le Ffp2. Le quali, anche per questo motivo, andrebbero riservate agli ospedali, dunque a medici, infermieri e operatori sanitari, dando loro precedenza assoluta.

“Due anni con i dispositivi”

È il virologo Andrea Crisanti a fare il punto, riporta TgCom24. Crisanti prevede che dovremo indossare i dispositivi di sicurezza individuale ancora a lungo. Le mascherine? “Le porteremo ancora per due anni”, sostiene. Da giorni, poi, in Europa i governi hanno cominciato a rendere obbligatorio l’uso delle Ffp2. Il dibattito è internazionale e parte dalle decisioni di Germania e Austria, con la Francia in coda. Si pensa di imporre l’obbligo della Ffp2 al chiuso, perché più filtrante. Ma c’è chi non è d’accordo.

Contrasti tra i virologi

L’utilizzo della Ffp2 dovrebbe valere per negozi e bus, visite negli ospedali e anche viaggi in auto (se si hanno accanto persone non conviventi). In Italia il dibattito è ancora agli inizi, con lo stesso Andrea Crisanti propenso a sostenere questa opzione. Le mascherine chirurgiche, dice in sostanza il virologo, non sono più sufficienti. Una posizione tutt’altro che unanime fra gli scienziati. Fabrizio Pregliasco, ad esempio, ritiene non indispensabile l’abbandono della mascherina più comunemente usata (quella chirurgica o di tessuto lavabile). Soprattutto dopo la fatica e l’attesa che gli italiani hanno dovuto sopportare per averla a prezzo “politico” e in quantità accettabili.

Il parere del Comitato tecnico scientifico

Secondo Agostino Miozzo, il coordinatore del Comitato tecnico scientifico (Cts) che affianca il governo, senz’altro le mascherine Ffp2 hanno una capacità filtrante maggiore. Ma attenzione, c’è un problema di forniture. “Le Ffp2 hanno un costo maggiore e in questo momento chi sta in ospedale rappresenta la priorità assoluta – sostiene Miozzo -. Andare a fare la spesa al grande centro commerciale invece non lo è. Se le Ffp2 sono disponibili per tutti, ben venga. Ma in un momento di penuria, la precedenza va agli ospedali”. La discussione varca anche l’oceano. Dagli Stati Uniti Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per lo studio delle malattie infettive (Niaid) e adesso collaboratore del presidente Biden, rilancia l’idea della super-copertura. “Se hai una protezione fisica con uno strato e ne metti un altro, il buonsenso ci dice che la protezione sarà più efficace”. La regola, banalissima, vale soprattutto adesso, nel momento in cui tutto il mondo è messo a dura prova dalle varianti del Coronavirus.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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