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Chiara Caselli: «Pupi Avati mi ha fatto riscoprire il piacere di recitare» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Chiara Caselli interpreta la figlia di Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli nell'ultimo film di Pupi Avati "Lei mi parla ancora"

“Non ho certo un percorso lineare, ma “lineare” è un aggettivo che non userei mai per definire la vita, per la vita di nessuno”. Si descrive così Chiara Caselli, talentuosa attrice, regista, fotografa. Un’artista dal percorso eclettico, la cui carriera è iniziata all’età di 19 anni con la mini-serie tv “Il commissario Corso” ed è proseguita con la partecipazione a film come “Belli e dannati” di Gus Van Sant, “Aldilà delle nuvole” di Michelangelo Antonioni, “Non ho sonno” di Dario Argento, “Il passato è una terra straniera” di Daniele Vicari.

È passata anche dietro la macchina da presa come regista di cortometraggi premiati e apprezzati, e lavora nel mondo della fotografia da quando aveva 14 anni. I suoi scatti sono stati esposti alla Biennale di Venezia, a Tokio, a Mosca. La sua prova più recente è nel film di Pupi Avati “Lei mi parla ancora”, visibile su Sky Cinema on demand, pellicola che racconta la lunga storia d’amore tra Giuseppe Sgarbi e Caterina Cavallini (genitori di Elisabetta e Vittorio Sgarbi). Chiara interpreta la figlia dei protagonisti, Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli. Un ruolo che le ha dato grandi soddisfazioni e tanta emozione.

Lei mi parla ancora Pupi Avati

Chiara Caselli nel film di Pupi Avati “Lei mi parla ancora”

In “Lei mi parla ancora” interpreti Elisabetta, figlia di Rina e Nino, personaggio chiave nella storia d’amore raccontata da Pupi Avati. Come descriveresti la donna che interpreti?

C’è una cosa molto interessante in questo film. Io sarei Elisabetta Sgarbi, la figlia di Nino e Caterina, i protagonisti. Dico sarei perché in sceneggiatura Avati la chiama sempre “la figlia”. Questa è la base sulla quale abbiamo costruito il personaggio. Pupi ha una scrittura meravigliosa, e nel copione c’è tutto. È anche vero, però, che si tratta di un personaggio reale, che io conosco peraltro. Anziché chiamare Elisabetta e farmi raccontare da lei quale fosse il suo rapporto con la madre e il padre, e cercare di intuire meglio che donna sia, ho affrontato il personaggio come se fosse una figura storica.

Ho lavorato molto di documentazione, e dopo varie ricerche ho trovato una presentazione di qualche anno fa di Claudio Magris che la definiva con tre aggettivi: coraggiosa, indomabile e temeraria. Li trovo veramente azzeccati, anche per come Pupi ha scritto quel personaggio. La Elisabetta che interpreto è una persona che ha un motore costantemente acceso dentro, la grinta e la forza di chi sa che deve andare sempre avanti. Infatti lei si prende cura del dolore del padre, rimasto solo a causa della morte della compagna di vita di oltre 60 anni, lo aiuta a dare un senso ai pochi anni che ha davanti a sé.

Avevi letto il libro da cui è tratto il film, che porta lo stesso titolo?

Certo, fa parte del lavoro preparatorio. L’ho letto mentre stavano quasi iniziando le riprese. Ripensandoci ora mi viene in mente un particolare curioso. Elisabetta Sgarbi usa gli occhiali scuri, pubblicamente li indossa molto spesso. Questo dettaglio è molto interessante per un attore, perché ti fa capire che quel personaggio non vuole mostrarsi più di tanto, forse vorrebbe nascondersi un po’. È un dettaglio che ti porta a scegliere quando metterli o non metterli nella resa del personaggio.

Ricordo che un secondo prima del primo ciak, per una scena peraltro complessa e importante con Fabrizio Gifuni, Avati mi chiamò e mi disse: “Caselli, ma siamo sicuri di usare quegli occhiali?”. Pupi mi chiama come fanno i maestri a scuola, per cognome (e io adoro questa cosa!). Non ho fatto in tempo a elaborare alcun tipo di ragionamento o reazione a quell’appunto, ho subito deciso di togliere gli occhiali. Sul momento questa cosa mi ha un po’ destabilizzato perché avevo costruito tanto su quell’aspetto. Poi rivedendo il film finito, durante una proiezione solo per noi attori, mi sembra quasi di avere introiettato l’uso degli occhiali perché praticamente mai il mio personaggio si mette di fronte alla macchina da presa. Sta spesso di lato, forse è un modo di aver reso interiore l’uso degli occhiali, come se fossero dentro di lei e non sul viso.

Sandrelli Caselli Pupi Avati

Come hai lavorato con Avati per la costruzione del personaggio? Cosa ti ha chiesto?

Pupi è un regista molto particolare, sceglie gli attori giusti per il ruolo giusto e poi li mette sul ring. Spesso con lui non si fanno nemmeno le prove, e io credo abbia ragione. La verità è che lui non si mette quasi mai al monitor, lo usa per controllare le inquadrature e per la fase di preparazione. Mentre si gira, lui ti sta vicino. È impossibile non notarlo, anche perché ha una fisicità importante. È come se recitasse insieme a te, si crea un’alchimia molto rara e bellissima.

Il giorno prima di girare il mio primo film diretta da lui, “Il Signor Diavolo”, ricordò che mi chiamò. Ero terrorizzata, mi disse scherzando: “Caselli, non mi rovinare il film!”. Questa volta non mi ha chiamato prima dell’inizio delle riprese, quindi forse non gli ho rovinato quel film e mi ha richiamato anche per “Lei mi parla ancora”! La prima volta che ho visto il film finito, mi sono quasi dimenticata di farne parte, di esserci anche io. Era talmente grande il piacere di vedere una storia così bella, portata in scena da interpreti così talentuosi e intensi, di vedere gli sguardi, i silenzi, i gesti. Mi sono emozionata.

Elisabetta e Vittorio Sgarbi hanno visto il film? Cosa ne hanno pensato?

Elisabetta ha molto gradito il film e mi ha detto che si è rivista, si è riconosciuta nel mio personaggio. Anche Vittorio ha visto il film, e sono sicura che gli sia piaciuto.

Michelangelo Antonioni, Citto Maselli, Dario Argento, Pupi Avati, Peter del Monte, Liliana Cavani, Gus Van Sant. Sono tanti e diversi i cineasti che ti hanno diretta. Cosa cerchi in un regista o cosa vorresti da lui?

Lavorare con un regista è una grande sfida. In ogni attore c’è un colore, un film è come un quadro dipinto da qualcun altro cioè appunto il regista. Si deve aver voglia di vedere quel quadro finito, di essere il giallo o il nero o il colore che lui vuole che tu sia. È sempre un’avventura che parte da una base costituita dalla sceneggiatura, dai costumi, dall’incontro con i colleghi. È un salto nel vuoto, e lo trovo molto bello perché ti dà una grande scarica di rischio. nForse cerco quello, da un parte una visione alla quale ho voglia di aderire, e dall’altra il buttarsi in un’avventura.

Hai lavorato anche nel film “Il mostro della cripta”, che uscirà prossimamente. Ci puoi dire qualcosa di più?

Mi sono molto divertita a girare questa pellicola, la cui produzione è stata quasi contemporanea al film di Pupi. Si tratta di un lavoro scritto e prodotto dai fratelli Marco e Antonio Manetti. Interpreto un personaggio davvero strano, completamente irreale, a tratti comico, una sciroccata totale! Mi sono divertita da morire, per certi versi il mio ruolo mi ricorda un po’ “Kill Bill”… Un vero regalo, inaspettato e bellissimo.

Scatti fotografie dai tempi delle medie, da quando a 14 anni tuo padre ti regalò la prima macchina fotografica, la Olympus OM-1.  Hai partecipato a varie esposizioni fotografiche in tutto il mondo. Sembra quasi che la fotografia per te sia diventata più importante del cinema…

No, in realtà non è così. Il mio rapporto con il cinema, e con il mio essere attrice, in questi ultimi anni è cambiato, a un certo punto si era appannato. Sicuramente c’entra il fatto che ho dovuto crescere un figlio da sola, una cosa molto impegnativa, che ti dà un margine di movimento relativo. Questo mi ha dato la possibilità di iniziare un percorso di narrazione nella fotografia. Ho sempre fotografato ma senza avere uno scopo che non fosse altro che il piacere di farlo. Nel 2008 ho iniziato a esporre. Sicuramente se avessi lavorato come facevo prima, ciò non sarebbe successo. Poi è arrivato Pupi con quel personaggio strepitoso ne “Il Signor Diavolo”, che mi ha fatto riscoprire (e gliene sarò grata per sempre) il piacere immenso di lavorare su un personaggio come uno scultore con lo scalpellino: prima si sgrossa la materia e poi si va a limarla. Era un modo di lavorare che non ritrovavo da tanto tempo.

In tanti anni di attività nel mondo della fotografia, il tuo sguardo è cambiato?

Sì, è sicuramente cambiato con l’attività espositiva perché ho imparato a fare narrazione. Prima erano scatti singoli. Costruire narrazione è una cosa che si impara facendola, con il tempo. È molto bello, e non vuol dire che si scattino foto in funzione di qualcosa di particolare. Ad esempio, la mostra di Palazzo Merulana era sviluppata in capitoli.

Vittorio Sgarbi ha preso quelli centrali per l’esposizione di Sutri, ma uno di questi capitoli fa parte di un altro progetto. Quelle esposte sono “albe impalpabili”, che sono parte di un lavoro molto più ampio che prevede coppie di serie fatte come allo specchio. Le albe sono state scattate a Salina, e le altre (che si chiamano “Fata Morgana”) sono state fatte nel luogo che sta di fronte, Ginostra, la parte nascosta e selvaggia di Stromboli. Sono posti dell’anima per me. Tornarci, oltre che a ritrovare me stessa, mi permette di portare avanti un progetto fotografico che è un racconto sulla luce.

Hai fatto anche una bellissima video installazione per il Capodanno di Roma 2021, dal titolo “Siamo onde dello stesso mare”. Da dove è nata l’idea?

L’ispirazione è venuta in un attimo. Le meravigliose curatrici del Capodanno 2021 hanno impiegato un anno a mettere insieme gli artisti per questo evento che si sarebbe dovuto sviluppare lungo tutti i Fori Imperiali. Quando ci siamo incontrate la prima volta, e mi hanno detto che la mia opera doveva essere uno sguardo che potesse contenere un’idea di futuro, ero sicura che ciò che mi chiedevano riguardasse l’acqua. Andammo verso l’Isola Tiberina e camminando a un certo punto vidi qualcosa di estremamente interessante e mi fermai. Estrassi il telefono e, sul bordo della cascata dell’Isola Tiberina, feci un’inquadratura e una fotografia. Quello è stato il lavoro che poi è diventato la mia video installazione.

Ovviamente c’erano dei parametri da rispettare come una certa durata, un testo che doveva essere voice over. Considero questo lavoro un mattoncino iniziale di un progetto molto più ampio, che permetterà di affacciarsi su questi mondi meravigliosi che ci fanno intravedere le scienze contemporanee, in primis la fisica quantistica, ma anche la cosmologia, o la fisiologia vegetale. La scienza mi ha sempre emozionato.

Hai diretto due corti, “Per sempre” (in concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 2000 e vincitore di un Nastro d’argento) e “Molly Bloom” del 2016 tratto dall’”Ulisse” di James Joyce (in concorso a Venezia nel 2016).  Essere fotografa aiuta o svantaggia nel fare la regista?

È sicuramente un vantaggio. Il senso dell’inquadratura è già lì, nell’attività fotografica. “Molly Bloom”, ad esempio, doveva essere un lungometraggio, ci ho speso quasi 9 anni. L’ho costruito partendo dagli storyboard, ho filmato tutto prima di girare anche perché, essendo in scena, ho usato la stand-in durante le prove, in modo tale che il direttore della fotografia Matteo Cocco sapesse esattamente quello che volevo. Aveva la sua autonomia, c’è stata grande sintonia e abbiamo fatto un lavoro quasi simbiotico. Sicuramente se devo dare a un direttore della fotografia delle indicazioni precise sulle inquadrature, la luce e gli obiettivi da usare, so farlo bene perché fotografare è il mio mestiere. E credo che, anche per un direttore della fotografia, sia un modo di lavorare migliore.

Che rapporto hai con l’obiettivo, quando stai dall’altra parte e sei oggetto di foto?

Non mi piace, non mi è mai piaciuto! Al cinema, quando vieni filmata, è tutto diverso perché non sei tu, sei un personaggio all’interno di un flusso diverso. Poi per carità, è anche bello indossare vestiti speciali per gli shooting, essere truccata e pettinata per quelle occasioni, anche quello è un gioco divertente. Ma senza ombra di dubbio mi piace di più fotografare. Quando faccio l’attrice il mio essere regista e fotografa spariscono completamente, sono un’interprete, sono il colore che il regista vuole che io sia. Il fatto di aver fatto regia e aver sentito sulla mia pelle la fatica di quel compito, mi fa essere ancora più rispettosa del cineasta con cui sto lavorando e del suo lavoro.

A cosa stai lavorando adesso?

Sto portando avanti il mio lavoro sulle scienze, e anche su un altro progetto da attrice, regista, co-regista con le mie amiche storiche e compagne di vita e viaggi Amanda Sandrelli e Rita Marcotulli. Prima farò quello, e in contemporanea farò il resto. Desideri ne ho tanti e voglia di fare anche!

Martina Riva

Musica&Cinema Da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo dell’intrattenimento, mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi di laurea in Storia del Cinema sul film “Lolita” di Stanley Kubrick. Finita l’università, mi sono trasferita a Los Angeles, dove, tra le altre cose, ho ottenuto un certificate in giornalismo a UCLA; nella Città degli Angeli ho lavorato per varie TV tra cui KTLA, dove per tre anni mi sono occupata principalmente di cinema, coprendo le anteprime mondiali dei film e i principali eventi legati al mondo spettacolo (Golden Globes, Academy Awards, MTV Awards e altri). Nel 2005 sono approdata alla redazione spettacoli di SKY TG24 dove ho lavorato come redattrice, inviata ai Festival e conduttrice. Le mie passioni principali, oltre al cinema, sono i viaggi, il teatro, la televisione, l’enogastronomia e soprattutto la musica rock. Segni particolari? Un amore incondizionato per i Foo Fighters!
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