Giovanni Parapini racconta Young Stories: «L’autenticità è un connotato di questa generazione e di queste storie» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Il Direttore Giovanni Parapini racconta il progetto Young Stories

Un viaggio nel mondo del web dal punto di vista dei più giovani. Una giornata intera nella vita e nelle occupazioni di 13 influencer under 25, che grazie alla Rete hanno superato paure, coltivato passioni e intrapreso professioni. Si intitola “Young Stories” il format voluto da Rai per il Sociale e realizzato da “Stand by me”, disponibile su RaiPlay dal 5 febbraio.

13 puntate di circa dieci minuti ciascuna, che raccontano (dal momento del risveglio a quello della buonanotte) la routine, le relazioni familiari e sentimentali e la vita sui social dei protagonisti. Pensato per un pubblico di giovani e per la nuova offerta nativa digitale della Rai e di RaiPlay, il format è un ponte tra generazioni, un racconto che mette in luce l’enorme potenziale dei social network come luogo di dialogo e scambio continuo di esperienze. “Young Stories” è solo uno dei tanti nuovi progetti a cura di Rai per il Sociale, progetti e format di cui ci dà un’anticipazione il Direttore Giovanni Parapini.

“Young Stories” è un format voluto da Rai per il sociale e realizzato da “Stand by me”, la società di produzione di Simona Ercolani. Come nasce l’idea?

Nasce dalla convergenza su alcuni temi chiave: inclusione digitale, giovani, diversità e dialogo intergenerazionale. L’inclusione digitale è una delle mission della direzione Rai per il Sociale. Per contrastare il digital divide culturale abbiamo sviluppato il progetto Manzi 4.0 che vuole portare a tutti gli italiani alfabetizzazione digitale e cultura dell’innovazione. I giovani sono un altro obiettivo che è stato assegnato alla Direzione. La Rai deve recuperare il dialogo che, durante gli ultimi due decenni, ha progressivamente perso con loro. Per parlare con i giovani è importante creare contenuti nei quali si possano conoscere e riconoscere.

Il terzo aspetto è relativo al dialogo intergenerazionale. Oggi più che mai, in un mondo che cambia in maniera esponenziale, i nativi digitali possono insegnare a noi adulti tante cose. Ma noi, “poveri immigrati digitali”, abbiamo ancora un ruolo molto importante in termini di trasferimento di valori, di supporto alle fragilità, di sostegno alla resilienza e di orientamento verso il futuro. Questo contenuto è stato pensato per essere fruito sia dai ragazzi che dai loro genitori. E mi piace pensare, come dice Elena Capparelli (Direttore di RaiPlay e Digital, ndr), che anche i miei genitori lo guarderebbero con interesse. Alla base di “Young Stories”, dunque, ci sono questi tre concetti, inclusione, giovani, dialogo intergenerazionale.

Come spettatore, cosa l’ha colpita di questo programma, e delle storie raccontate nelle varie puntate?

Le ragazze e i ragazzi di “Young Stories” sono molto diversi tra loro per personalità, passioni, background, aspirazioni e sogni. In tutte le storie, però, la famiglia è determinante e, personalmente, in ogni storia ho avuto una percezione di pulizia e genuinità. Credo che l’autenticità sia un connotato di questa generazione e di queste storie.

Che tipo di riscontro avete avuto, dal pubblico innanzitutto, e dalla critica? State pensando a una seconda stagione?

Nell’immediato il riscontro è stato ottimo, sia su Rai Play che sui Social. Abbiamo invitato gli utenti della Rete ad esprimere sulla pagina Instagram di Rai per il Sociale il loro gradimento, ponendo un cuore alla storia e al personaggio preferito. Chi avrà più apprezzamento, sarà invitato a un importante evento Rai, a luglio o a ottobre, su cui non posso dire di più.

Avete in programma altri format simili, creati principalmente per il pubblico giovane?

Si, certo. ”Young Stories” è alla sua prima edizione e come tutti i format ha bisogno di assestarsi, di maturare, anche in base alle risposte del pubblico. L’attività di ascolto per noi è centrale.

Sono previsti format legati ad alcuni temi cardine di Rai per il sociale, cioè l’ambiente, i diritti umani, l’inclusione, il gender gap, la sostenibilità?

Stiamo lavorando alla creazione di contenuti sui temi da lei citati. In alcuni casi creiamo e produciamo internamente contenuti condivisi con i nostri editori interni, in altri casi proponiamo temi e argomenti che vengono poi sviluppati da reti e testate in base alla loro autonomia editoriale. In questo momento siamo concentrati sui temi della lotta alle diseguaglianze, alla povertà e alla protezione del lavoro. Nella sostanza cerchiamo di creare Coesione Sociale.

Lei è alla guida di Rai per il Sociale da sette mesi circa. Qual è il primo bilancio che si sente di fare, quanto e cosa ancora c’è da fare per rafforzare questa struttura?

Pensiamo che siano gli altri a dover fare i bilanci, rispetto agli obbiettivi che ci sono stati assegnati, e a giudicare quindi i risultati ottenuti. In questi mesi abbiamo lavorato duramente e la direzione si è dimostrata unita, coesa e molto motivata. Per queste ragioni mi sento di dire che siamo molto soddisfatti e che sentiamo tutti un grande senso di responsabilità nei confronti dell’azienda e della pubblica opinione. Abbiamo un piano operativo con 42 progetti da sviluppare nel 2021, e siamo perfettamente in linea con quanto stabilito. Abbiamo iniziato con “Illuminare le periferie” da Tor Bella Monaca, proseguendo con Torre Maura (il rapporto che fotografa le sfide per il mondo dell’informazione in Italia, ndr). Quindi abbiamo lanciato la trasmissione “Prepararsi al Futuro“ con Piero Angela e una serie di interviste dal titolo “ConverseRai”.

Abbiamo realizzato pillole di psicologia “anti pandemia” in collaborazione con la trasmissione “Elisir” in onda su RaiTre, abbiamo favorito l’aumento dello spazio per la trasmissione sulle disabilità “O anche no” in onda su RaiDue. Inoltre, ci è stato concesso un importante spazio nell’ambito di “Uno Mattina”, grazie alla rubrica dal titolo “#Includerai”.

Ancora, abbiamo promosso il Festival di ASVIS e abbiamo dato voce al rapporto Diseguitalia contro le diseguaglianze a cura di Oxfam, promosso il Sustainability day 2020, la campagna di raccolta fondi per la Croazia durante il terremoto. Ci siamo anche occupati della giornata del Volontariato, del Rapporto della Caritas sulle povertà, dell’educazione ferroviaria con la Polizia e Rai Ragazzi, dei Diversity Media Awards. Infine abbiamo sostenuto le campagne di ASVIS, Croce Rossa Italiana, Telethon, Airc, Parkinson, Cesvi, solo per citarne alcune. Fare l’elenco completo è quasi impossibile.

A ottobre dello scorso anno lei ha vinto il Premio Paolo Borsellino per la diffusione della cultura e della legalità e l’impegno sociale e civile. Che significato assume per lei questo premio, anche alla luce del suo nuovo incarico?

Il Premio Borsellino rappresenta per me un grande onore, è impossibile spiegare ciò che ho provato quando mi è stata comunicata la notizia. E’ un premio, lo dico con estrema umiltà, che rappresenta un po’ tutta la mia carriera professionale, segnata da indipendenza, tanto impegno e sacrificio.

Devo ringraziare con forza gli organizzatori e la Rai, che mi ha permesso di operare sui temi della legalità ottenendo l’appoggio da tutti e tre i vertici con cui ho lavorato: Antonio Campo dall’Orto, Mario Orfeo, Fabrizio Salini e Giovanna Boda, che mi è stata vicina sul lato relativo alle Istituzioni. Questo Premio va onorato ed io cerco di farlo ogni giorno, con il massimo dell’impegno e della lealtà, verso i valori della legalità, dell’onestà e del servizio pubblico.

Il significato più importante che assume questo riconoscimento è che nel concetto di servire la comunità nazionale, con danaro pubblico, a mio giudizio si assume una enorme responsabilità, quella di fare il bene comune e mai, sottolineo mai, quello privato o personale.

Sin dalla sua fondazione la RAI ha avuto come funzione quella di intrattenere ma soprattutto educare gli italiani. Come si coniugano oggi le necessità culturali ed educative del servizio pubblico con la necessità di fare audience e risultati economici?

Questo è il tema dei temi, la ringrazio per questa domanda che trovo fondamentale. La Rai deve mutare pelle perché il mondo è in costante e veloce cambiamento. Le modalità di distribuzione e di fruizione dei contenuti sono cambiate da tempo e la Rai deve essere ancor più nella società per essere inclusiva e plurale. Il nostro pubblico continua ad essere principalmente “adulto” e quindi la nostra offerta si mantiene speculare a questo. Le innovazioni e le sperimentazioni faticano a prendere forma perché non hanno continuità nei piani industriali delle Governance. Ecco perché fatichiamo a coniugare le necessità culturali ed educative, ascolti e pubblicità.

La Rai ha il canone: per questo deve fare servizio pubblico, meritando i danari che riceve. Il resto va finanziato con i soldi della pubblicità che hanno regole, obiettivi e modalità differenti. Tenere insieme questi due mondi è la sfida urgente che l’azienda deve affrontare in modo definitivo per la sua stessa sopravvivenza, salvo che non si decida (come auspicato da più parti) di mettere a punto una riforma che sia contemporanea e nello stesso tempo rivolta al futuro.

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