"
Esclusiva VelvetPrimo piano

Silvia Avallone, Un’amicizia: «Mia madre mi ha insegnato l’indipendenza» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Dopo il successo di "Un'amicizia", la scrittrice si racconta in una lunga intervista

Divorare 444 pagine di un romanzo in poco più di due giorni. È quanto accaduto a chi scrive con Un’amicizia, la nuova opera della scrittrice piemontese Silvia Avallone, già autrice di Acciaio e Marina Bellezza, solo per citare due dei suoi volumi più famosi.

Sarà merito di uno stile di scrittura fluido e cinematografico, di una storia in cui ognuno può riconoscersi per vari aspetti, dell’intrigante incatenarsi degli eventi che l’autrice tesse pagina dopo pagina. Fatto sta che questo romanzo, edito da Rizzoli lo scorso novembre, cattura e intrattiene, con la storia di Elisa e Beatrice, due ragazze di cui seguiamo un’amicizia lunga vent’anni.

A raccontare in prima persona questo rapporto così profondo e foriero di cambiamenti è la stessa Elisa che, giunta all’età di 34 anni, madre single lavoratrice, va a ritroso con la memoria per ripercorrere i vari step del suo rapporto con l’amica, che da problematica e disfunzionale è diventata una star dei social milionaria e famosissima.

Silvia Avallone Un'amicizia

Un’amicizia arriva a più di dieci anni dal tuo romanzo d’esordio Acciaio, che ti ha fatto conoscere in Italia e nel mondo (è stato tradotto in 25 lingue), ti ha fatto vincere tanti premi ed è anche diventato un film. Si tratta del tuo primo romanzo scritto in prima persona, in cui affronti tanti argomenti, l’amicizia, i social, l’apparire contro l’essere, i primi amori e quelli adulti, il rapporto genitori figli, la provincia. Quali erano i temi forti che ti interessava approfondire in particolare?

Innanzitutto la rivoluzione digitale, un tema enorme per come ha cambiato la nostra vita quotidiana, il nostro modo di pensare e raccontare noi stessi, di gestire le nostre relazioni. Poi l’accettazione del diventare adulti, l’accogliere i propri limiti in un mondo che non tollera la fragilità né il dolore (almeno prima della pandemia). Infine il tema della famiglia tradizionale come nucleo che genera grandissime disuguaglianze (penso soprattutto alle madri) e quindi molto dolore. Questi temi sono decisamente forti, e mi interessava approfondirli in questo libro.

Si parla molto anche di letteratura in Un’amicizia. Vengono citati tanti romanzi e autori importanti (Elsa Morante, ma anche Sandro Penna, Vittorio Sereni, Lev Tolstoj). Le protagoniste leggono molto, Elisa scrive poesie e sogna di diventare scrittrice. A un certo punto scrive: “La letteratura fu, in fondo, il solo modo che mi capitò per colmare il suo vuoto. Potrà mai esistere una passione senza prima un vuoto?”. È stato così anche per te?

Penso che in generale dovremmo rivalutare il concetto di vuoto, di mancanza, di perdita. Sono stati (e sono ancora) dei grandi tabù, la rivoluzione culturale è sempre abbastanza lenta. La verità è che la vita è fatta di vuoti, non si cresce, non si desidera, non si cambia senza passare gli scacchi, gli abbandoni, i dolori. Tutte queste mancanze sono serbatoi enormi di desiderio. Si desidera perché si deve riempire un vuoto, si diventa creativi e coraggiosi perché si vuole risarcire un torto, si sente di dover costruire su delle macerie. Questo movimento è importante, ci tiene vivi. Altrimenti saremmo pieni, sazi, non ci muoveremmo, staremmo fermi. La vita è fatta di questi vuoti e delle reazioni ad essi.

A proposito del muoversi e del diventare grandi. Nel tuo libro si legge più di una volta “Crescere è una perdita”. Cosa vuoi dire?

Questo è il lungo percorso di Elisa, che a 33 anni sta facendo i conti con la sua esistenza. Per buona parte del romanzo cerca di restituirsi ciò che ha perso, l’adolescenza, i genitori giovani e sani, la grande amica della sua vita. Il tempo toglie, ma alla fine del romanzo (quando arriva la cognizione del dolore) Elisa si rende conto che bisogna confrontarsi con le perdite, affrontare la propria storia. Nella vita tutti abbiamo perso, per poi scoprire che attraverso quelle sconfitte siamo cambiati, cresciuti. Il tempo che toglie è anche un tempo che ti cambia, ti dà l’opportunità di perdonare queste perdite.

Alla fine del romanzo Elisa arriverà a ribaltare il “crescere è una perdita” trasformandolo in “diventare adulti è una liberazione. Se riesci a diventare adulto (e non è una cosa scontata) riesci ad accettare te stesso, i familiari e gli amici per quello che sono. È una sfida grande e di profonda bellezza.

Quando si diventa davvero adulti secondo te?

Quando si riesce a perdonare le fragilità di se stessi e degli altri. I genitori, innanzitutto, che da adolescenti combattiamo ma pretendiamo che siano ancora degli eroi. Da grandi cominciamo ad amarli per le persone che sono, e non per gli eroi di cui avevamo bisogno. Lo stesso vale per i compagni di vita, per i figli. Il genitore adulto è quello che guarda i suoi figli e non pretende che siano come lui desidera, li accetta per quello che sono e li lascia liberi di essere quello che vogliono. Non è una cosa così scontata.

Citavi il rapporto con in genitori. Nel tuo libro è presente e forte soprattutto la relazione complessa, conflittuale, ma piena di amore tra le protagoniste e le loro madri. Tu che rapporto hai avuto e hai con la tua di madre?

Il rapporto con mia madre, come penso per tutti, è centrale. Soprattutto per una figlia femmina l’identità passa proprio attraverso le mamme, lo specchio che c’è in loro. Ciò che mi ha insegnato mia madre, che io adesso sto cercando di trasmettere a mia figlia, è innanzitutto l’indipendenza. È un concetto che per le donne è ancora difficile perché viviamo in una cultura che ci vuole dipendenti, mogli di, madri di, ma senza un’identità veramente nostra.

Mia mamma mi ha insegnato ad avere la libertà di portare avanti la mia vita e me stessa. Un insegnamento che mi è molto caro. Oltre a questo c’è un discorso di complessità del femminile che mi è stata passata: ho sempre visto mia madre come la mamma ma anche la donna che andava a lavorare, che aveva delle amiche. Anche se è faticoso e viviamo in una cultura che ci vorrebbe all’angolo, dobbiamo lottare per uscire dagli stereotipi e mantenere sempre tutta la nostra complessità.

Anche il tema dell’apparire contro l’essere è forte nel tuo libro. A un certo punto Ginevra dice alla figlia Beatrice: “La realtà non ha la minima importanza. È come veniamo percepiti, che conta: come ci vedono gli altri, cosa lasciamo loro immaginare”. Da dove nasce la voglia di affrontare questo tema?

Dal fatto che nella nostra società è un tema è veramente pervasivo. I social che servono a fare rete con le persone sono uno strumento straordinario, ma i social che servono solo come veicolo di amplificazione dell’apparenza e competizione tra noi (per fare a gara a chi sembra più felice, più ricco, più famoso) sono assai pericolosi. Credo che questo tipo di utilizzo possa portare soltanto a ulteriore infelicità e smarrimento. Del resto è specchio di una società che ha chiesto a tutti noi di performare, di sembrare e basta. Vale chi ha più soldi, più amici, chi fa più viaggi.

La verità è che noi siamo delle storie, delle persone, abbiamo tante sconfitte e fallimenti e non ce ne dobbiamo vergognare, fanno parte di noi. Non dobbiamo appiattirci nei personaggi finti che sono perfetti, perché la perfezione non fa parte di nessuna dimensione umana, sono solo menzogne e dentro di esse si vive male. Ginevra dell’Osservanza (la mamma di Beatrice) ha fatto una gran fatica per costruire una casa e una famiglia meravigliose. La verità è che quella era tutta una scena di teatro, poi si è ritrovata a pagare a caro prezzo il fatto di aver costruire solo bugie. Il punto è che non è neanche colpa sua, in qualche modo si è ritrovata sola in una cultura di falsità, quella che va ribaltata.

Impossibile non pensare a Chiara Ferragni leggendo il personaggio di Beatrice Rossetti, la influenecer famosa che in poco tempo passa da perfetta sconosciuta a una delle donne più famose del pianeta. C’è qualche riferimento? Qualche ispirazione?

No, assolutamente no. Il personaggio di Beatrice nasce dagli altri miei romanzi, è l’evoluzione digitale di Marina Bellezza, ma anche di Francesca di Acciaio. È un personaggio molto mio, appartiene al mio immaginario, è la ragazza di provincia come lo sono state tutte le mie protagoniste, e come sono anch’io. Ovviamente io non sono né Elisa né Beatrice. Ho dato le mie passioni a Elisa, i miei capelli e brufoli giovanili a Beatrice, proprio perché penso che lei faccia parte di uno spirito del tempo che è dentro di noi.

Non ho avuto presente alcuna influencer per scrivere questo personaggio, l’ho trovato dentro le persone che conosco perché tutti ormai siamo chiamati a farci le foto in un certo modo, a orientare la camera del telefono a una certa angolazione. Volevo un personaggio che riguardasse tutti noi. Del resto per me è stato molto bello raccontare come dietro il personaggio ci sia la persona, la ragazzina che ha subito un grave lutto e cui è giusto voler bene. Non si vuol bene a una foto ma a una persona se conosci tutta la sua storia. Volevo anche ribaltare, attraverso il personaggio di Beatrice, il rapporto tra storia e immagine.

Anche questo libro, come Acciaio ad esempio, possiede uno stile di scrittura fortemente cinematografico. Se Un’amicizia diventasse un film, quali sono le attrici che immagini potrebbero interpretare i ruoli di Elisa e Beatrice?

Mi piacerebbe moltissimo, sarebbe un grande sogno, ma non saprei cosa risponderti! Elisa e Beatrice sono molto giovani, ed io non vedo altro che cartoni animati da 5 anni a questa parte, da quando è nata mia figlia. Non sono ben informata sui nuovi volti del cinema italiano, sulle giovani attrici che vanno per la maggiore oggi. Ho presenti però le interpreti che potrebbero fare le madri. Nel ruolo della mamma di Beatrice, cioè Ginevra dell’Osservanza, vedrei bene Vittoria Puccini, che recitò anche in Acciaio. Nella parte di Annabella, la mamma di Elisa, immagino Micaela Ramazzotti.

Il tuo libro si presta a un sequel, molte vicende rimangono in qualche modo aperte. Stai pensando a un seguito, un secondo volume?

No, anzi! Quando finisco un libro sto molto male, è la fine di anni trascorsi con quei personaggi ma è proprio uno stop, ogni chiusura di libro per me è un addio. Non credo che ci sarà mai un sequel di nessuno dei miei romanzi.

Il tuo romanzo si chiude con la frase: “La vita ha davvero bisogno di essere raccontata, per esistere?”. Tu come la pensi?

È una domanda che mi viene rivolta spesso, cui rispondo in modo sempre diverso! A te dirò che dipende. Per me è chiaro che raccontare significa strappare dal silenzio, salvare. La vita ha bisogno di essere raccontata con le parole giuste, con i tempi giusti. Per capire quello che hai vissuto devi lasciar passare del tempo, lavorare con la memoria. Quindi sì, la vita ha bisogno di essere raccontata con estrema cura e nella sua verità. Nella sua apparenza e nella sua menzogna invece no!

Martina Riva

Musica&Cinema Da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo dell’intrattenimento, mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi di laurea in Storia del Cinema sul film “Lolita” di Stanley Kubrick. Finita l’università, mi sono trasferita a Los Angeles, dove, tra le altre cose, ho ottenuto un certificate in giornalismo a UCLA; nella Città degli Angeli ho lavorato per varie TV tra cui KTLA, dove per tre anni mi sono occupata principalmente di cinema, coprendo le anteprime mondiali dei film e i principali eventi legati al mondo spettacolo (Golden Globes, Academy Awards, MTV Awards e altri). Nel 2005 sono approdata alla redazione spettacoli di SKY TG24 dove ho lavorato come redattrice, inviata ai Festival e conduttrice. Le mie passioni principali, oltre al cinema, sono i viaggi, il teatro, la televisione, l’enogastronomia e soprattutto la musica rock. Segni particolari? Un amore incondizionato per i Foo Fighters!
Back to top button
Privacy