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Cristiana Dell’Anna: «A noi donne vorrei rivolgere un rimprovero» [ESCLUSIVA]

8 marzo: la lettera dell'attrice è un augurio pungente a tutte le donne

A noi donne, fragili e spinose, capaci quanto timide, vorrei rivolgere in occasione della festa che ci celebra, un rimprovero. Sì, un rimprovero. Forse più di uno. Ma mi perdonerete, spero, perché è mosso dall’intento di fare il nostro bene.

Vado dritta al dunque: siamo troppo individualiste. Troppo in gara le une con le altre, in base ad un criterio inculcatoci, secondo cui il successo di una è imprescindibile dal fallimento di un’altra, o tutte le atre. E la metà maschile della società – che questo stupido modello di competizione lo ha creato apposta per tenerci impegnate mentre non ci accorgiamo che gareggiamo sempre per il secondo posto, dato che sul primo si erge generalmente un uomo – marcia sicura di sé su questa nostra debolezza, approfittando del nostro sgomitare animalesco, per conservare la sua posizione di potere e comando. 

Potrei sentirmi colpevole

Le cause immagino vadano ricercate innanzitutto nell’obbedienza ad un sistema che di fatto ancora non siamo riuscite a sovvertire e che ci vede in gara per quelle poche, pochissime posizioni di prestigio che ci sono concesse. Un’apertura nei nostri confronti sì, da parte di una società in cui ancora ci rispecchiamo male, ma solo quel poco che basta per fare leva su di uno sfrenato liberalismo individuale che pervade ognuna di noi. 

Certo, in prima persona potrei sentirmi colpevole, considerando le mie ambizioni artistiche che di fatto tolgono tempo alle battaglie sociali. Ma d’altro canto si può facilmente constatare, e con questo non intendo giustificare e corroborare, ma solo provare ad analizzare la situazione, che una tale forma di “egoismo”, per così dire, sia stata ereditata da secoli e secoli di oppressione, consumata tra le mura familiari che prima ancora di annientare il gruppo, annienta l’individuo. O forse dovrei dire l’ “individua”, concedetemi questo finto neologismo, e forzato.

Naturalmente la prima necessità sarebbe quella dell’affermazione personale, che di per sé è un grande ostacolo, dal momento che ogni cosa attorno a noi da quando siamo nate, ci nega quella validazione necessaria alla nostra piena esistenza. Abbiamo bisogno di piacerci, di accettarci, così come siamo. Ed è normale perciò vedere l’infinita sfilza di donne controcorrente, che si mostrano audaci più per un bisogno personale e per tendenza, piuttosto che la necessità di cambiare effettivamente le cose.

Non basta

Ed in effetti, non bastano i modelli di ispirazione in politica o tra le professioni fino a poco tempo fa riservate solo agli uomini, per educare metà della popolazione mondiale, se fin da quando siamo in fasce siamo destinate prima esclusivamente al colore rosa e poi a giocare con le bambole. Per finire ad esempi scolastici, sempre gli stessi, che ci limitano comunque ad un numero ristretto di possibili carriere rispetto ai nostri colleghi maschi. D’altra parte le mamme restano mamme, ed i papà sono impegnati con le loro carriere. Non siamo, di fatti, rappresentate da quelle donne fortunate che siedono in politica ad esempio, se non si pensa ad apportare modifiche sostanziali al condizionamento culturale, all’educazione di tutti i giorni, oltre che alle opportunità lavorative e la parità di stipendio, per dirne un paio.

Non basta. Serve a noi l’occasione di creare gruppo per poterci non solo identificare le une con le atre – oltre che badare solo all’immagine riflessa nello specchio spesso così difficile da accettare – ma per poterci in più rendere conto che ahimè, stiamo lottando ancora per la forma esteriore della nostra posizione in società piuttosto che sul peso che le nostre azioni possono avere. Siamo ancora, in altre parole, in lotta con noi stesse.

Competiamo per il successo

Quante pagine di social network di noi donne, se messe a confronto con la media corrispettiva di uomini, ci descrivono mentre proponiamo noi stesse o altre come modelli di corpi perfetti o non perfetti, da accettare per piacere agli altri o a noi stesse. Senza capire che semplicemente non dobbiamo considerarci come l’oggetto di quel piacere. E quanti effettivamente discutono di sport, di politica, di cambiamento sociale? Dunque, anche se è necessario guardarci dentro e farci forza, ancora non abbiamo però compiuto quel passaggio dello sguardo da noi all’infuori di noi, che cerca nell’altra donna un’alleata. Siamo in fondo ancora convinte di dover competere tra di noi per quelle poche opportunità di successo, che in verità ci hanno lasciato come briciole, i colleghi uomini. 

Mi piacerebbe creare un parallelismo tra quello che spiegava Umberto Galimberti a proposito dell’autostima dei giovani e le lacune dell’educazione da parte di genitori ed insegnati. Piuttosto che limitare le possibilità di sviluppo delle proprie virtù qualora spazio non ce ne fosse stato, nel senso di contemplato dalla società, gli educatori, che fossero tra le mura di una scuola o quelle familiari, si dovrebbero impegnare a inventare spazi nuovi, allargare gli orizzonti, dunque creare plasticità per la realizzazione personale e conseguentemente, ne dedurrei io, una società più felice e chissà persino più coesa nella propria identità. 

Creare spazio

Ecco, se le donne facessero proprio il concetto di “creare spazio” per costituire la propria identità, per rafforzarla oltre gli stereotipi istituzionalizzati, e se ci si inculca a vicenda l’idea che dal tuo successo può derivare il mio, oltre l’invidia, perché se si crea spazio per te, può crearsene anche per me, impattando così numeri e statistiche, allora forse le quote rosa o iniziative simili non saranno solo movimenti di facciata. Noi donne, in ultima analisi, abbiamo forse intuito il nostro valore e spetta sì, agli uomini adesso adeguarsi. Ma oltre quel valore, che talvolta ancora fatichiamo a concederci, quello che forse ci blocca più di ogni altra cosa nel prendere posizioni di comando o a prescindere da quest’ultimo, nella piena realizzazione di noi stesse, è la paura di assumersi le responsabilità che dall’autonomia derivano.

Scegliere vuol dire affrontarne le conseguenze, ma rimaniamo troppo timide di fronte a tale compito, perché sminuite dalla reputazione affibbiataci non solo dagli uomini, ma dalle donne stesse. Da sole non ce la possiamo fare. La forza della singola deve riflettersi nella forza di tutte. Sostenerci a vicenda, validarci per ciò che scegliamo, per i ruoli di responsabilità che assumiamo, capire che se lo faccio io lo puoi fare anche tu, unirci insomma. Questo è, se non la formula, un elemento chiave per l’abbattimento del gender gap. Non più rimanere sole nella ricerca della nostra personale voce, ma porre quest’ultima all’unisono con tutte le altre, aprendoci la strada vicendevolmente e insieme. 

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