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Clizia Fornasier: «È tempo che le luci si accendano su chi abusa, le donne meritano protezione» [INTERVISTA]

Clizia Fornasier è una delle sei autrici del progetto "Scrivo per un'Amica" promosso dalla Fondazione Vodafone

È il 2021, ed è tempo di parlarsi evitando giri di parole, per quelli non c’è più spazio. Della violenza di genere si può e deve parlare con schiettezza, correndo il rischio di adottare un linguaggio crudo, duro. Ma è così, abbozzare non ha risolto le cose; ridurre la violenza, non solo fisica, a un retaggio culturale su cui intervenire, ma senza un approccio concreto, spesso non utilizzando le parole giuste ha solo permesso a un aspetto malato dell’umanità di infettare anche quanto di sano ci fosse.

Essere a conoscenza di avere un problema, non significa avere le risposte, non significa essere in grado di risolverlo necessariamente. Lo sa bene la Fondazione Vodafone che ha scelto di dare una sferzata, di farsi ascoltare sul tema attraverso le voci di sei autrici – Giulia Muscatelli, Marzia Sicignano, Cristina Caboni, Cristina Chiperi, Giada Sundas e Clizia Fornasier -. Tramite l’E-book Scrivo per un’Amica, promosso dalla fondazione stessa, a loro è stato conferito il compito di raccontare la potenza meschina della violenza fisica, sessuale, economica, psicologica, porn e stalking.

Di violenza fisica ha scritto l’autrice e attrice Clizia Fornasier. La sua biografia è a nota tutti, esattamente così come il suo amore per le parole. Fornasier ha preso parte al progetto Vodafone rispondendo con la grinta e l’intenzione che un tale progetto richiede. «Quando sono stata chiamata a scrivere per questa iniziativa non ho esitato nemmeno per un secondo. Era “sì” fin dalle prime parole. Questa è la risposta che dovrebbe ricevere ogni donna anche alla più timida richiesta di aiuto. Sì e in quel  dovrebbe esserci la garanzia che è libera, che la sua serenità è garantita».

L’autrice ha scritto di violenza fisica, raccontando la storia di una donna e madre, vessata da un figlio che non le risparmia aggressioni, reclusione e violenza domestica ripetuta. «[…] Poi ho pensato alla prima cosa che quella donna doveva aver fatto con quell’uomo, col suo bambino. Gli ha di certo contato le dita, mi sono detta. Lo abbiamo fatto tutte dopo aver partorito. E ora cosa può fare, sotto a quel peso che la spezza?». Noi di VelvetMag le abbiamo chiesto come si fa, come si scrive di violenza, come si affronta il dramma dell’insicurezza, come si spegne il dolore, in un’intervista.

Intervista esclusiva a Clizia Fornasier

 

Il suo racconto inedito per “Scrivo per un’Amica” ha per protagonista una donna che ha subito violenza fisica da parte del figlio. Ha confidato di aver scritto di notte pensando al legame che possono avere una madre e un figlio; come si reagisce? Dove e come si trova la forza di andare avanti dopo aver “contato le dita di un figlio” per poi ritrovarlo come carnefice? Come si è calata nei panni di vittima e carnefice?

Sì, ho iniziato a pensarci di notte, quando la casa dormiva e anche i miei bambini. Nel sonno siamo tutti vulnerabili, i corpi sono indifesi, bloccati dal loro stesso peso. Una madre vede dormire il proprio figlio per così tante ore nella vita, ne conosce l’abbandono e la resa e conosce il suo tocco che è sempre alla ricerca di rassicurazione o desideroso di esprimere amore. Quando quell’accordo affettuoso si inverte, una madre non può scappare. Quella bruttura non arriva dall’altrove alieno ma da lei, dalle sue braccia, dalla sua carne. Io non ho formule né risposte universali ma penso un passo verso la salvezza potrebbe essere quello di perdonare se stesse, di comprendere che si è generato l’uomo ma non le sue perversioni, né la sua rabbia.

La madre dovrebbe imparare a fare da madre a se stessa prima che al figlio. Non è stato facile calarmi nei panni della protagonista del mio racconto. I miei bambini sono piccoli e il clima di casa nostra è sereno e caldo ma la paura l’abbiamo annusata tutti nella vita. Ho cercato la paura nella mia memoria e anche la sensazione di sentirmi in trappola, nel mio caso di una scelta, nel caso della storia di una casa e di una situazione familiare. Ho cercato delle assonanze. Il male ha un sapore universale.

Come si parla ai giovanissimi di argomenti delicati come la violenza di genere? Lei è una scrittrice, ha un sentire diverso: qual è il suo modo di coinvolgere bambini e ragazzi?

Penso ai giovani si debba parlare senza troppe censure. Mio figlio, il maggiore, ha quasi cinque anni e una spiccata curiosità e non mi sento di negargli la verità. Certo non voglio scandalizzarlo ma su alcune tematiche non sono una promotrice delle favole. Credo i giovanissimi debbano avere familiarità con la sensibilità, il corpo e le emozioni dell’altro. Se dovessi rapportarmi alle nuove generazioni per parlare di violenza di genere, mi concentrerei sulle conseguenze di un abuso e chiederei loro di tenersi per mano e guardarsi negli occhi, di farlo per almeno un minuto intero senza distrazioni, ogni giorno e poi dire loro di leggere.

Stare nei panni dell’altro, senza poter sfuggire, senza poter saltare capitoli, potrebbe amplificare l’empatia, potrebbe tenere accesa la consapevolezza che l’altro è vivo quanto te. Ai miei figli, entrambi maschi, non ho mai fatto “discorsi di genere”, non ho mai detto “Sii gentile che è una signorina” oppure “Prima le donne”. No, io sono per l’uguaglianza, nel bene e nel male e la matrice di tutto è il rispetto. Di certo sono favorita dal fatto che hanno un padre che ha talento nell’esprimere amore e accoglienza nei confronti del prossimo. I modelli con cui cresciamo sono alla base di tutto.

Clizia Fornasier: «È tempo che le luci si accendano su chi abusa, le donne meritano protezione»

 

Scrivere di dolore e violenza non è mai semplice, ma lei lo ha fatto e ha precisato che oltre all’intento divulgativo c’è la volontà di camminare accanto alle donne. Pensa che in questo senso si faccia abbastanza? La comunicazione adottata da esperti e media secondo lei fornisce un aiuto concreto o si potrebbe fare qualcosa in più?

Si può fare di più. Si deve fare di più perché se non è facile chiedere aiuto per una donna, non è accettabile il fatto che a una richiesta di soccorso le risposte siano ancora così poco capaci di garantire una soluzione definitiva. Esporsi lascia nude. La comunicazione deve continuare a evolvere e a cercare vie per sensibilizzare.  Certamente Vodafone ha messo in piedi un’iniziativa concreta, dal principio con l’applicazione Bright Sky e successivamente con questa raccolta di storie, “Scrivo per un’amica”, entrambi strumenti concreti per riconoscere l’abuso che si sta vivendo e per chiedere aiuto anche in situazioni complicate. Ma sì, devo continuare a fare rumore. Siamo tutti d’accordo sul fatto che le donne meritano protezione e che chi infligge loro violenza debba essere fermato eppure le donne continuano a subire e a morire.

È tempo che le luci si accendano su chi abusa. I telegiornali recitano come rosari i numeri delle vittime, i programmi in tivù le raggruppano tutte nella grande famiglia delle “Donne morte per femminicidio” e i carnefici restano nell’ombra, non sono menzionati, pur essendo gli attori di questa infinita pièce drammaticamente reale. Forse è tempo di darci i numeri degli assassini e degli abusatori e di lasciare a ogni donna che ha subito la possibilità di scegliere la famiglia alla quale appartenere.

Lei è un’attrice e un’autrice, ma vorrei soffermarmi su questo aspetto: c’è stata, durante il suo
percorso di vita, una lettura che l’ha colpita, che le ha lasciato il segno?

Più di una, fortunatamente. Si continuano a scrivere storie che meritano di essere lette. Restando sul tema che abbiamo affrontato insieme in questa intervista mi sento di citare il saggio di Maria Rita Parsi, “I quaderni delle bambine”, una raccolta di testimonianze di bambine vittime di abusi sessuali da parte di adulti deviati che incuranti delle conseguenze del loro manifestarsi, hanno incrinato per sempre la serenità delle donne che sarebbero diventate.

La scelta di usare un bambino per un istinto storto e perverso, credendo di avere qualsiasi diritto su quel corpo e su quell’innocenza, è qualcosa di mostruoso ma è qualcosa che andrebbe letto, soprattutto se si è tra coloro che si sono presi certi lussi ripugnanti. Chi abusa non ama vedere ciò che lascia quando il sangue smette di bollirgli nelle vene.

Infine citerei il mio scrittore preferito, Stephen King che non a caso Michela Murgia inserisce come unico uomo tra le sue Morgane. Stephen King è uno scrittore che non definirei per forza femminista ma che di certo ama le donne che pone spesso nei panni delle protagoniste delle sue storie. Avevo circa tredici anni quando ho letto Dolores Claiborne, il suo romanzo del 1993 e non dimenticherò mai i quadri che ha dedicato al marito di Dolores, al suo modo di vessarla e umiliarla. Certe espressioni erano manifesti spudorati di violenza psicologica. Ricordo che aveva definito i loro rapporti sessuali come “Metterlo dentro a un secchio di fango”.

«Quando scrivo sono vicina al mio personaggio, tempia a tempia, così sento quanto è caldo il suo pensiero»

 

In qualità di autrice, ha ancora un sogno nel cassetto? C’è una storia che proprio vorrebbe raccontare?

Scriverei tutto il giorno quindi non penso a quello che c’è nel cassetto ma penso a non smettere di far scorrere inchiostro. Solitamente non scelgo un tema attorno al quale far nascere una storia. Capita che mi “appare” un personaggio, il più delle volte è femmina e attorno a questa femmina fiorisce una storia. Le storie nella vita ci capitano e mi piace accada anche nella scrittura. Quando scrivo sono vicina al mio personaggio, tempia a tempia, così sento quanto è caldo il suo pensiero, come respira e forse in questo momento mi piacerebbe stare così vicina a una bambina alla quale il mondo sta facendo male ma che non se n’è ancora resa conto.

Viviana Gaudino

Nata e cresciuta a Napoli, dopo aver conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne alla Federico II, si è trasferita a Roma dove ha studiato Editoria e Scrittura alla “Sapienza” e ha portato a termine il percorso con lode. La grande passione per i libri e la letteratura l’hanno spinta a portare avanti il progetto di entrare nel mondo dell’editoria e della comunicazione: ha infatti partecipato al master “Il lavoro editoriale”, promosso dalla Scuola del libro di Roma, e a numerosi workshop improntati sulla stesura e la correzione di testi. Dopo svariate esperienze come Redattrice, Editor e Social Media Manager è approdata nella redazione centrale Velvet Mag.
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