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Letizia Battaglia e la sua vita nel libro “Mi prendo il mondo ovunque sia”: «Ti chiederai, a quasi 90 anni fotografi nudo? Sì» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Letizia Battaglia non è solo una fotografa. Lo dicono anche le pagine del suo libro

Quando anche solo lontanamente Letizia apre le porte della sua vita, ti rendi conto che vorresti rimanerle accanto sempre. Non ne puoi più fare a meno. Tutto quello che ti viene concesso sapere, improvvisamente ti sembra non bastare più: dalle foto scattate, ai primi racconti o aneddoti. Perfino i retroscena sembrano richiamare all’attenzione altri dettagli che vorresti scrutare, conoscere fino in fondo. Alcuni direbbero che è esattamente la sensazione che prova un comune fan per il proprio idolo. Ma Letizia non è un idolo. È la testimonianza di una storia che va ricordata. È una donna che per passione ha fotografato, scritto, urlato e amato.

Finché poi un giorno, in piena pandemia, non arriva tra le tue mani un libro inedito che ti riporta ad un passato che non hai vissuto, ma che al contrario per altri ha segnato la propria vita. Spia il presente e guarda verso il futuro attraverso gli occhi di una donna che a 86 anni racconta tutto quello che pensavi non potesse mai venir fuori: l’amore.

Ebbene sì! Dietro al sangue rimasto incastrato nei vicoli di una Palermo che ha sofferto molto. Dietro alla forza di una donna che ha dovuto urlare in un mondo fatto di uomini tra fotografi, giornalisti, poliziotti, con lo scopo di concederle il diritto di fotografare da vicino la cronaca. E ancora, dopo aver raccontato la fanciullesca vita dei bambini e la bellezza delle donne con la loro più dignitosa nudità, ecco che le pagine del libro “Mi prendo il mondo ovunque sia” conquistano, appassionano e a tratti fanno arrabbiare qualsiasi lettore.

E se questo testo di oltre 260 pagine è ora disponibile ovunque, è merito soprattutto di Sabrina Pisu. La giornalista che anni fa ha incontrato Letizia Battaglia in un pomeriggio di una giornata afosa e seduta dinanzi a lei in un tavolino all’aperto vicino agli ex Cantieri industriali della Zisa, ha deciso che la vita di quella donna doveva essere raccontata. «Lo vuoi scrivere un libro con me sulla tua vita e sugli anni terribili di Palermo?» – le ha domandato Sabrina Pisu. «Sì, lo voglio fare!».

Nuova intervista esclusiva di Letizia Battaglia per Velvet Mag

Letizia Battaglia libro

 

Una vita a raccontare il mondo attraverso la fotografia. Perché oggi ha scelto di raccontare
nero su bianco la sua vita, attraverso le pagine di un libro?

Intanto me lo ha chiesto Sabrina Pisu, la scrittrice che ho molto amato perché è venuta a Palermo e ha fatto una mostra su Enrico Mattei al Centro Internazionale di Fotografia che io dirigo. Poi ci siamo amate. Conosciute e apprezzate. Lei me lo ha chiesto ed io ho accettato. Anche se devo dire la verità: per me è stato un po’ imbarazzante, perché in genere queste cose si fanno dopo, quando non ci sei più.

Ora che tutti possono leggere la sua storia di bambina, donna, madre e fotografa (e mi permetto di dire incredibile), secondo lei Letizia, in che cosa Sabrina Pisu è riuscita a rendere ancora più autentica la sua vita?

C’ha messo la sua affezione sulla storia di Palermo. La prima parte del libro è scritta proprio da me. Poi Sabrina ha inserito la mia storia nel contesto sociale di quegli anni, e ha incluso la sua affezione sulla storia di Palermo. Devo dire che sono contenta di lei. Non mi ha abusato e mi ha rispettato… Ma la mia vita non l’ha interpretata. Non voglio che nessuno mi interpreti!

Nel libro “Mi prendo il mondo ovunque sia”, lei dice che se si sceglie di fare una cosa, bisogna portarla fino in fondo. E dunque io oggi mi chiedo: “Quanto e cosa bisogna fare per essere un cittadino fino in fondo, e quanto per essere una donna fino in fondo?”

Ecco! Queste sono due cose che sembrano separate ma invece sono legate. Per essere cittadino bisogna rispettare, amare, lavorare per il proprio territorio. Essendo a Palermo ho fatto il mio dovere, poco, nei confronti della mia città che io amo molto. Ed è per questo che sono altrettanto grata a Leoluca Orlando sindaco di Palermo, perché facendo io l’assessore e poi la fotografa, Orlando mi ha permesso di lavorare per il territorio. Questo per me è stato il massimo che io volessi, ovvero lavorare per questa città. E continuo a farlo, dirigendo per esempio il Centro Internazionale di Fotografia, laddove vengono coinvolte tante, tante donne. Se prima non erano né fotografe e né niente, ora sono uscite dalle loro case e lavorano fotografando e facendo mostre per il Centro.

L’ultima di queste è Palermo bellissima, una raccolta fotografica di 65 donne, pensa. Madri di famiglia, ragazze, vecchie. Ho adorato il loro lavoro perché hanno fotografato come volevo io, vale a dire fotografare la gente nel contesto. Per me Palermo bellissima era raccontare appunto la gente, e loro l’hanno fatto.

La donna invece deve essere a tutto tondo. Piena. Consapevole di se stessa. Deve lavorare al 50% con gli uomini per amministrare questo mondo. Non solo Palermo. Le donne hanno il dovere, non il diritto, il dovere, di lavorare perché il mondo vada avanti bene. Un uomo e una donna diventano un’unica cosa nell’amore. Ma tali lo devono essere anche nell’amministrare quello che abbiamo: il mare, il cielo, le persone, gli alberi, l’acqua. L’acqua! Manca l’acqua in certi paesi, e noi donne gliel’avremmo fatta nascere l’acqua con tutto il cuore. Io penso che una donna, no anzi la metà di tutte le donne che vanno ad occupare i posti di amministrazione, di gestione, salvano la terra. Ma non mi riferisco alle quattro donne che vanno oggi e fanno come gli uomini. Ma tutte. Tu pure. Tutte!

Nelle prime pagine del suo libro, riaffiora la Letizia bambina e poi adolescente, ma già donna per la vita che viveva. Cosa direbbe oggi alla Letizia di allora? Le rimprovererebbe qualcosa?

Io rimprovero alla Letizia di allora di non avere inseguito i suoi sogni e di aver invece inseguito quelli dei suoi genitori. Loro mi avevano chiuso in casa perché erano gelosi. Lo era più che altro mio padre. Ed è per questo che sono scappata dalla sua tutela sposandomi presto, facendo un errore. Non si fanno queste cose a sedici anni. Sedici anni. Una bambina. Ecco, io rimprovero questo, anche se erano altri tempi. Non c’era questa possibilità di gestire se stesse. Allora, non era possibile dire: «Io non mi sposo, vado a convivere» – oppure – «Io mi vesto come voglio». Per cui mi rimprovero sì, ma capisco che erano anche gli anni ’50. C’era il delitto d’onore e tutte le donne votavano da poco.

Che ricordo ha, Letizia, degli uomini che ha amato? Ma soprattutto, che rimane di una grande storia d’amore?

Mio marito l’ho amato molto nei primi anni, poi basta. A lungo, invece, ho amato il fotografo Santi Caleca, che rimane un affetto. Stranamente non c’è gelosia nelle nuove relazioni. Non a caso sono molto amica della moglie di Santi Caleva, tant’è che voglio che siano felici. Poi, se quello che abbiamo vissuto era veramente un amore, col tempo è certo che rimanga un grande affetto. Ed è altrettanto bello non bruciare, non sporcare i rapporti che sono nati negli anni. All’epoca Santi aveva diciannove anni, era giovane. E io ne avevo all’incirca trenta.

Devo ammettere che sono stati tutti preziosi gli uomini della mia vita. Franco Zecchin – per esempio – è stato il più prezioso, perché grazie alla sua presenza nel gruppo dei fotografi del giornale L’Ora, io ho potuto lavorare liberamente. Fantastico lavorare con Franco che è un bravissimo fotografo, nonché altrettanto capace nella cronaca. Le ricordo le sue foto…sono bellissime. Lui è di Milano e nonostante la sua provenienza, si è lasciato coinvolgere da Palermo, a lungo. Poi però, dopo 18 anni era finito forse proprio l’amore per Palermo. O forse voleva altri amori ed io, ricordo che gli dissi: «Vai!» – e da allora non ho più una storia vera.

E a 86 anni, come si vive l’amore?

Come sempre. Sono sempre quella di quando avevo vent’anni. Sai, è bello parlare della vecchiaia. Secondo me i vecchi, invecchiano perché è la società a farli invecchiare. Perché fondamentalmente gli fanno pena. Io per esempio vedo persone più giovani di me nelle case di riposo che non riescono neanche a gestire più un pensiero. La famiglia – a volte – ti spinge quasi alla calma, a stare fermi. Invece no! Bisogna continuare a sognare, a sperare, a costruire. Ad essere utili. Questa è la cosa bella di oggi: continuare ad essere utili, a significare ed esprimere qualcosa.

Quando giriamo il nostro obiettivo della macchina fotografica verso il nostro stesso sguardo, o scriviamo di noi, si crea una particolare ed insolita alchimia con noi stesse, che è in continuo mutamento. Non c’è alcun dubbio: ci si arrabbia e ci si ama in modi alterni con il nostro riflesso. E a tal proposito mi chiedo: cosa vede oggi Letizia guardandosi allo specchio?

Vedo la mie rughe. Vedo che sono segnata molto e che il corpo invecchia più della testa. Però penso di essere fantastica a 86 anni con i capelli rosa. Bisogna avere coraggio, e ritorno a dire quanto questa situazione dei vecchi mi fa disperare. Vederli così piegati. Tu guarda il loro sguardo: è assente. Aspettano di morire. Ed è per questo che mi batto dicendo che dobbiamo vivercela fino all’ultimo minuto…

Letizia, lei si vede una donna contro corrente?

Controcorrente? Senti io me ne fotto! Io me ne fotto di essere contro corrente o di essere qualcos’altro. No! Io sono me stessa. Fammi riflettere: mi chiedi se sono controcorrente, vediamo. A secondo degli argomenti. Certo, non metto le minigonne. Il mio corpo è quello che è, per cui al mare sto attenta. Non a caso vado da sola perché non mi piaccio più fisicamente. Però, ciò non toglie che mi ami. Amo il mio corpicino. C’ho vissuto tanto. Ha attraversato fatiche e percorsi anche belli. Ma non rimpiango i vent’anni, e né i trent’anni o i quaranta. Non rimpiango. Vado avanti con il mio male per ora, perché sto poco bene, ma vado avanti lo stesso.

Con la stessa tenacia di sempre…

Ma non è una questione di tenacia, di forza. È la voglia del bello. Sai, sto fotografando il nudo di donna ed è un impegno politico importante. Fotografare una donna nuda, non sexy e non stupidamente vanitosa. Cercare l’essenza di una donna e mostrarlo al mondo è anche questo coraggio. Ti chiederai tu: «A quasi 90 anni fotografi nudo?». Ed io ti risponderei: «Sì!».

E altrettanto chiaro che, se io fotografo una donna di settant’anni, farò in modo che lei sia una donna nuda di settant’anni valorizzando il suo profilo. La amo. E a tal proposito, cito proprio una fotografa di cui non faccio il nome che mi piaceva, finché un giorno vedo un suo libro sull’amore. Tra le foto noto un ritratto di una donna vecchia che si masturba. Lei è una grande fotografa, molto apprezzata anche, ma io ho disprezzato quella foto tant’è che lei non mi piace più.

Perché non si mostra una donna che si masturba a ottant’anni, ma come neanche a venti. È una forma intima. Privata. E io devo rispettare la bellezza del privato. Ed è per questo che faccio nudo con molta cura e molto rispetto. Assolutamente. Ma il bello di tutto questo sai qual è? Vengono da me e mi domandano: «Mi fotografi nuda?» – con fiducia. Sì! Questa è fiducia.

Cosa si augura per il suo Centro Internazionale di Fotografia?

Spero che la Laica mi sponsorizzi il Centro. Il Comune ha pochi soldi per la cultura e dunque non riusciamo a fare le grandi mostre. Io vorrei fare le mostre dei grandi fotografi che sono stati, e sono oggi presenti nel mondo. Ma anche dare spazio alle foto degli emergenti di Palermo e di tutta Italia. Purtroppo i grandi fotografi costano molto, e come dicevo, il Comune non riesce a darglieli, per cui sono abbastanza dispiaciuta. Ma cerco comunque di integrare con i workshop gratis del Centro Internazionale di Fotografia che faccio personalmente ai bambini, donne. Come anche alle ragazze del carcere Malaspina. Faccio questo per far crescere innanzitutto la mia Palermo, almeno in un piccolo settore culturale che è appunto la fotografia. E poi è anche un impegno umano. Importante.

Avrei voluto non abbassare la cornetta del mio cellulare quando i suoi sospiri e le sue parole, mi indicavano le ultime battute di questa intervista. Sarei rimasta per ore ad ascoltare, ancora, altri racconti della Battaglia, di quella donna che ama farsi chiamare semplicemente Letizia. «Ma quanta potenza in questo nome!» – mi sono sempre detta. Così elegante e dal suono soave, e altrettanto distante dal sangue che per anni ha fotografato e reso indelebile sui suoi negativi prima ancora che diventassero parte integrante di un archivio fotografico storico. Riflettevo su questo mentre cercavo le parole più giuste nel salutarla. Non troppo distaccata. Non troppo passionale. Finché non ha detto: «Ascolta piccola, ogni cosa deve avere un valore, anche un’avventura. Il valore è la vita».

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