Interviste

ACBS, l’Associazione Contro il Bullismo Scolastico, Vincenzo Vetere: «Ero convinto fosse giusto subire» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Il progetto di Vincenzo Vetere contro il bullismo nelle scuole

Ogni anno nel mondo sempre più bambini e adolescenti sono vittime di bullismo nelle scuole. Il fenomeno che riguarda gli under 18 è una piaga sociale che diverse associazioni, come ACBS, tentano di curare. Velvet ha raggiunto per voi Vincenzo Vetere, il presidente e fondatore dell‘Associazione Contro il Bullismo Scolastico; un giovane che ha fatto della sua esperienza personale un monito e, allo stesso tempo, un punto di riferimento per tutti i ragazzi più deboli, ma che devono e possono farcela.

Vincenzo, come e quando nasce ACBS?

È nata il 9 febbraio del 2015; sia io che mio fratello maggiore siamo stati vittime di bullismo. ACBS è stata pensata nell’estate del 2014, perché ho sentito alla radio di un ragazzo che si era tolto la vita e, ascoltando la sua storia, ho sentito che era molto simile alla mia. Allora ho deciso di verificare su internet quante Onlus contro il bullismo esistessero e ne ho trovate tre gestite da genitori che avevano perso, purtroppo, i loro figli. Non c’era niente che, in qualche modo, partisse dal “basso“; ed è così che ho deciso di mettermi un po‘ in gioco. La mia idea principale era quella di far parlare chi non aveva voce e quindi soprattutto le vittime del bullismo, poi con il tempo abbiamo iniziato ad andare nelle scuole e ho capito che il supporto era necessario anche per chi commette bullismo.

In che modo l’associazione si occupa della lotta al bullismo? Quali sono le principali attività?

Ho la fortuna di avere una squadra che mi dà supporto sulle varie tematiche. Nel team di volontari c’è una psicologa, un avvocato che collabora e un educatore; abbiamo tanti progetti. C’è la parte di sensibilizzazione, fatta su due fronti: i social, in cui teniamo aggiornati i nostri canali con frasi di sprono e notizie sulla tematica; e il secondo fronte è quello nel vivo, andiamo nelle scuole a parlare del fenomeno del bullismo e del cyberbullismo. I nostri incontri, però, affrontano l’argomento da un punto di vista poco comune rispetto al solito, ovvero portando esempi concreti di chi ha subito bullismo. Cerchiamo di sensibilizzare partendo dalle storie; un aspetto importate che cerchiamo di curare è quello che si svolge sul fronte del contrasto al bullismo.

Molte volte veniamo chiamati per fare interventi di contrasto, che sono diversi dalla prevenzione; se nel primo caso cerchiamo di spiegare gli aspetti deleteri del bullismo, nel secondo caso cerchiamo di spiegare, a chi ha commesso l’atto di bullismo, che quello che ha fatto è sbagliato. Si tratta di un aspetto difficile che richiede anche la collaborazione del dirigente scolastico e delle famiglie. Un genitore, consapevole del fatto che il figlio è bullizzato, spesso non sa che cosa fare e tante volte, andando di impulso, potrebbe sbagliare; infatti, non è raro che subentri un mix di sentimenti fatto di rabbia, dispiacere e impotenza. Inoltre potrebbe capitare che un genitore che segnala un fatto di bullismo potrebbe non essere, inizialmente, creduto, né dalla scuola né dai genitori del bullo. Noi cerchiamo di supportarli a 360 gradi, anche su tutto l’iter burocratico da mettere in pratica quando si vuole denunciare un atto di bullismo.

Quanto il fenomeno del bullismo è oggi diffuso all’interno delle scuole?

Secondo il nostro punto di vista nelle scuole c’è, sia in quelle in cui se ne parla di più, sia in quelle in cui se ne parla di meno. Ultimamente, e soprattutto in questo periodo di didattica a distanza, tutti i giovani hanno un cellulare o un computer tra le mani; già dalla prima elementare, dunque, la maggior parte delle offese può avvenire per mezzo elettronico. Alla luce di questo, il bullismo è molto più diffuso adesso di quanto lo era prima.

In che forme si sviluppa questo fenomeno tra i minori?

Si parla di bullismo e cyberbullismo in riferimento a tutti quegli atti di violenza svolti dai ragazzi under 18. Per quanto riguarda, ad esempio, il cyberbullismo ci possono essere varie “scene“, come le chiamo io. C’è quella più pratica, ovvero la classica offesa sul social-network, che può arrivare da un compagno di scuola, ma anche da un minorenne al di fuori del contesto scolastico. Un’altra forma può essere l’esclusione della vittima da gruppi o attività da parte del resto della classe, fino ad arrivare ad atti di vera e propria violenza fisica verso la persona bullizzata. Quello che abbiamo riscontrato molte volte è la condivisione di foto senza consenso da parte della persona fotografata e tra questi casi diversi anche inerenti al revenge porn, in cui ci è capitato di intervenire.

Nella vostra esperienza come associazione, avete riscontrato una personalità di “bullo tipo”?

Ci sono due tipologie di bullo secondo me; la persona che, appena entra in classe, rappresenta un po’ lo stereotipo di bullo: più stravagante, al centro dell’attenzione, quello che parla e tutti lo ascoltano. In questo caso potrebbe trattarsi di ragazzi che provengono da un contesto particolare e l’unico posto in cui si sentono accettati non è la famiglia ma la scuola, perché ci sono i compagni che lo incitano a fare qualcosa che magari lui nella sua natura non vorrebbe nemmeno fare. Dall’altra parte, contrariamente, ci sono quelle ragazze o ragazzi perfetti alla vista dei docenti; quelli che, magari, vanno bene a scuola, che si vestono in un certo modo, quelli all’apparenza precisi. In questo secondo caso si tratta spesso di ragazzi che, se vai dal docente e gli dici “lui mi ha fatto del male”, il professore non ti crede. L’identikit del “bullo tipo” è quello che sa di avere le spalle coperte. A dire la verità io, spesso, considero il bullo più vittima della vittima, proprio per il fatto che se preso da solo rimane da solo. Per me sono bulli tutte quelle persone che hanno visto, hanno sentito e hanno incitato le persone a farmi del male. Per questo bisognerebbe lavorare tanto sugli spettatori che, secondo me, possono cambiare le cose.

Uno sguardo particolare alle vittime: chi sono le principali vittime di bullismo?

Sono quei ragazzi e quelle ragazze che alla vista della classe vengono definiti diversi. Diversi per personalità, per modo di pensare, per il ceto sociale di provenienza, come è accaduto a me e mio fratello. Magari si tratta di un ragazzo che va troppo bene a scuola o che, contrariamente, va troppo male. La vittima è, spesso, colui che va contro corrente, il pesce fuor d’acqua. Io, magari, quando andavo a scuola avevo i pantaloni diversi dalla maglietta, perché io e miei due fratelli siamo cresciuti in una famiglia monoreddito, in un paesino in provincia di Milano. La prima cosa che hanno notato appena sono arrivato a scuola, in prima elementare, è stata che i miei pantaloni erano quelli di mio fratello maggiore. I miei compagni non capivano che non tutti i genitori erano come i loro, quindi indossare le scarpe di moda l’anno precedente faceva di me un diverso.

Quanto resta delle cicatrici create dal bullismo nella vittima?

Io credo ci siano cicatrici e cicatrici, quelle alle quali sopravvivi e quelle che restano; sai di avere provato un dolore e magari nei “periodi no” ci ritorni un po’ con la testa. Conoscendo diversi ragazzi che hanno subito bullismo, quello che ho notato in comune alla maggior parte è una grande sensibilità. Per quanto mi riguarda su alcuni aspetti ancora ne pago le conseguenze; per esempio, avendo subito più bullismo da parte di ragazze che di ragazzi, io oggi alla mia età non sono ancora riuscito ad avere una relazione sentimentale. Quando andavo a scuola, andavo bene soltanto nelle materie insegnate da docenti uomini, perché delle insegnanti donne avevo paura. Un’altra conseguenza, che ho riscontrato anche in me stesso, è che chi ha subito ha sempre bisogno di conferme: “Ho fatto bene” è la frase che più accomuna una persona che è stata vittima di bullismo.

Vincenzo, lei rappresenta chi, nonostante tutto, ce l’ha fatta. In che modo è possibile uscirne fuori?

Personalmente sono stato una persona che non ha mai raccontato quello che gli stava succedendo, quindi sono arrivato ad un punto tale che giorni prima del mio 18esimo compleanno ho perso i capelli per lo stress; in quel momento è diventata una cosa visibile al di fuori. Essendo che la perdita di capelli aveva comportato l’aumento delle offese, ho deciso di andare dalla psicologa della scuola. Ho fatto due sedute, ma in realtà non ho parlato tantissimo di quello che mi accadeva; lei ha cercato di fare qualche lavoro di gruppo con la classe ma io continuavo a stare male. In quel periodo, però, uscivo con un ragazzo che mi ha fatto rompere questo muro che mi ero costruito. Un giorno gli ho chiesto: “Ma anche tu sei preso in giro?”, lui mi ha risposto di no ed io ne sono rimasto stupito. Ero convinto che fosse giusto subire e non capivo che in realtà non era così. È stato quel “no” a farmi capire che avevo perso tempo; ed è quello che cerco di fare capire alle persone che incontro, specialmente alle vittime. Non si deve aver paura di parlare, io mi sono pentito di non aver parlato prima. Le persone non possono capire se non si parla, soprattutto con le vittime brave a fingere, non si può cercare aiuto se non si chiede. Non c’è la bacchetta magica, ma bisogna tanto incentivare la comunicazione.

In che modo un adulto, un insegnate, un educatore possono aiutare una vittima di bullismo?

Esiste una legge del 2017 che riconosce questo atto e da allora nelle scuole è presente un insegnante referente, al quale ci si può rivolgere in caso di episodi di bullismo. Grazie a questa legge si fanno incontri formativi a scuola. Inoltre, volendo dare un dato, noi come associazione abbiamo riscontrato che il 90% delle segnalazioni che arrivano sono da parte dei genitori delle vittime. Esistono diverse situazioni: c’è il ragazzino che è abituato a confidarsi con il genitore e poi esiste la vittima che si nasconde. Nel secondo caso, però, un genitore si può rendere conto di un atteggiamento strano nel figlio: “non parla, non mangia, non vuole andare a scuola…”. Sarebbe importante fare un’educazione anche agli adulti, noi infatti abbiamo aperto una grande fetta della nostra attività proprio a fare dei corsi di formazione, sensibilizzazione e prevenzione agli adulti. Ci vuole un grande lavoro di squadra per combattere un fenomeno come questo.

È possibile correggere l’atteggiamento di un bullo?

Molti bulli sono consapevoli di fare del male, ma altrettanti no. Quello che si fa allo stato attuale è sospendere questi ragazzi; quindi, lui sta a casa e torna a scuola più arrabbiato di prima. O peggio ancora si porta la classe ad emarginare il bullo, creando una sorta di circolo vizioso che porta il bullo a diventare a sua volta vittima. Quello che noi consigliamo e su cui spingiamo tantissimo è convertire i giorni di sospensione in settimane e mesi di volontariato. Questo potrebbe essere un ottimo sistema per aiutare il ragazzo o la ragazza a comprendere il proprio errore, perché magari guardando la sofferenza degli altri è possibile riflettere sulle proprie azioni.

Nel ringraziarla per la sua preziosa testimonianza, le chiedo: cosa possiamo dire ai giovani, ma non solo, affinché imparino ad arginare e ad eliminare il bullismo?

Io faccio sempre un grande esempio quando parlo della mia storia: mi hanno sempre detto che nella vita non avrei mai fatto niente, perché balbettavo e avevo delle difficoltà a scuola; un giorno, in terza media, mi hanno chiesto: “Cosa vuoi fare da grande?” ed io ho risposto: “Voglio lavorare per Samsung” e tutti si sono messi a ridere, compresi gli insegnanti. Io oggi lavoro in Samsung e quindi ce l’ho fatta! Io consiglio sempre di non tenersi tutto dentro ed aprirsi; abbiamo tutti i mezzi di comunicazione possibili ed immaginabili, ma dobbiamo usare quello più importante: la voce. Se ci sono riuscito io ad affrontare e superare 13 anni di bullismo, sono certo che chiunque ce la può fare.

Associazione Contro Bullismo Scolastico

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