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Morte di George Floyd: attesa per il verdetto della corte, sale la tensione negli Usa

Si temono scontri se la sentenza del processo contro l'agente Chauvin dovesse essere assolutoria

Sono ore di attesa e di tensione negli Stati Uniti. Il processo per la morte di George Floyd (in alto a sinistra) entra nella fase finale. Finite le arringhe, la giuria si sta riunendo per deliberare il verdetto sul caso. I giurati dovranno decidere se l’ex agente Derek Chauvin (in alto a destra) è colpevole di omicidio per aver tenuto premuto per oltre 9 minuti il ginocchio sul collo del 46enne afroamericano, che lo implorava di fermarsi. C’è timore che, a seconda della sentenza, possano scatenarsi reazioni violente nel Paese. Lo stesso presidente Joe Biden potrebbe pronunciare un discorso.

L’appello ai giurati

Prima che lasciassero l’aula per iniziare le loro deliberazioni, il giudice Peter Cahill ha illustrato le istruzioni a cui i giurati dovranno attenersi. “In qualità di giurati, vi viene chiesto di prendere una decisione importante in questo caso“, ha detto il giudice. Il quale ha domandato loro di prendersi “il tempo necessario per riflettere attentamente sulle prove”. E di analizzare il motivo per cui si sta prendendo la decisione, esaminando se pregiudizi stiano influendo su di essa. Ma anche di “ascoltarsi a vicenda” perché “l’ascolto di diverse prospettive può aiutarvi a identificare meglio i possibili effetti di pregiudizi nascosti”.

L’arringa della difesa

Nella sua arringa l’avvocato Eric Nelson, difensore dell’agente, ha detto ai giurati che le informazioni che Chauvin aveva al momento in cui ha trattenuto Floyd avrebbero spinto qualsiasi agente ragionevole a intraprendere le stesse azioni. Il legale ha sostenuto che non ha senso affermare che altri fattori come l’uso di droghe e la situazione cardiaca non abbiano avuto “alcun ruolo” nella morte di Floyd. “Lo Stato non è riuscito a dimostrare le sue accuse oltre ogni ragionevole dubbio – ha detto Nelson -. Pertanto, il signor Chauvin dovrebbe essere ritenuto non colpevole di tutte le accuse”.

La replica del procuratore

Nella sua replica il procuratore Jerry Blackwell ha invece sostenuto che l’avvocato Nelson abbia interpretato male la legge. “Quando parla di causalità, parla di fentanil, insufficienza cardiaca, ipertensione, dice che dobbiamo dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che nessuno di questi altri fattori ha avuto un ruolo”, ha detto il rappresentante dell’accusa. Invece, “quello che dobbiamo dimostrare è che le azioni dell’imputato sono state un fattore causale sostanziale nella sua morte. Non deve essere l’unico fattore causale. Non deve essere il più grande fattore sostanziale. Deve solo essere uno dei fattori”, ha detto Blackwell.

“Basta abusi della polizia”

“Non ci sono scuse per gli abusi della polizia”, ha rimarcato a più riprese il procuratore. “Hanno detto che i paramedici hanno impiegato più tempo del previsto ad arrivare. Sarebbero dovuti essere lì entro tre minuti. E il buon senso vi dirà – ha dichiarato rivolto ai giurati – che il semplice fatto che i paramedici abbiano impiegato più tempo di quanto il signor Chauvin possa aver pensato, non era un motivo per usare forza eccessiva o per essere indifferenti al fatto che qualcuno non respira più e non ha polso”. “È stato detto, ad esempio, che il signor Floyd è morto perché il suo cuore era troppo grande. Avete sentito quella testimonianza – ha sottolineato concludendo la sua replica -. E ora dopo aver visto tutte le prove e aver ascoltato le prove, sapete la verità, e la verità è che il motivo per cui George Floyd è morto è perché il cuore del signor Chauvin era troppo piccolo”.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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