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La Cina e il suo Recovery plan: 500 miliardi per il primo Paese colpito dal Coronavirus

Gli Usa temono a concorrenza del Dragone, la vera nuova superpotenza

Mentre l’Europa si crogiola nella retorica dei Recovery plan, al momento ancora tutti da implementare, la Cina, il primo Paese al mondo colpito dal Covid, dove il Sars-CoV-2 ha avuto origine, marcia spedita verso una ripresa economica impressionante. Pechino, riflette Filippo Santelli su Repubblica, è stato anche il primo governo a lanciare un suo Recovery plan, ben prima che questa espressione entrasse nel vocabolario europeo.

Un maxi piano già dal 2020

Nella primavera del 2020, momento nel quale i cinesi terminavano il grande lockdown nazionale, le autorità comuniste hanno varato un grande piano di stimolo. Valore complessivo attorno al 4,5% del Pil, pari a oltre 500 miliardi di euro. È per questo che nel 2020 la Cina è stata uno dei pochi Paesi al mondo a chiudere l’anno della pandemia con un’economia in crescita, del 2,3%, per poi rimbalzare già all’inizio di questo 2021 ai livelli pre-crisi. Ma il paradosso, mentre il resto del mondo segue le sue orme stanziando ambiziosi piani di ripresa, è che ora il Dragone sta invertendo la rotta. Il governo ha già cominciato a ritirare gradualmente le misure di sostegno. Semplicemente perché non ce n’è più bisogno: nel primo trimestre 2021 il Pil della Cina ha fatto un balzo del +18,3% rispetto a 12 mesi fa.

Stati Uniti, a che punto sono

E gli Usa, lo storico antagonista di Pechino? Il presidente Joe Biden ha presentato formalmente il suo primo budget a fine maggio. Si tratta di una manovra gigantesca, senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale. Un Recovery plan americano, di quelli imponenti. Se il Next Generation Eu prevede il finanziamento degli Stati membri della Ue con una massa complessiva di 750 miliardi di euro, il Recovery americano ammonta a 6mila miliardi di dollari. Di questi, 2300 miliardi per le infrastrutture, 1800 miliardi diretti alle famiglie, altri 1500 miliardi per finanziarie le varie agenzie federali e altre risorse anche per la Difesa. Obiettivo: rilanciare in grande stile l’economia americana rendendola più competitiva. Di certo, però, gli Usa ora rischiano di far crescere deficit e il debito pubblico a livelli record.

 

Domenico Coviello

Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze, come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione Internet de “La Nazione”, “Il Giorno” e “Il Resto del Carlino”, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni, sempre su Internet, all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a “City”, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Un passaggio alla “Gazzetta dello Sport” a Roma, e al desk del “Corriere Fiorentino”, il dorso toscano del “Corriere della Sera”, poi di nuovo su Internet per il sito di news “FirenzePost”. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma, e da qui l’approdo a “Velvet Mag”. Ha collaborato a “Vanity Fair”.
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