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Melancholia: «Le definizioni ci vanno strette: la nostra è una musica viscerale» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

La band reduce da X Factor 2020 si racconta

I Melancolia sono una giovane band italiana originaria di Foligno. I più hanno avuto modo di conoscere il loro nome grazie alla partecipazione all’edizione 2020 di X Factor. Il loro stile innovativo, amplificato dalla sagacia del giudice che è stato loro coach, Manuel Agnelli, ha riscosso un successo incredibile. L’eliminazione durante la quinta puntata del talent ha scosso tutti, dagli addetti ai lavori fino al pubblico a casa. Sembrava ormai scritto un approdo in finale. La realtà è che si tratta solo di un gioco: ecco perché la band non ha tirato i remi in barca. Da un palcoscenico del genere nascono delle possibilità da non sottovalutare: il mix con il loro talento unico potrebbe essere letale per la scena musicale italiana.

I Melancholia hanno pubblicato un album dopo la partecipazione ad X Factor, e oggi si preparano a suonare dal vivo. Nel frattempo, è uscito il singolo Medicine, un pezzo di altissimo livello che lascia presagire una svolta di ampie vedute. Il tour estivo partirà il prossimo 3 luglio da Bologna e li terrà impegnati fino a settembre. La frontgirl, Benedetta, poi, è un personaggio unico nel proprio genere…

Intervista esclusiva ai Melancholia

 

Vi conosciamo e vi seguiamo da X Factor, dove siete diventati un vero e proprio fenomeno. Conosciamo il vostro background artistico, già ricco peraltro di soddisfazioni. Ma chi sono davvero i Melancholia?

I Melancholia sono tre “brutti tipi” che si sono incontrati casualmente. Abbiamo cominciato a suonare assieme quando i soldi erano pochi: facevamo le prove in versione acustica nel corridoio di casa di Fabio, muniti di una tastiera scadente e di una chitarra come tante. Siamo la cosa più normale che ci sia, ci piace definirci “terra terra” nonostante ciò di cui ci occupiamo di terreno abbia molto poco. Oggi suoniamo e praticamente viviamo chiusi all’interno di un bellissimo studio, diamo tutto quello che possiamo e ci divertiamo tantissimo.

Rispetto a quali ascolti condivisi avete deciso di provare ad organizzare una band? A cosa puntavate?

Siamo partiti facendo cover, come capita a quasi tutte le band emergenti. La particolarità era certamente l’utilizzo di una chitarra acustica e di una tastiera: volevamo rivisitare alla nostra maniera delle canzoni elettroniche nella loro versione originale. Il gruppo sul quale ci siamo “trovati” sono certamente i Twenty One Pilots: risuonavano nelle cuffie di tutti e tre. Il nostro punto di riferimento è stato dunque soprattutto questo, ma poi ognuno di noi, grazie alle sue influenze, ha proposto cover da fare, sperimentando.

La cosa bella è che ci siamo adattati alle sonorità acustiche poiché non avevamo alternative, ma una volta avuta l’opportunità di tentare una chiave più elettronica ci siamo letteralmente fiondati. Questo è stato l’incipit della nostra crescita come persone e soprattutto come artisti. Tale possibilità ci ha infatti aperto un varco nel cervello, grazie alla nuova momentanea inventiva e lo sfruttamento del background di ascolti precedente. Ogni volta che scopriamo qualcosa, ancora oggi, interagiamo tra noi segnalandoci le nostre nuove passioni vicendevolmente. Tentiamo, poi se va bene proseguiamo con il progetto, altrimenti lo accantoniamo. Ci piacciono così tante cose e mettiamo una varietà così ampia all’interno del “calderone” che ogni definizione rischia di starci piuttosto stretta. L’amicizia in ogni caso ha avuto un ruolo fondamentale: siamo molto uniti l’un con l’altro sotto tantissimi punti di vista.

La vostra musica è estremamente viscerale. Quanto pensate sia importante il comunicare attraverso l’arte un proprio disagio o le proprie necessità? Ad oggi considerate andare in studio solo un lavoro o riuscite a pensarlo anche in chiave terapeutica?

Per noi suonare è sempre stato sinonimo di terapia. Il momento in cui siamo stati meglio, ma anche peggio, è stato proprio quello in cui siamo riusciti a scavare dentro il nostro animo, partorendo qualcosa che fosse appunto frutto di una riflessione personale. Il lavoro che facciamo a livello personale infatti è proprio quello di prendere le viscere, buttarle fuori, metterle sul piatto e vedere cosa ci dicono. Viscerale è l’aggettivo migliore che si possa utilizzare per descrivere la nostra musica. Questo perché portiamo sul piatto tutto ciò che nella vita ci ha lasciato il segno, nel bene e soprattutto nel male. Oggi non possiamo fare a meno di comunicare qualcosa del genere, anche se ci è capitato di sentirci anche piuttosto soli: vivevamo la nostra musica in maniera unilaterale, con un feedback positivo ma sempre piuttosto ristretto. Ora sentiamo che c’è un vero e proprio apprezzamento da parte delle persone, abbiamo capito che empaticamente il nostro pubblico ci capisce perfettamente. Non ci sentiamo più soli! Ora che abbiamo acquisito tale consapevolezza abbiamo ancora più voglia di mettere sul piatto le nostre viscere. Potrà cambiare lo stile, potranno cambiare le ispirazioni, ma queste ultime rimarranno una costante della nostra musica.

Quando e come nasce Medicine? Era un pezzo che avevate già in cantiere o fa parte della svolta identitaria che state intraprendendo recentemente? A proposito di ciò: dobbiamo aspettarci una virata importante sotto il profilo musicale?

La virata avverrà, e Medicine è una sorta di anticipazione di tutto ciò. Pur non definendoci sotto alcun punto di vista, ammettiamo di essere diventati molto cinici: siamo cresciuti. Abbiamo l’esigenza di voler letteralmente martellare, essere d’impatto. Se prima questo aspetto era rivolto soprattutto legato alla parte testuale, oggi la musica sta cambiando nel vero senso della parola. Precedentemente abbiamo scelto di smorzare le atmosfere più cupe, dando un po’ di respiro all’ascoltatore. Lo stesso arrangiamento di Medicine è molto particolare ed innovativo: ha molti “cambi scena” e a noi piace proprio per questo motivo. È nata tra marzo ed aprile scorsi ed ha subito funzionato. Abbiamo registrato diverse demo della canzone, tra cui una particolarmente acida, ma poi abbiamo preferito ammorbidirla leggermente, senza però rinunciare all’impatto. È un pezzo che abbiamo creato nell’arco di un mese e mezzo, mentre abbiamo diverse altre canzoni che erano già in cantiere da prima di X Factor e che stiamo perfezionando. Vogliamo dare vita ad un progetto molto più grande rispetto alla pubblicazione di qualche singolo.

Potendo tornare indietro presentereste gli inediti nell’ordine che abbiamo avuto modo di vedere? Alone ad oggi sembra essere il vostro capolavoro, presentato però la serata stessa della vostra eliminazione da XF. Pensate che Leon sia stata propedeutica come introduzione nell’universo Melancholia per gli ascoltatori?

L’evoluzione dei due pezzi rispecchia assolutamente il nostro percorso. Cronologicamente abbiamo scritto prima Alone di Leon. Quest’ultima aveva però un sound che rispecchiava a pieno il nostro gusto del momento, ovvero quello in cui lo abbiamo presentato al pubblico. Abbiamo molti periodi: il nostro primo album è così variegato stilisticamente parlando, proprio perché è stato concepito nell’arco di cinque anni. Durante questi ultimi sono successe tantissime cose. Abbiamo iniziato a suonare insieme quando eravamo molto più giovani rispetto ad oggi ed il gap in riferimento alla crescita personale è molto ampio. Tornando agli inediti sì, li proporremmo sempre nel medesimo ordine. Nonostante Leon possa essere considerata più “fredda”, come sonorità è stata una presentazione perfetta per il progetto Melancholia. Alone invece viene dopo, nonostante, come detto, sia stata scritta in precedenza. Il primo pezzo è più estetico, il secondo indubbiamente più viscerale.

Manuel Agnelli a X Factor era indubbiamente il giudice più adatto per seguire il vostro percorso. Avete lavorato in sinergia e portato a casa ottime performance. Con quale altro giudice pensate che avreste potuto lavorare ugualmente bene, con il senno di poi?

È una domanda difficile e ognuno di loro ha un’idea molto diversa. (ndr.)

Filippo: Forse Mika, solo e soltanto perché il suo gusto e l’esperienza artistica sono più internazionali rispetto agli altri giudici.

Fabio: Una volta passati potevano aprirsi due vie: una con Hell Raton e una con Manuel Agnelli. Il primo avrebbe sicuramente spinto di più sulla nostra attitudine rap, mentre Manuel si è rivolto maggiormente alle nostre viscere generando quella cazzimma che ci ha contraddistinti.

Benedetta: Io dico Emma perché è una donna pazzesca. Con lei mi sarei divertita tantissimo.

La virata di XF: niente più categorie rispetto a genere e sesso. Cosa ne pensate di questo cambiamento?

Il 2021 è l’anno della fluidità: saremo tutti molto più fluidi, basta con Kant e la sua categorizzazione delle cose. Lo confuteremo e proveremo la mescolanza del tutto. Il cambiamento potrebbe risultare confusionario e spiazzante vista l’abitudine del pubblico alle categorie, ma i giudici avranno una possibilità unica: scegliere esclusivamente in base al proprio gusto e con una mentalità molto più aperta. Penso che tutto ciò risulterà più funzionale: la prossima edizione di X Factor prenderà una piega molto differente dalle precedenti. Grazie a questa virata storica potremo osservare anche la capacità e l’intelligenza dei giudici: approcciarsi ad un gruppo piuttosto che a un diciottenne o a un trentenne è molto differente.

Uscendo dalle ispirazioni a livello di gruppo, in riferimento ai gusti personali: chi sono i personaggi che vi ispirano di più a livello “filosofico”? Un nome italiano ed uno straniero con cui andreste a cena per raccogliere consigli insomma.

Filippo: Per quanto riguarda gli artisti stranieri farei il nome dei Moderat, un duo elettronico tedesco che mi ha da sempre appassionato. Per ciò che riguarda la musica nostrana invece sono più romantico e opto per il cantautorato di Lucio Dalla.

Fabio: Come artista straniero sceglierei i Twenty One Pilots, mentre di italiano non avrei un nome specifico.

Benedetta: Quando ho visto Francesco De Gregori a Spello gli occhi mi hanno lacrimato in automatico. Dovendo scegliere, personalmente farei una scappatella a cena con Thom Yorke, il frontman dei Radiohead. Giusto così, per capire qualcosa in più su di lui e sul suo talento incredibile. In riferimento a dei personaggi italiani ho una doppia alternativa; vorrei andare a cena con Salmo per capire che tipo sia realmente: lo seguo da quando sono una bambina e sarebbe interessante scambiarci due parole. Mi sarebbe inoltre piaciuto cenare con Federico Fellini, un mio vero e proprio idolo in senso artistico. Con Manuel Agnelli invece era un sogno, ma questo lo abbiamo già realizzato.

Benedetta: guardandoti ci è venuto in mente un paragone altisonante. Sei il punto di incontro tra Skin e Bjork. Ti ci rispecchi in una tale definizione?

Assolutamente, magari. Io apprezzo entrambe, ma amo alla follia Bjork. Non potrei neanche immaginare di andare a cena con lei: la incontro in sogno tutte le notti. È una delle definizioni più belle che abbia mai ricevuto, nonostante non mi senta minimamente all’altezza di due musiciste del loro calibro. Un concerto di Bjork dovrebbe essere trasmesso sulle televisioni di tutto il mondo a cadenza regolare: anche i pesci dentro all’acquario si fermerebbero ad osservare ammaliati una sua performance live. È arte allo stato puro.

Per Fabio e Filippo: quanto è importante avere una frontgirl del calibro di Benedetta con una personalità così forte? Premesso che la band funziona in sinergia: come vivete la maggior esposizione di Benedetta rispetto ai media?

Fabio: È fin troppo importante, ma manteniamo l’equilibrio in maniera molto naturale. Noi due siamo molto timidi e “paciosi” e c’è davvero bisogno di una Benedetta all’interno della band. Porta talmente tanta energia che vale per tre, per cinque, anzi per dieci.

Filippo: Sul palco è una macchina da guerra, ma anche dietro le quinte, durante la vita di tutti i giorni, il suo ruolo è importantissimo. Ama la progettualità, sa tenerci uniti e sa regalarci la giusta motivazione ogni volta (Benedetta fa segno di essersi commossa, ndr).

I concerti sono mancati tanto al pubblico, quanto agli artisti. Pensate che questo clima porti a una rinascita della musica dal vivo e a un nuovo interesse da parte del pubblico?

Noi lo speriamo davvero. Se agli altri i concerti sono mancati un decimo di quanto sono mancati a noi, ci sarà una vera e propria rivoluzione. Dopo un momento in cui, a livello sociale, siamo stati obbligati tutti a stare soli e distanziati, un momento di condivisione come un concerto è qualcosa di davvero impagabile. Ne abbiamo sentito tutti la mancanza e speriamo, come tutti gli artisti, in una vera e propria rinascita. Lo stesso streaming non va sottovalutato: è in ogni caso un modo per un artista di farsi vedere e dire la sua. Tutti quanti, artisti e non, italiani e stranieri, ci meritiamo i concerti. Sia sopra che sotto il palco.

Dopo il tour estivo che progetti avete? Studio, disco e poi tournée alla vecchia maniera o pensate di sfruttare qualche nuova occasione nata dalla partecipazione a XF?

Vediamo. Momentaneamente i nostri programmi si fermano al prossimo settembre. Ci prenderemo poi qualche mese per chiudere il progetto del nuovo album. Tra gennaio e febbraio poi probabilmente tenteremo di organizzare una nuova serie di concerti per sponsorizzare quest’ultimo.

Il vostro rapporto con il mainstream?

Abbiamo un rapporto piuttosto conflittuale con tutto ciò che abitualmente è definito mainstream. Vedasi la gestione dei social, importantissima al giorno d’oggi. Non ci viene proprio da starci dietro. Se ci fossero ancora le cassette registreremmo volentierissimo su queste! Cerchiamo in tutti i modi di non plasmarci con il mainstream, o meglio non vorremmo mai farci inglobare totalmente da esso. Vogliamo sfruttare il fatto di essere capaci a colpire il pubblico sotto molti punti di vista, pur non essendo mainstream. Cos’è che colpisce di noi? È una domanda che ci siamo sempre posti ma alla quale ancora non riusciamo a dare una vera e propria risposta. Non siamo mainstream e su questo mettiamo la mano sul fuoco, anzi non siamo proprio capaci ad esserlo, ecco tutto. L’unico modo che abbiamo per fare musica è essere noi stessi, con la nostra visceralità e la nostra emotività. Grazie a ciò risultiamo veri, e la verità alla fine ripaga sempre.

Dal vivo suonerete come power trio o sul palco saliranno anche dei turnisti?

Momentaneamente nei nostri programmi non sono previste altre persone sul palco. Saremo noi, i soliti tre “brutti” che avete imparato a conoscere. Vedremo poi se, a causa della sopracitata svolta cinica, avremo bisogno di altri ragazzi per aiutarci per ampliare il suono.

Supponiamo che il vostro sogno sia vivere di musica. Ma avete mai avuto un piano B? Cosa fareste se non foste una band?

Fabio: Non abbiamo un piano B!

Benedetta: Io non abbandonerei comunque il mondo della musica e tenterei di lavorare in studio. È un ambiente bellissimo che ti permette di dar sfogo alla tua fantasia; hai davanti così tante scelte, così tanti modi per poter fare musica che una soluzione si trova sempre. No, non riuscirei mai ad abbandonare la musica.

Fabio: Se non dovesse andare bene potrei continuare a lavorare in studio, o anche diventare un’insegnante di musica, perché no…

Filippo: Sì, anche io tenterei di rimanere nel mondo della musica. È un qualcosa che mi piace troppo per poterci rinunciare.

Benedetta: Ripensandoci in alternativa, anche se non è un vero e proprio lavoro, mi piacerebbe fare la cacciatrice di tornado negli USA. Rischierei la vita ma proverei indubbiamente delle emozioni fortissime.

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