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Paola Bottai e i suoi Profumi: «Quanto ho imparato rubando con gli occhi!» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Il suo primo libro è arrivato da poco in libreria con De Agostini

Leggere il libro di Paola Bottai mi ha insegnato prima di tutto che non dovremmo parlare di profumi, bensì di odori. Abbiamo la cattiva abitudine di bollare tutto quello che ci piace come profumo e quello che invece scatena in noi reazioni raccapriccianti in odori (se non olezzi). Forse perché siamo abituati a mettere un’etichetta su tutto.

Profumi è un libro che Paola non definisce né una guida né un catalogo. Il suo è più un viaggio da fare insieme al lettore, lo accompagna per mano parlando di storia, creatività, brand, passioni e grandi sogni. Di questi, Paola ne ha già realizzati due: il primo è stato diventare un naso professionista; il secondo è stato pubblicare questo libro con De Agostini. Abbiamo parlato con Paola della sua professione, ma anche del suo bagaglio, della persona che era prima di intraprendere la professione di parfumeur e di quella che è diventata poi. Dei profumi che colleziona da quando è bambina e di quella nonna che le ha insegnato il valore della libertà d’espressione.

Paola Bottai
Crediti: Andrea Ciccalè

Intervista esclusiva a Paola Bottai

 

Partiamo dal tuo libro: quando è arrivata l’idea e come l’hai messa in atto?

L’idea è arrivata da una proposta della casa editrice, mi ha anche stupito ed emozionata tantissimo. C’era tanto da dire, il lavoro più difficile è stato quello di selezionare gli argomenti e di capire la chiave di lettura/scrittura, selezionare gli argomenti che potevano stare bene tra di loro riassumendo un po’ questi due anni di divulgazione che faccio sui social, approfondendo quegli argomenti su cui secondo me si era creata un po’ di confusione per quanto riguarda il mondo della profumeria. Non è un libro che parla solo di profumi, ma di odori e del senso dell’olfatto.

Avevi paura di scrivere un libro su questo argomento? Paura anche della reazione da parte del mercato?

Trovo che le persone siano molto belle ed eleganti quando sono comode. Io non posso fare cose in cui mi sento scomoda. Il libro è venuto così, l’editore mi ha chiesto di essere me stessa ed è stata una delle cose più liberatorie che potessi ricevere, un regalo meraviglioso. C’era talmente tanto da dire che come primo libro, sperando che non sia l’unico, a me piace tanto che sia così. Non ero spaventata perché volevo approfondire alcuni argomenti e il tempo forse dirà quali sono le cose che interessano di più. Non volevo che fosse un catalogo, li trovo anche interessanti ma piuttosto noiosi. Leggi le descrizioni dei profumi, ma dopo un po’ diventa frustrante leggere di profumi e non poterne sentire l’odore. Ho cercato di mettere un po’ di ordine, riempire un buco che fosse un ABC per approdare a tutti gli argomenti degli odori. Non ero spaventata perché quando decido di fare una cosa l’affronto con sicurezza. È un libro che rispecchia pienamente le mie sfaccettature: quella di essere una creativa, un tecnico, un esperto e una persona che pur lavorando con gli odori da tanti anni continua ad emozionarsi grazie ad essi. Non avrei potuto racchiudere tutto questo in una definizione. Forse la paura più grande era quella di iniziare a lavorare a questo libro durante il lockdown. Scrivere un libro sull’olfatto con il terrore di perdere l’olfatto in un anno come questo è stato molto faticoso ma allo stesso tempo salvifico. Io scrivevo di odori mentre le persone si ammalavano e perdevano l’olfatto.

Paola Bottai
Crediti: Andrea Ciccalè

La scrittura non rientra nei tuoi hobby?

Ho sempre scritto tanto, anche di profumi. Le persone che mi seguono su Instagram lo sanno: nei miei post io scrivo tanto e scrivo di emozioni, di ansia, di periodi difficili e meravigliosi. C’era tanta richiesta di un mio libro proprio perché ho scritto tanto. Avevo paura di fare troppe cose, ho avuto diversi cambi di vita ed inserire la scrittura come lavoro credevo fosse troppo. Per me poter dire di aver scritto un libro e che sono un’autrice è il coronamento di un sogno. Mi piace molto la definizione che hanno dato di me, come narratrice di odori, è una delle cose che mi inorgoglisce di più.

Cosa vuol dire essere un naso professionista?

Molto banalmente significa poter vivere del proprio lavoro. È un po’ la differenza tra la persona che cucina a casa e lo chef che lavora in un ristorante. Poche persone riescono a vivere di questo. Significa usare gli odori come un musicista usa le note, come uno scrittore usa le lettere. Significa usare gli odori come i pittori, creare delle emozioni. E’ approfondire, studiare sempre, essere aggiornato sul mercato, sul marketing, sulle nuove materie prime che escono e sulle regolamentazioni.

Quando hai capito che volevi essere un naso?

Da sempre, da bambina. Non sapevo che questo potesse essere realizzabile perché è una figura più presente in Francia, non sapevo fino ad un certo punto della mia vita che si potesse studiare questo mestiere. E lo studi se sei portato, se sei interessato al mondo degli odori. Quando ho scoperto che c’era la possibilità di poterlo studiare, tutti mi dicevano che era pressoché impossibile perché l’accesso negli istituti è molto ristretto. Io sono riuscita a specializzarmi trasferendomi in Francia. Ma una volta finito, quando esci devi fare la gavetta, devi prendere decisioni difficili, come quella di continuare a vivere all’estero. Poi c’è stata la scommessa di tornare in Italia, di creare un’azienda mia, di essere una consulente libera ed indipendente. È stato un sogno realizzato tardi, per me è una seconda vita, ormai quella definitiva (sono più di dieci anni che faccio questo mestiere), che ho arricchito con consulenze che spaziano dal mercato maschile a quello femminile, consulenze con gli chef. Diciamo che non mi annoio.

 

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Nel tuo libro ho colto un messaggio importante: che non bisogna mai avere paura di mettersi in gioco anche quando crediamo che sia troppo tardi. Cosa ti ha spinto a cambiar vita a 30 anni?

Non è stato facile. Io di natura sono ansiosa, ho sofferto di ansia vera e anche la decisione di andare in Francia è stato un momento particolare. Alla fine ho deciso di andare con non poco struggimento personale, ho rischiato. Ritengo che sia importante provarci, non c’è la garanzia del risultato e il risultato lo vedi dopo tanti anni mettendo in fila tante cose. Quando io ho scelto di cambiare vita, quando ho raggiunto il traguardo della specializzazione non mi sono affatto sentita arrivata. Ero poco più che una studentessa molto preparata ma non sapevo stare nel mondo del lavoro dei profumi. La chiave è quella di crederci, tanto, ma di non sentirsi mai veramente arrivati e godersi ogni tappa del percorso. L’obiettivo deve esserci, ma bisogna essere cangianti, può succedere veramente di tutto. Quest’anno deve averci insegnato questa cosa. Vedere il traguardo, avere il desiderio di diventare qualcosa ma essere sempre in tempo per cambiare direzione.

Come ti relazioni con i social e quanto influiscono sul tuo lavoro?

Questo lavoro lo facevo da prima di essere sui social. Il mio grosso bagno sui social lo devo sicuramente all’Estetista Cinica, Cristina Fogazzi. Ho fatto dei profumi per lei che hanno avuto molto successo e lei era sbigottita dal fatto che io usassi Instagram senza saperlo usare. Per me era un diario di fotografie. Grazie a lei ho scoperto il potere di questo mezzo infinito. Ho una community particolare. Non siamo tanti, ma siamo uno zuccolo duro, molto uniti. È un rapporto basato sull’onestà e mi rendo conto che è una cosa che funziona sempre. Rinunciare a qualche lavoro nel rispetto di una community che ti sostiene sempre lo reputo un atto dovuto. Non posso pubblicizzare profumi che non mi piacciono o cose che con me c’entrano poco. Questo mi stimola a fare sempre bene. Avere la certezza di avere delle persone che ti seguono e che si fidano di te è molto diverso. Quando parliamo di credere nel sogno, c’è da credere anche nella botta di fortuna ma ti deve trovare preparata. Il social ti aiuta a comunicare quello che tu sai fare, se non studi o non approfondisci, se non sai fare niente il social non è la soluzione. I social non ti cambiano la vita, molte persone pensano questo.

Il primo profumo che hai creato?

Non è un profumo, ma un balsamo per la barba. Io ho sempre giocato da bambina, lavori che oggi posso definire tremendi. Il primo lavoro professionale invece è un prodotto da uomo, si chiama Agnostico di Bullfrog. Si sono fidati di me ed è stato il primo prodotto che ho fatto e finito da sola con la mia produzione, tutto fatto in Italia. Del mio lavoro sono sempre molto soddisfatta.

Hai un profumo preferito?

È un po’ la storia di “Vuoi più bene a mamma o papà?”. Ce ne sono diversi, alcuni che ricompro. Io uso molto le acque di colonia perché sul lavoro non interferiscono molto. Mi sento sempre molto pulita e profumata ma non interferiscono con le materie prime che uso durante la creazione di un profumo. Anche nel libro parlo dei magnifici 10, non dico che siano i più buoni in assoluto, ma ognuno a modo suo ha fatto un pezzo della storia della profumeria. Alcuni sono i miei preferiti perché so che hanno comportato una nuova creatività olfattiva. Altri perché li uso volentieri. Un profumo che uso e ricompro ormai da una decina d’anni è Neroli Portofino di Tom Ford, è un profumo che sa di pulito, poco più di un’acqua di colonia costosissima che uso con grande piacere. Per me è molto difficile finire un profumo, li cambio in base all’umore e a quello che devo studiare.

Hai contato quanti profumi ci sono nella tua collezione?

Ci provo, sono tantini e ad un certo punto mi perdo. Ho iniziato a collezionarli da piccolina, anche solo le bottiglie finite che raccattavo a casa degli altri. Non li conto, forse mi vergognerei anche a sapere quanti sono. È una bella collezione costruita come si costruivano le collezioni di un tempo. Sono tutti profumi che io ho scelto, acquistati anche con i risparmi da adolescente.

 

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Collezioni anche altro?

Portauovo alla coque, da quando avevo quattro/cinque anni. Sono un’appassionata di uova da sempre. Oggi le uova sono state un po’ sdoganate anche come alimento salutare. Mi ricordo quando ero piccolina io potevamo mangiarne una, massimo due volte a settimana e quando le mangiavo ero felicissima. Ho sempre amato l’uovo come oggetto, simbolo di unione, compattezza, forza, perfezione.

Hai mai realizzato un profumo come regalo? Per te stessa o per una persona a te cara?

È una cosa che faccio molto raramente. Non lavoro sui profumi personalizzati perché trovo che ci siano tantissimi profumi in giro per cui non è una cosa che mi piace al momento fare. Ho creato delle bomboniere di matrimonio per una delle mie più care amiche, era un profumo che rappresentava quello che per me erano Francesca e Matteo, un profumo della coppia confezionato con un flaconcino spray. L’unica persona che ha ricevuto un profumo fatto da me è il mio più caro amico Pierpaolo. Lavora nel cinema come produttore cinematografico, aveva avuto una candidatura ai David di Donatello che poi ha vinto e che ha ritirato con il mio profumo addosso. Gliel’ho regalato proprio per quest’occasione. Entrambi eravamo destinati ad un altro tipo di mestiere, siamo un po’ ribelli, io con i profumi e lui con il cinema, mi faceva piacere essere presente per quel momento speciale perché abbiamo entrambi realizzato i nostri sogni. Rischiavamo di sembrare capricciosi, invece viviamo del nostro lavoro.

Ti va di parlarmi di tua nonna? È un po’ da lei che è iniziato tutto.

Di nonna potrei scrivere altro che un libro. Quando l’ho scritto, nonna aveva 99 anni. Nelle fasi finali prima della pubblicazione, dovevo cambiare il numero perché nonna ne aveva compiuti 100, se li era meritati tutti. C’era un refuso, in un passaggio del libro consegnato, con la nonna 99enne. Per fortuna siamo riusciti a modificare in tempo, ci tenevo che nonna avesse riconosciuti i suoi 100 anni. Aveva questo bagno di meraviglie, ci ha sempre lasciati liberi di essere chi volevamo, è una donna di una bellezza ed un’eleganza, è stata una delle donne più belle del pianeta. Ha sempre vissuto con queste scarpe con tacchi altissimi, ma ha sempre avuto trapani e martelli tra le mani. Ha sempre alternato la sua bellezza ed eleganza ad un animo estremamente libero. Adesso ancora è felicissima se le porti un panino con la porchetta, ha un appetito incredibile, è unica.

 

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Il tuo consiglio per chi vuole lavorare in questo settore?

La prima cosa è studiare le lingue. In Italia di scuole professionali ce ne sono molto poche se non legate a corsi universitari all’interno della facoltà di chimica o farmacia. Non è detto che un bravo chimico abbia la dote della creatività. L’ipotesi di andare all’estero implica come minimo parlare la lingua inglese e capire la lingua francese, perché i corsi sono fatti in lingua. Le prime esperienze fatte in Francia hanno un valore diverso, perché lì è un mestiere come tanti, la competizione è tanta. Sembra banale, ma soprattutto per i ragazzi giovani è importante imparare le lingue. Ci vuole passione e sentire tutto quello che capita sotto naso. Quando fai questa professione capiterà delle volte per creare crei solo quello che piace a te, ma per studiare devi avere un bagaglio olfattivo che comporta sentire tante cose che magari non ti piacciono. La costruzione di un gusto olfattivo e di una biblioteca mentale olfattiva è fondamentale. Per fare questo mestiere tocca sentire tanti profumi senza giudizio. Essere curiosi e capire che è un mercato che ha tante figure. A me è servito tutto, anche quando ho fatto la hostess alle fiere dei profumi, quando ho chiuso scatoloni per le spedizioni, pulire i vetri di laboratorio in Francia. Quanto ho imparato rubando con gli occhi pulendo vetri di nasi importanti o facendo degli stage mettendo in ordine alfabetico tutte le materie prime di queste aziende giganti. Magari ne trovavo una scaduta e chiedevo se potevo portarmele via, per una ragazza che imparava poteva essere utile, così ho iniziato ad avere le mie materie prime, prendendo gli scarti delle aziende. Una volta a casa potevo creare delle formule. Questo mi ha aiutato a creare il mio gusto e la mia professione.

Cristina Migliaccio

Sono giornalista pubblicista, non ho problemi con il binge watching e sono cresciuta con pane e libri a colazione. Mi occupo di Style e Lifestyle per VelvetMAG.
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