Musica

Toto Cutugno, l’italiano vero: c’era una volta nella Toronto degli anni Ottanta

Il brano scritto per Celentano nell'83 segna l'inizio della notorietà di Toto

È il 1983 quando Salvatore Cutugno in arte Toto porta a Sanremo un brano di cui ha provato a liberarsi fino all’ultimo, cercando di regalarlo a Celentano. A dirla tutta, Cutugno quella canzone l’ha scritta pensando subito al collega, gli sembra perfetta per lui: in origine il nome di Adriano compare perfino nel testo. Ma quando gliela offre su un piatto d’argento, il Molleggiato rifiuta senza troppi complimenti: lui non ha bisogno di specificare d’essere “un italiano vero”, gli dice gelandolo. Cutugno allora ci riprova con Gigi Sabani, all’epoca noto imitatore di Morandi, Reitano, Baglioni e dello stesso Celentano, proponendogli di cantarla proprio a mo’ di imitazione. Niente da fare, neanche questo va in porto.

Non regalare quella canzone!

“Lasciatemi cantare”, sì, ma quel pezzo Cutugno non vuole cantarlo. L’ha scritto senza pensare al successo, a Sanremo, alle classifiche. E infatti il brano nasce a Toronto, in Canada. È una di quelle sere particolarmente ispirate. Sotto il palco di un suo concerto si ritrova una platea di facce italiane che non hanno neanche bisogno di parlare per farsi riconoscere. Ci si riconosce e basta. ‘Ma chi li raccontava quegli italiani che vivevano all’estero?’, si chiede allora lui. Sono persone a cui è facile voler bene, sente di appartenere alla loro nostalgia. Così a cena gli accordi gli vengono giù quasi d’istinto, su un pezzo di carta, con una chitarra in mano. Le parole, invece, ce le metterà poco dopo Popy Minellono, mica uno qualunque. Quelli sono anni d’oro per Minellono Cristiano detto Poppy: scrive per tutti, da I Ricchi e Poveri a Riccardo Fogli, Celentano, Mia Martini, I Camaleonti, Al Bano e Romina. E stavolta è sicuro di aver scritto un gran pezzo.

Cotugno però se l’era immaginata diversa questa canzone, voleva Celentano, e fatica davvero ad abbandonare l’idea. E poi, a dirla tutta, teme il ritorno a Sanremo. Tre anni prima ha vinto il Festival con Solo noi: provare a bissare un podio è sempre rischioso, abbassare il livello è sempre uno smacco. Ma i suoi collaboratori non hanno dubbi: definiscono il pezzo “spettacolare”, deve interpretarlo lui. E alla fine si convince.

L’Italiano (vero)

Così Salvatore in arte Toto prende sottobraccio quella canzone che avrebbe volentieri ceduto ad altri e la porta a Sanremo. Avevano ragione tutti: L’Italiano è un pezzo spettacolare, non vince il Festival, ma ottiene subito il riconoscimento della stampa. Insieme a Vacanze Romane dei Matia Bazar e 1950 di Amedeo Minghi si aggiudica il podio della critica, che in quell’occasione non scambia il top per un flop e intercetta subito il successo. Diventa una delle canzoni italiane più cantante al mondo: Francia, Polonia, Egitto, Albania, Kazakhstan. Dev’esserci un sentimento universale in questo omaggio a chi l’Italia la vive, e a chi l’ha lasciata ma continua a portarsela dietro ovunque migri, perfino in Canada, dove la canzone è nata: Con quella faccia da italiano, avrebbe dovuto chiamarsi in origine. È l’83 il duo Cutugno – Minellono colgono un vezzo tutto nostro che negli anni si è fatto sempre più marcato. Quello dell’italiano che scappa all’estero, ma appena ne incontra un altro, c’è poco da fare: tutto il mondo diventa il bel Paese. Gli spaghetti, le donne, l’autoradio, “Ma non è che conosci l’amica di mio cugino?”, “Il cognome non mi dice niente, però, forse…”.

Gli artisti e troppa America sui manifesti

“Ho sbagliato tutto nella mia vita – ha raccontato Cutugno in un’intervista a RollingStoneSe non avessi avuto ‘sto carattere di mer*a, probabilmente avrei avuto molto di più”. Oggi compie 78 anni e ha smesso di avere rimpianti già da un po’. Ma in passato si è arrabbiato, e tanto. L’hanno definito un ruffiano, un eterno secondo, uno che ha litigato con tutti, in primis con la RAI, e non si è ambientato mai nel mondo dello showbiz italiano, ma allo stesso tempo ha portato l’Italia all’estero come pochi, pochissimi altri. Esatto: l’ultimo ad averci fatto vincere l’Eurovision nel 1990, prima della ribalta con i Måneskin. Si presentò a Zagabria, in Croazia, con Insieme: 1992, un brano definito da lui stesso “europeista”. Insomma, uno che ha creduto nell’Europa quando gli altri credevano solo a Sanremo.

E poi Cutugno era ovunque anche quando non lo vedevi, dietro i testi di canzoni che ha scritto per altri, in primis francesi e spagnoli. Abituato a lasciare andare le sue creature in giro per il mondo, nelle mani d’altri artisti, con una generosità e una lucidità nate anche dall’incontro profondo con Vito Pallavicini, uno dei parolieri italiani più scaltri dell’epoca.

Anche per questo viene da chiedersi se Celentano avrebbe reso la stessa giustizia a L’Italiano e, se regalandogliela, Cutugno sarebbe diventato davvero Toto o sarebbe tornato ad essere solo Salvatore. Certo, quasi quarant’anni dopo è ancora tutto qui: quel caffè ristretto, le calze nuove nel primo cassetto, certi artisti e sempre troppa America sui manifesti. E con un po’ di fantasia, da qualche parte, a Toronto, potrebbe esserci anche un concerto, una platea di facce inconfondibili e due sopracciglia folte che scrutano la scena. Un italiano fiero.
Toto, ma menomale che non l’hai regalata a nessuno.

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