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Musica

Le contraddizioni di Achille Lauro alla base del suo successo

Tanto amato quanto criticato: smascherare l'artista sembra impossibile

Dalla samba trap ai baci in diretta televisiva con il socio e produttore Boss Doms, fino al tormentone Rolls Royce che lo ha svelato al grande pubblico, e all’ultima provocazione sanremese che in realtà tutti ci aspettavamo: cinque serate, cinque quadri per omaggiare la musica (e se stesso) sul palco nazional popolare per eccellenza. A 31 anni (suonati oggi), solo nel 2021 Achille Lauro è stato il re dell’Ariston e della hit più ascoltata di questa estate, scoprendo le carte di una filosofia del successo che probabilmente è il suo segreto. Partendo con Noyz Narcos e chiudendo in bellezza con Orietta Berti. Amico di tutti e figlio di nessuno.

Una cosa è certa: Achille Lauro sa come vendersi. E questo non è un talento da sottovalutare, in un’epoca in cui tutto è in vetrina. Lauro in vetrina ci sta bene come un Cristo vestito Gucci che, quando gli passi accanto, non capisci se ti è piaciuto o no, eppure ti fermi a guardarlo. Lauro, soprattutto, vive di contraddizioni ed è il motivo per cui è amato e bistrattato insieme, nel tentativo costante di capire dov’è il fumo e qual è l’arrosto. E intanto, qualsiasi cosa faccia, in Italia crea dibattito.

La scelta del nome

La prima grande contraddizione è già nel nome d’arte che Lauro De Marinis ha scelto per esordire nel mondo dello spettacolo. Il suo omonimo, Achille Lauro, è stato un armatore e politico partenopeo. Fondatore della Flotta Lauro, tra le più potenti di sempre, la sua leadership politica si guadagnò perfino un neologismo, appunto il laurismo. Vale a dire un esteso sistema d’interessi che incontra l’ampio consenso di stampo populista (e che quasi potremmo adattare alla strategia di Lauro-cantante). Ma il Lauro originale non nascose mai la sua vicinanza alla politica fascista, frequentatore della famiglia Ciano e poi consigliere nazionale alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Insomma, sembrerebbe essere tutto molto distante dagli interessi di un ragazzino cresciuto a Conca d’Oro, nella periferia romana, e dal giro di compagnie che frequentava quando il nome d’arte ha sostituito quello di battesimo. Da Lauro De Marinis ad Achille Lauro: perché così lo chiamavano gli amici, per omonimia. Sulla spensieratezza con cui, poi, Lauro si è presentato al pubblico senza forse mai considerare davvero il peso di un’associazione simile, si potrebbe dire e speculare molto. Il punto è che, sulla scena musicale, il nome Achille Lauro funziona. E alla grande. Perché pensi prima all’Iliade e poi all’alloro, perché è un rimando a latini e greci, perché è il packaging ideale per un artista che si esibisce attraverso dei quadri e che fa una narrazione di sé quasi megalomane.

Dove tutto è iniziato: la famiglia

Un tallone d’Achille, per Lauro. E infatti dalla famiglia è scappato, a 14 anni, lasciando Verona per andarsene a vivere a Roma insieme al fratello maggiore. Sempre nella narrazione che Lauro fa di sé, il rapporto conflittuale con il padre è centrale. Professore e magistrato, nell’autobiografia Sono io Amleto ne fa una discrezione sofferta e quasi chirurgica. E su quel legame fa calare il sipario: “Mio padre non avrebbe mai saputo chi ero”.

“Io non dicevo una parola – scrive ancora, parlando della madrela guardavo e basta. Bella e triste, non poteva essere mia, mio padre col suo furore la possedeva totalmente. Lei per me era la visione della grazia quando incontra la morte”. Lauro descrive una famiglia che lo scioccava e che insieme lo ossessionava, nel tentativo di osservare tutto per comprenderne le dinamiche: “Non capivo come l’intelligenza potesse generare violenza, perché il bene non riuscisse ad avere la meglio sul male”.

La redenzione, le due “Emme”

I figli arrabbiati o soccombono o vivono per affermarsi, fuori dalla famiglia. Lauro ha scelto la seconda, e in modo plateale. Ma anche in extremis, dopo essere entrato in un’altra famiglia, dei criminali della mala romana con cui – ha raccontato – guadagnava anche ventimila euro al giorno facendo il pusher, e finendo poi arrestato. I figli arrabbiati si confondono, si perdono, hanno la febbre di chi deve riscattarsi.

La redenzione di Lauro è cominciata all’insegna delle due grandi Emme: Madre e Musica. La musica in cui investire e la madre a cui rendere conto, una bussola di cui riappropriarsi, “bella e triste”, ricordate? Grazia e morte insieme, mai davvero sua. “Io avevo questa vita da una parte e la musica dall’altra – dice nel libro – e mi sono detto che così non volevo finire. I miei fratelli, quelli con cui sono cresciuto, ora sono tutti nella mer*a”.

Io sono tutto: l’incoerenza di Lauro è il suo successo

Su Instagram si chiama Achille Idol: emblematico. D’altronde ha esordito con un disco intitolato Achille Idol Immortale. Lauro, semplicemente, afferma d’essere tutto: il rock, la trasgressione, una chiesa indignata, il pop, la libertà e pure Amleto. “Sono stato una tro*a. Sono stato una santa. Sono la solitudine. Sono l’eleganza. Sono la moda. Sono quello che l’ha creata con due stracci. Sono un figlio di Dio, un figlio di ma’, un ragazzo normale, un miracolato, un pessimo esempio e la più grande storia mai raccontata”.
A Roma risponderebbero: “E sei pure umile”.

Ora mettiamo un attimo da parte le apparenze: ce ne vuole per creare una carriera tanto egoriferita, per affermarsi con questa prosopopea, per esporsi fino a questo punto. E soprattutto per prendersi il centro dell’attenzione ogni volta percorrendo una strada diversa. Partendo dal rap underground, come ci è finito, Lauro, a sventagliare Orietta Berti? Oltretutto passando per un pezzo (e un video) enorme come Thoiry, per Pechino Express e la conduzione di Extra Factor, e ora il recente Overall Deal con Amazon Prime Video.

Finiscimi, tradiscimi, zittiscimi

Patinato come un brand e studiato come una start up che si è imposta sul mercato in modo trasversale, Lauro vende un’immagine di sé che è in continua mutazione. Il fatto è che rinnegarlo è impossibile: è sempre una mossa avanti, perché è incoerente per scelta. Ha deciso di essere un personaggio dello showbiz quando i più storcevano il naso, perché il disco d’esordio non era “abbastanza hip hop”.

E, nel frattempo, certi suoi leitmotiv tornano come il tormento di quel figlio irrisolto: “me ne frego”, “siamo soli”, “te ne vai come io fossi niente”, “tu non hai mai pianto, te ne freghi tanto”, “per gli altri era solo un nome d’arte”, “finiranno anche le fiamme ma il dolore no”. “Finiscimi, tradiscimi, zittiscimi”.
Lauro se ne frega, dice, ma in realtà questo è il suo aspetto più bello e commovente. Sprazzi di abbandono che affiorano nei testi, nei brani, e perfino in questo bisogno di essere tutto purché ci sia qualcuno che si ritrovi in lui. Malinconie vestite di piume e lustrini, delusioni imbellettate dalla provocazione.

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