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Cuba senza cibo e medicine: rivolte e arresti. Il regime allenta la presa ma il carisma dei Castro non c’è più

Centinaia i fermati dalla polizia dopo le proteste di migliaia di persone all'Avana e a Santiago. Gli Stati Uniti non tolgono le sanzioni e il paese è in ginocchio a causa del Covid

Tu ejemplo vive, tus ideas perduran resta scritto a caratteri cubitali accanto ai ritratti del Che lungo le strade dell’Avana. Sul Malécon continua, come sempre, a snodarsi il traffico della capitale di Cuba. Eppure, ai tempi dei social network e della pandemia da Covid 19, l’isola-nazione più orgogliosamente indipendente del mondo sente che i tempi stanno cambiando. Questa volta, forse, per sempre. I segnali si intensificano. Da una settimana Cuba è sottosopra: soffia il vento della rivolta contro il regime comunista perché i cubani sono allo stremo delle forze. Appena ieri, 15 luglio, sotto la pressione della piazza il Governo è stato costretto ad autorizzare l’ingresso temporaneo “senza limiti” nel paese di generi alimentari, prodotti da bagno e medicinali. Il tutto rinunciando a incassare dazi su questi beni essenziali. Parliamo di prodotti che ormai scarseggiano sul mercato nazionale.

Il bastone e la carota

Tali importazioni saranno consentite da lunedì prossimo fino al 31 dicembre 2021, ha annunciato in televisione il primo ministro Manuel Marrero. La crisi economica seguita agli effetti del Coronavirus ha prostrato la grande isola dei Caraibi. E da giorni sono esplose le proteste. Dure contestazioni con manifestazioni e cortei che hanno scatenato la furia del regime. Centinaia le persone arrestate, e persino un blocco, poi revocato, delle connessioni a Internet, considerato dai pretoriani dell’Avana come il diavolo corruttore. Ora prova a fare la sua parte anche il ministro dell’Economia, Alejandro Gil, che ha annunciato un miglioramento dei salari statali. Il punto è che il regime cerca di evitare che la frana delle proteste popolari si muti in valanga e lo travolga. Domenica 11 luglio migliaia di persone sono scese in strada in tutto il Paese, dall’Avana a Santiago, attraverso un tam tam rilanciato dai social network.

Biden conferma le sanzioni

La protesta, molto massiccia, ha fatto di colpo apparire alla mente dei funzionari comunisti lo spettro del maleconazo del 1994. Una rivolta in piena regola che spinse Fidel Castro a incontrare i dimostranti e a dialogare con loro. Oggi, così come allora, la realtà di una durissima crisi economica mette i cubani in ginocchio. Manca il cibo, si è costretti a emigrare anche a costo di rischiare la vita, un semplice blackout può durare ore. Oggi – differentemente da allora – i governanti, che si dicono eredi del comandante Ernesto Che Guevara, sembrano trincerarsi nel Palazzo. Nel 2020 Cuba, ricorda Sara Gandolfi sul Corriere della Sera, ha perso 5,5 miliardi di dollari a causa dell’embargo Usa. Trump aveva stabilito nuove sanzioni, Biden le ha confermate. “Cuba è, purtroppo, uno stato in fallimento – ha dichiarato laconicamente il presidente americano – e sta reprimendo i propri cittadini“. “Per quanto riguarda la possibilità di mandare rimesse a Cuba – ha continuato – io non lo farò ora per il fatto che è altamente probabile che il regime confischerebbe gran parte di queste rimesse“.

“Patria y vida”

La pandemia di Covid-19 non ha fatto altro che aggravare le cose, bloccando il turismo, una delle principali fonti di reddito per gli abitanti dell’isola. E ora la gente grida: “Libertà, abbasso la dittatura, patria y vida“. Non più patria o muerte, uno dei più celebri slogan della rivoluzione. Dal 2016 Fidel Castro non c’è più. Due anni più tardi suo fratello, il generale Raúl Castro, ha lasciato il potere nelle mani dell’erede designato Miguel Diaz-Canel. L’11 aprile scorso anche quest’ultimo si è dimesso da primo segretario del Partito comunista di Cuba. Ma in queste giornate roventi delle sommosse popolari è riapparso. Il governo addita come mandanti delle manifestazioni i social network, gli Stati Uniti, i gruppi di interesse cubano-americani. È presto per dire se il regime stia vivendo i suoi ultimi giorni, troppe volte lo si è dato per vinto. Tu ejemplo vive sta scritto sui muri di Cuba. Ma era l’esempio (tradito?) di un combattente che morì per liberare i popoli dai loro oppressori, dopo essersi allontanato da Cuba.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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