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Giustizia sul filo del rasoio, Draghi vede Conte: in gioco c’è la riforma dei processi

Prima uscita del leader in pectore pentastellato dopo la presentazione online dello Statuto M5S fatta su Facebook

Non solo miliardi di euro da investire per far crescere il Paese. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è fatto anche, se non soprattutto, di riforme. Cambiamenti strutturali per l’Italia che investono vari campi: dall’economia al fisco e dalla transizione ecologica alla giustizia. Proprio su quest’ultimo punto oggi 19 luglio non è un lunedì come un altro sotto il cielo della politica italiana. Il premier Mario Draghi ha ricevuto la visita dell’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in veste di leader del Movimento Cinque Stelle. Conte non lo è ancora, formalmente: dovrà sottostare al voto dei militanti. Non ha rinunciato, però, a dedicare al tema giustizia la sua prima uscita pubblica dopo la presentazione dello nuovo Statuto M5S fatta via social nel fine settimana.

“Nessuna soglia di impunità”

Ho assicurato il contributo del M5S” sulla giustizia, ha detto Conte all’uscita dal vertice col Presidente del Consiglio. “Daremo il contributo per velocizzare i processi ma saremo molto vigili nello scongiurare soglie di impunità“. Del resto uno dei passaggi più importanti del discorso di Conte sullo Statuto M5S, trasmesso su Facebook, era avvenuto esattamente sulla riforma dei processi. “Devono essere rapidi – aveva dichiarato il leader in pectore dei Cinque Stelle – Ma non accetteremo mai che vengano introdotte soglie di impunità e venga negata giustizia alle vittime dei reati”. “Non accetteremo mai che il processo penale per il crollo del ponte Morandi (di Genova, ndr.) possa rischiare l’estinzione”. La linea è chiara: nessun colpo di spugna mascherato dalla necessità – seppur indifferibile per l’Italia – di ridurre i tempi dei procedimenti penali e civili nei tribunali.

“Ma i processi vanno riformati”

Il Governo Draghi, però, punta molto sulla rivoluzione della tempistica. La durata dei processi deve essere prevedibile, l’esatto contrario di ciò che avviene oggi. Occorre quindi – è l’ottica della riforma che porta il nome della ministra Guardasigilli, Marta Cartabia – l’inappellabilità di alcuni processi in determinati casi. Così come la non punibilità per fatti di lieve entità. Ma anche l’allargamento dei riti processuali alternativi. Al tempo stesso bisogna garantire la certezza della pena. Senza che passino lunghi anni prima di un verdetto definitivo. La questione è politicamente delicata. Né il Movimento Cinque Stelle, né tantomeno l’esecutivo, possono permettersi di fallire l’obiettivo. Senza il compimento delle riforme fissate dal PNRR il check al Recovery per l’Italia, che Bruxelles farà ogni 6 mesi, potrebbe portare allo stop dei finanziamenti del piano Next Generation Eu. E Mario Draghi sarebbe pronto anche a chiedere il voto di fiducia in Parlamento se i pentastellati faranno capire di non appoggiare fino in fondo la riforma Cartabia.

Il PD spinge verso l’intesa

È in ragione di considerazioni come queste che il Partito Democratico prova a prendere in carico, limitatamente, le istanze dei pentastellati. Migliorare la riforma del processo penale, senza intaccarne l’impianto voluto dalla ministra Marta Cartabia, dicono in sostanza i dem. Il segretario Enrico Letta è intervenuto sul ddl all’esame della Commissione Giustizia della Camera aprendo a modifiche. Ma non senza paletti. “Credo che i tempi stretti chiesti dal governo, e che io condivido, siano compatibili con qualche piccolo aggiustamento – ha puntualizzato – in prima o anche in seconda lettura. A patto di non stravolgerne l’impianto“. “Non c’è alcun dubbio che la riforma sia giusta e necessaria – ha spiegato il capo del Nazareno al Corriere della Sera – dopo molti anni si va finalmente nella direzione di superare lo scontro politico tra giustizialismo e finto garantismo che ha tenuto in ostaggio il Paese troppo a lungo. Ma proprio perché è di importanza strategica, penso che il Parlamento abbia il diritto, direi il dovere, di contribuire a migliorarla“.

 

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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