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Xi Jinping in Tibet, la prima volta volta di un presidente cinese da trent’anni

"Marcerete verso una vita felice" è il messaggio del capo del Dragone ai tibetani che non hanno mai accettato l'occupazione di Pechino

L’ultima volta che ci andò, nel 2011, aveva commemorato a Lhasa quella che definisce “la pacifica liberazione del Tibet“. E aveva promesso di combattere le “attività separatiste” legate al Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio in India dal 1959. Adesso, esattamente dieci anni più tardi, Xi Jinping è tornato in Tibet da potentissimo presidente della Repubblica Popolare cinese. È il primo Capo di Stato della Cina a compiere una visita nella regione autonoma ribelle dal 1990, quando vi si recò il presidente Jiang Zemin, primo in assoluto a farlo.

Una regione “normalizzata”

In Tibet oggi le manifestazioni anti cinesi sono praticamente scomparse. È accaduto ancora, negli ultimi anni, che alcuni monaci buddisti, fedeli al Dalai Lama, si siano dati fuoco per testimoniare l’impossibilità di accettare il dominio della dittatura di Pechino. Resta tuttavia lontano quel 2008 di proteste, guidate proprio dai monaci, che inizialmente colsero la Cina di sorpresa. Perciò questa volta Xi ha spostato l’attenzione dalla questione del separatismo e della sicurezza interna ai temi della stabilità e dello sviluppo.

Cinesizzare la religione

Secondo l’agenzia di stampa Agi, che cita Junfei Wu, vicedirettore del Tianda Institute di Hong Kong, “l’adattamento del buddismo tibetano alla società socialista” e il rafforzamento dell’unità etnica, con la promozione di un’educazione ideologica, sono le priorità di Xi in Tibet. “La cinesizzazione delle religioni è già una pietra angolare della politica religiosa del governo centrale per forgiare una identità cinese comune“, ha spiegato l’analista al South China Morning Post. Si tratta di una strategia politica e culturale “portata avanti non solo in Tibet ma anche in Xinjiang e Mongolia Interna“. Sul fronte dello sviluppo, invece, la Cina vuole creare in Tibet grandi infrastrutture per spingere la crescita economica e l’occupazione. I dati ufficiali mostrano che il settore pubblico impiega oltre il 40% della forza lavoro tibetana. E da tempo gli analisti osservano che è necessario rivedere il modello di sviluppo per renderlo più sostenibile.

Le mire del nuovo Mao

In un video dell’emittente statale Cctv, si vede il presidente Xi Jinping scendere dall’aereo e salutare una folla di persone abbigliate in costumi tradizionali, con in mano bandiere cinesi. Ad accogliere Xi un tappeto rosso e danze tradizionali. “Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vita felice“, ha promesso il nuovo Mao. Lo chiamano proprio così. In riferimento al ‘Grande Timoniere’ che fece epurare suo padre, un combattente veterano, durante la sanguinosa rivoluzione culturale del 1966. Da allora a Pechino è cambiato tutto. Non la pervicace volontà cinese di possedere il Tibet. A ogni costo.

Domenico Coviello

Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze, come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione Internet de “La Nazione”, “Il Giorno” e “Il Resto del Carlino”, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni, sempre su Internet, all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a “City”, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Un passaggio alla “Gazzetta dello Sport” a Roma, e al desk del “Corriere Fiorentino”, il dorso toscano del “Corriere della Sera”, poi di nuovo su Internet per il sito di news “FirenzePost”. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma, e da qui l’approdo a “Velvet Mag”. Ha collaborato a “Vanity Fair”.
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