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Marco Lodola: “Le mie vetrine per Dior, i lavori per Valentino e Vivienne Westood”

Il celebre artista contemporaneo racconta delle sue creazioni in esclusiva a VelvetMAG

Tra gli artisti d’arte contemporanea più influenti, quotati e versatili troviamo Marco Lodola, fondatore del Nuovo Futurismo degli anni Ottanta. Il creativo è universalmente conosciuto e riconosciuto per le sue sublimi installazioni luminose in grado di lasciare lo spettatore senza fiato. Non a caso Maria Grazia Chiuri, Direttore Creativo di Dior, ha fortemente voluto Lodola ad interpretare, pochi mesi fa, ben quattrocento vetrine mondiali della Maison francese. Le famose sagome in plexiglass e le luci al neon del talento pavese hanno raggiunto palcoscenici di grande prestigio: da Londra, a Miami, a New York, senza dimenticare le partecipazioni alla quadriennale di Roma, alla Biennale di Venezia, alla Biennale della scultura a Monte Carlo e al Festival di Sanremo.

L’accattivante arte contemporanea e deliziosamente pop di Lodola ha affascinato persino Valentino, Vivienne Westwood, ma anche Max Pezzali degli 883, Ron, Gianluca Grignani, Jovanotti che lo hanno fortemente voluto per le cover dei loro dischi. Il Maestro trasmette il suo messaggio di vita e di speranza attraverso la luce ed il colore, un sentimento potente che si sprigiona immediatamente nell’anima dell’osservatore. Nell’articolo potrete ammirare le foto degli splendidi lavori di Lodola.

Marco Lodola

Intervista esclusiva di VelvetMAG a Marco Lodola

 

Partiamo subito dalla straordinaria collaborazione con Dior che la vede protagonista in questi giorni. Come è arrivata la “chiamata”?

Nell’ultimo anno ho realizzato un presepe pop che doveva andare in Rai, nella sede di Viale Mazzini, che richiamasse il Festival di Sanremo. Infatti, invece dei classici personaggi dell’iconografia cristiana avevo utilizzato Ron, Drupi, Max Pezzali, Gigliola Cinquetti. Purtroppo non è stato mai inaugurato, non so per quale motivo ed intorno a ciò si è scatenato un battage mediatico enorme. Mi sono però rifatto a Firenze con la Galleria degli Uffizi, dove il Direttore mi ha chiesto un autoritratto da collocare nella sezione dedicata agli artisti contemporanei. Nel mentre di questi lavori è arrivata la richiesta di collaborazione da Luca Albero, della sezione visual della Maison Dior. Una persona splendida e professionale, è nata un’amicizia tra noi. Luca ha una grande abilità ad interpretare e a realizzare tecnicamente tutti i miei progetti.

Da cosa sono rimasti colpiti?

Avevano visto le famose faccine, sculture luminose del Festival di Sanremo e le hanno interpretate come se fossero tutte donne. La griffe, dopo essersi ispirata all’arte di Fiorucci e Warhol, per la collezione Fall 2021, andata in scena alla Shangai Fashion Week, ha voluto proprio me, per proseguire il filone pop, per la realizzazione di ben 400 vetrine in tutto il mondo.

La Maison Dior aveva abbracciato l’arte contemporanea e delle luminarie anche l’anno scorso in occasione della sfilata a Lecce.

Assolutamente sì, ed è anche per questo motivo che sono stato scelto. Per le vetrine di Harrods ho inviato loro dei disegni. Il vederli poi colorati sulle facciate dei celebri magazzini è qualcosa che invita lo spettatore a vivere il sogno. Così come è stato emozionante scoprire i miei lavori per la Maison francese a Milano o a Roma in via Condotti.

Che tipo di donna è Maria Grazia Chiuri?

E’ tosta e meravigliosa al contempo. Racchiude in sé una forza ed una femminilità che non ha eguali. Inizialmente ero un po’ intimorito, ma lei fin da subito ha voluto dare un messaggio di rinascita grazie al suo operato.

Ha avuto incarichi prestigiosi persino per Valentino e Vivienne Westwood.

Negli anni Novanta Valentino Garavani mi commissionò le sue vetrine a Milano. La Westwood rimase colpita da una mia mostra nella galleria Opera di Londra a New Bond Street. Da qui partì l’idea di realizzare con questo brand sei sculture gigantesche con il tema delle Olimpiadi presentate al Museo della Permanente di Milano. Tre anni fa invece per Martino Midali, durante la Milano Fashion Week, ho instaurato una partnership con Andy dei Bluvertigo per la realizzazione delle mie opere in occasione della serata intitolata Corte in circuito.

Come prende vita in lei il desiderio di divenire artista?

Sono ben 38 anni di onorata carriera! Lavoro nel mio studio a Pavia. Iniziai a esporre le mie opere Milano nel 1983 grazie al celebre gallerista Luciano Inga Pin che mi aveva dato questa occasione. Provengo dal liceo artistico e dall’Accademia d’Arte dove mi sono fatto le ossa.

Marco Lodola lei è noto anche per aver creato il movimento del Nuovo Futurismo, in cosa consiste?

All’epoca eravamo un gruppo di cinque, sei artisti, ci definivamo “nuovi futuristi”. Ci rifacevamo a Marinetti, anche se noi eravamo i figli del computer e della televisione. La novità era rappresentata dal fatto di non utilizzare la tela per le opere, ma la plastica ed il led, come nel mio caso. Gli altri colleghi facevano un utilizzo anche della vetroresina. Avevamo creato una sorta di richiamo ludico al futurismo di Fortunato Depero, il creatore della celebre bottiglietta triangolare del Campari, e abbiamo iniziato a contaminare la nostra arte ad altri settori, non solo il pittorico. Io non sono solo un artista, mi sono amalgamato perfettamente alla moda e questa è stata la mia chiave vincente. Una volta gli artisti erano sovvenzionati e sponsorizzati dalla Chiesa, poiché si occupavano prettamente delle opere sacrali, ora l’industria ha sostituito questo meccanismo.

Lei ha collaborato non solo con Dior, ma con altri marchi celebri dal calibro di Swatch, Coca Cola, Ducati, Illy. Tra queste esclusive partnership cosa le è rimasto più nella memoria?

Proprio per Francesco Illy creai le famose “tazzine ballerine” con la scritta: “Finalmente sarò sulla bocca di tutti”. L’operazione si ampliò per poi arrivare a completare tutta la mise en place della tavola anche con i piatti coordinati.

A proposito di danza, lei ha trasposto la sua arte anche in questa disciplina. Come le venne in mente?

La danza è una tematica inusuale applicata ai miei lavori. Il primo spunto lo trovai nel film affiancato dal musical su Fred Astaire e Ginger Rogers, che ripresi colorandoli in sagome. Nel 2000 realizzai per il Teatro Massimo di Palermo “Gli avidi lumi”, quattro totem luminosi alti sei metri raffiguranti le opere in cartellone. Le sculture poi furono collocate nelle maggiori piazze delle città italiane. La danza poi in fondo cos’è? Ha il fine di celebrare la vita, così come i miei lavori. Nelle mie opere affronto delle tematiche popolari rappresentando culturisti, ballerine, pin-up.

Tra i meriti del padre della pop art, Andy Warhol, cosa gli riconosce maggiormente?

Ha saputo vendere sé stesso come prodotto. Pensi che si era messo in un bunker per farsi affittare e pubblicizzare attraverso la sua immagine i prodotti. Un vero e proprio oggetto creativo. Nella mia factory ho collaborato con la musica, ho voluto dare ai miei lavori anche un atteggiamento punk, se così vogliamo, al fine di raggiungere un pubblico più amplio e trasversale. Mettere una scultura sul palco degli 883 ha fatto sì che il mio operato raggiungesse un target variegato. Ho voluto farmi conoscere dal grande pubblico, di alta e bassa cultura.

Sul Carnevale di Venezia invece, cosa ci dice?

Nel 2001 ho curato l’immagine della manifestazione grazie ad una mostra “Futurismi a Venezia” in Piazza San Marco presso la Fondazione Bevilacqua La Masa con le mie opere e quelle di Depero. Ho realizzato anche il manifesto del Carnevale.

Più volte ha collaborato anche al prestigioso Festival di Sanremo, che esperienza è stata?

La passione per la musica c’è sempre stata, infatti da ragazzo mi dilettavo a suonare la chitarra ed il mandolino. Nel 2008 ho impreziosito la kermesse grazie ad una facciata composta da un enorme pentagramma. Il mio pensiero, nel realizzarla, era quello di coinvolgere il pubblico esterno che non poteva accedere al Teatro dell’Ariston, perché era giusto che potesse godere anch’esso della festa. Ho rinnovato la collaborazione anche tre anni fa grazie alle famose faccine luminose. Questi simboli non hanno colori, sono anonimi, ognuno di noi si può riconoscere in esse, non a caso prendono il nome: “Il volto degli altri”. Potrebbero avere tutte le cromie dell’universo. Sono avi di lumi, la luce era prima, poi un domani si spegnerà. C’è un’avidità di ottenere la luce nelle mie opere, poiché dopo la vita subentra il buio.

Come nascono le esclusive collaborazioni di moda?

Inizia vent’anni fa con Enrico Coveri, per lui realizzai uno spazio luminoso sul Lungarno a Firenze. Fare qualcosa al di fuori del mio settore mi ha sempre affascinato, così come le partnership per i film. Mi lascio molto spesso suggestionare dalle insegne. Ho lavorato persino in una ditta di moda, la Vestium Officina, come ufficio stampa e creativo. Negli anni Novanta ho avuto la fortuna di conoscere Toni Thorimbert che mi ha utilizzato come fotomodello.

La sua famiglia appoggiava le sue scelte?

Mio padre aveva una fabbrica di calzature, avrebbe voluto che avessi seguito le sue orme, ma non era ciò che desideravo. Se in famiglia ti proponi come artista sembri un pazzo, un drogato. Non bisogna mai dimenticarci che tutti noi siamo i figli di Raffaello e del Rinascimento.

Come si è sviluppato negli anni il suo iter creativo?

Nasco come pittore, iniziando a dipingere sulle tele, poi avviene il passaggio alla plastica. L’andavo a comperare nelle ditte specializzate. Proprio lì un giorno vedendo le insegne pubblicitarie ebbi una specie di folgorazione. Vidi un coniglietto verde staccato dalla scritta Rabbit di un ristorante che si accendeva solo la notte. Proprio da questo particolare mi venne in mente di creare le sculture luminose che, a differenza delle altre opere di marmo, di bronzo, di legno, ecc, che vengono illuminate di notte, a differenza delle mie che sono auto illuminate. Posso affermare che un coniglio mi ha cambiato davvero la vita!

Marco Lodola che rapporto ha con la notte?

Vorrei che non ci fosse mai il buio! Dormo sempre con la luce accesa anche di notte. A volte leggo certe dichiarazioni: “L’artista ha cercato di catturare la luce nelle sue opere”, per descrivere l’operato di Caravaggio o degli Impressionisti. Io invece ho fatto un lavoro opposto: la luce l’ho inserita nella scultura stessa.

Anche altri artisti prima di lei avevano avuto questa intuizione?

Alcuni hanno utilizzato il neon, ma in un modo freddo, concettuale, io ho fatto un lavoro diverso più inclusivo e profondo. Sono uno stacanovista, non vado quasi mai in vacanza per lavorare. Se incontro il favore del pubblico sono contento, nel mio studio sono un poeta, anche se realizzo un prodotto. Tutti cercano soldi e successo. Se non hai il denaro necessario non puoi fare l’artista, ma il dilettante.

Quali saranno i suoi prossimi progetti?

Realizzerò delle sculture per il prossimo film di Pieraccioni. Poi mi aspetta la presentazione del mio catalogo agli Uffizi. Ho in cantiere anche un documentario sulla storia dei Pooh che dovrebbe essere presentato a Roma a breve. E’ uscita in questi giorni la nuova campagna di De Longhi che mi vede nello spot come protagonista. Insomma non mi annoio mai!

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Elena Parmegiani

Giornalista di moda e costume, organizzatrice di eventi e presentatrice. Consegue la Laurea Magistrale in Comunicazione Istituzionale e d’Impresa all’Università “La Sapienza” di Roma. Muove i primi passi lavorativi con gli eventi per il Ferrari Club Italia, associazione di possessori di vetture Ferrari. Da più di dieci anni è il Direttore Eventi della Coffee House del prestigioso museo Palazzo Colonna a Roma. Ha organizzato e condotto molte sfilate di moda per i più importanti stilisti italiani. Come consulente è specializzata nella realizzazione sia di eventi aziendali, sia privati. Scrive di moda, bon ton, arte e spettacolo. Esperta conoscitrice dei grandi nomi della moda italiana, delle nuove tendenze del Fashion e del Made in Italy.
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