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I Cinefanatici – “La grande guerra” e “Il generale della Rovere”: la guerra attraverso due punti di vista

Il viaggio di VelvetMAG alla scoperta della Venezia cinematografica fa tappa nell'edizione del 1959 che ha assistito a un ex aequo tutto nostrano

Dopo Margarethe Von Trotta e il suo ritratto degli Anni di Piombo come guerra pubblica e privata. Proprio la guerra è uno dei protagonisti indiscussi – e inevitabili – della Mostra del Cinema di Venezia, che nel corso dei diversi anni ne ha cambiato la fisionomia. Nelle numerose edizioni ha trovato spazio, infiltrandosi sul grande schermo del Lido, conquistando anche il Leone d’Oro. È il caso, questo, che portato al primo ex aequo della kermesse, premiando difatti due lungometraggi che hanno ripercorso, rispettivamente, i due Conflitti Mondiali. Si tratta, infatti, de La grande guerra, per la regia di Mario Monicelli e Il generale della Rovere di Roberto Rossellini.

La Grande Guerra, il “brillante” punto di vista di Mario Monicelli sul primo conflitto mondiale

Due guerre, che hanno riscritto per sempre il secolo scorso, vengono affrontate seguendo due diversi approcci. Mario Monicelli, con il suo La grande guerra, riesce infatti a fondere due realtà da sempre distinte, tragedia e commedia, per creare un connubio inedito e brillante. La storia segue le vicende tragicomiche di Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) e Giovanni Busacca (Vittorio Gassman). Ambientato nel 1917, il film segue il destino di due uomini che, intenti a fuggire dagli orrori della Prima Guerra – con scarsi risultati – si ritroveranno su un treno che, invece, li condurrà verso il dolore e la desolazione del conflitto. Ma, durante il viaggio, grazie alla reciproca vicinanza, si renderanno conto dell’esperienza tutto sommato unificante, che farà loro capire il valore dell’amicizia.

Tra il ritratto drammatico della guerra, quella “vera” vissuta in trincea, fra morti e feriti, e le avventure tragicomiche di due uomini mediocri, due anti-eroi, la pellicola di Mario Monicelli offre un punto di vista tutto nuovo. Lontano dalla visione celebrativa del conflitto, di retaggio prettamente fascista, infatti, il regista – che solo l’anno prima aveva diretto I soliti ignoti – mostra gli orrori della guerra, smorzati tuttavia da un’inedita leggerezza. Quella che scaturisce dalla pietà, che due nemici in battaglia riconoscono uno verso l’altro. O quella, soprattutto, che i due protagonisti mostrano con la loro amicizia.

Il generale della Rovere, il racconto della Seconda Guerra di Roberto Rossellini

Da un’inedita leggerezza, grazie al racconto di Mario Monicelli, si passa a un’opera di tutt’altro spessore: Il generale della Rovere. Basato sull’omonimo racconto di Indro Montanelli – a sua volta trasfigurazione letteraria della sua esperienza i carcere a San Vittore – segue la storia di Emanuele Bardone (Vittorio De Sica). Truffatore, da sempre vissuto di escamotage, viene arrestato dalle SS, con l’accusa di essersi fatto versare del denaro, fingendosi affiliato al Comando tedesco. L’ufficiale che lo ha in carico, resosi conto della sua abilità di ordire inganni, cerca di usarlo a proprio vantaggio. Per questo, lo convincerà a fingersi il generale della Rovere, facendolo entrare nel carcere di San Vittore, con lo scopo di carpire quante più informazioni possibili dai prigionieri politici. Stando a stretto contatto con uomini che hanno mostrato il proprio valore, alla fine si redimerà, morendo in seguito durante una rappresaglia.

Lontano dall’inaspettata leggerezza offerta da Monicelli ne La grande guerra, Il generale della Rovere è prima di tutto un dramma collettivo. Diversamente dalla documentazione delle atrocità della guerra, inoltre, Rossellini riesce ad andare oltre alla forma semi-documentaristica richiesta dal genere storico. Abbattendo uno dei grandi stereotipi del neorealismo, che prediligeva i “luoghi della realtà”, il film è stato girato quasi interamente in teatro di posa, aderendo ulteriormente alla nozione di artificio scenico, in netta antitesi con la pretesa di “cinema del reale” che il neorealismo con sé portava. I lungometraggi, premiati ex aequo con il Leone d’Oro, condividono tuttavia un medesimo principio. Nessuno dei due ha la pretesa di rivivere la guerra, quanto più di raccontarla e sviscerarla. Forse per lasciarsela definitivamente alle spalle.

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Lorenzo Cosimi

Cinema e tv
Romano, dopo la laurea triennale in Dams presso l’Università degli Studi Roma Tre, si è poi specializzato in Media, comunicazione digitale e giornalismo alla Sapienza. Ha conseguito il titolo con lode, grazie a una tesi in Teorie del cinema e dell’audiovisivo sulle diverse modalità rappresentative di serial killer realmente esistiti. Appassionato di cinema, con una predilezione per l’horror nelle sue molteplici sfaccettature, è alla ricerca costante di film e serie tv da aggiungere all’interminabile lista dei “must”. Si dedica alla produzione seriale televisiva con incursioni sui social.
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